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LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(prima parte)

II primo anno di guerra.

L’Italia scese in campo nel maggio 1915, quando i Russi sotto la spinta vigorosa della falange di Mackensen cedevano sul Dunajez. Come già una volta aveva salvato la Francia colla dichiarazione della sua neutralità, così ora salvava l’Intesa richiamando verso le Alpi fiore delle divisioni austriache men­tre i Russi compivano la disastrosa ritirata. Il 23 maggio il duca d’ Avarna, ambasciatore italiano a Vienna, presentava al ministro degli Affari Esteri austro-ungarico la dichiarazione di guerra, e alle ore 24 dello stesso giorno, termine fissato per l’inizio delle ostilità, le truppe Italiane schierate dallo Stelvio al mare irrompevano dovunque dal vecchio, iniquo confine del 1866. La quarta guerra d’indipen­denza incominciava.

I reparti mobilitati dell’esercito italiano compren­devano all’inizio, oltre agli squadroni di cavalleria, 578 battaglioni (fanteria, bersaglieri, alpini, ciclisti) con sole 600 mitragliatrici; 370 batterie da campagna e a cavallo, 28 pesanti campali, 70 da montagna e someggiate, 40 d’assedio. Nemmeno una bombarda. Queste forze erano, raggruppate in quattro Armate: la prima operante nel Trentino; la quarta nel Cadore, con un distaccamento nella Carnia; la seconda e la terza sull’Isonzo. Stavano loro di fronte 25 di­visioni austriache, largamente dotate di mezzi mec­canici e scaglionate su posizioni fortissime lungo l’estesa fronte sviluppantesi per circa 800 km. dallo Stelvio al mare.

La prima e la quarta Armata avevano compito difensivo e solo parzialmente offensivo: dovevano sbarrare agli Austriaci le tre vie d’invasione della pianura padana che il Trentino offriva attraverso le Giudicarie, Val Lagarina e Val Sugana; smussare questo pericoloso saliente che penetrava come un cuneo nelle carni vive d’Italia, occupare punti domi­nanti nel Cadore e nella Carnia, minacciare le vie di comunicazione del nemico, e logorarlo con tenace e ardita guerriglia d’alta montagna. Il duro compito fu assolto con ardimento ed abnegazione special­mente dagli alpini, che immortalarono coi servigi resi alla Patria il loro creatore, gen. Perrucchetti; i bersaglieri e i fanti, 1’arma del genio, gareggia­rono nobilmente con essi. La prima Armata svolse ardite operazioni sulle impervie vette del massiccio dell’Adamello, cacciando il nemico dalle posizioni di Passo di Lagoscuro (2968 m.) e di Corno Bedole (3009 m.); avanzò nelle Giudicarie fino oltre Condino; occupò in Valle Lagarina Ala, il Coni Zugna e la Zugna Torta; marciò in Val Sugana fin oltre Borgo. La quarta Armata fece buoni progressi nella Conca di Fiera di Primiero; spiegò grande attività nelle alte valli del Cordevole, Boite ed Ansiei occupando la Conca di Cortina d’Ampezzo e i massicci della Tofana (3241 m.) e del Cristallo (3216 m.) ; conquistò il Passo di Vall’Inferno alla testata di Val Degano ed ottenne ripetuti successi alla Sella Prevala, alla testata di Val Raccolana, agli accessi di Val Dogna; respinse tutti i ritorni offensivi del nemico contro le posizioni brillantemente conquistate di Passo di Monte Croce Carnico, del Freikofel, del Pal Piccolo e del Pal Grande. Anche nel cuore dell’inverno precoce quegli intrepidi soldati, non atterriti dalla saldezza dei baluardi nemici né dai rigori del clima, continuarono le arditissime operazioni piantando il tricolore sul Col di Lana (2464 m.) nell’Alto Cordevole (novembre 1915), e difendendo la formidabile posi­zione contro i ripetuti contrattacchi nemici.

La seconda e la terza Armata avevano un compito decisamente offensivo: attaccare le formidabili po­sizioni nemiche da Tolmino al mare ed aprirsi la via a Lubiana e a Trieste. La deficenza dei mezzi meccanici sopratutto non permise al fante italiano di cogliere nel tormentato settore isontino tutti gli allori che il suo fulgido eroismo avrebbe meritato. Le artiglierie di medio e grosso calibro erano poche e le munizioni pochissime; la mitragliatrice, che si era rivelata regina delle moderne battaglie sui fronti occidentale ed orientale, era rappresentata da qual­che raro esemplare nei reggimenti italiani, mentre gli Austriaci ne avevano 300 per ogni divisione! D’altra parte già da otto mesi sul fronte occidentale la guerra di movimento aveva ceduto il posto alla guerra di posizione, e sul fronte orientale la manovra di Mackensen era stata coronata da completo success, solo perché i Russi erano completamente sprov­visti di munizioni. Non era umanamente possibile che sul più difficile di tutti i teatri di guerra l’eser­cito italiano rovesciasse la situazione; esso non avrebbe potuto ottenere, almeno nel primo anno di guerra, risultati superiori a quelli effettivamente ottenuti: logorò duramente il nemico in battaglie terribili, ed ottenne nelle undici battaglie dell’Isonzo risultati più cospicui di quelli ottenuti in analoghe battaglie di logoramento dai Franco-Inglesi sull’Yser e sulla Somme.

Tra la fine di maggio e il principio di giugno 1915 gli Italiani occuparono e mantennero contro i ritorni offensivi del nemico il Costone di Monte Nero sulla sinistra riva dell’Isonzo, circa 10 km. a nord-ovest di Tolmino; gettarono ponti militari sul medio e basso Isonzo e stabilirono solide teste di ponte sulla sinistra del fiume, in presenza del nemico. Di parti­colare importanza furono le azioni impegnate a Plava nelle giornate del 16 e 17 giugno. Ivi, superata a viva forza la linea dell’Isonzo, furono espugnate ad una ad una le posizioni nemiche, dominanti per natura e fortissime per arte, e costantemente respinte le ostinate riprese offensive del nemico numeroso ed agguerrito.

I primi giorni di guerra avevano visto gli Italiani al di là del basso Isonzo, sul margine occidentale del Carso, dopo l’occupazione di Cervignano, Gradisca e Monfalcone. Il 4 luglio essi si impegnarono a fondo sull’altipiano carsico, e cominciarono a conquistare il terreno a palmo a palmo, ostacolati anche dal fango, facendo dal 4 al 7 un migliaio e mezzo di prigionieri. Un secondo e più poderoso attacco fu portato contro le posizioni nemiche sul Carso nelle giornate dal 18 al 20 luglio. Più ordini di trincee solidamente blindate e protette da reticolati furono successivamente prese d’assalto ed espugnate, e 3478 prigionieri rimasero nelle mani dei vincitori. La mattina del 22 gli Austriaci si lanciarono al con­trattacco, ma furono ributtati e perdettero nella fuga altri 1500 prigionieri. Il 25 luglio la battaglia ardeva nuovamente sulla linea Monte San Michele-Sella di San Martino-Monte Sei Busi. Il S. Michele, dominante gran parte dell’altipiano, fu conquistato dallo slancio delle fanterie, costrette tuttavia a ripiegare poco sotto la cresta per non subire i tiri violenti ed incrociati delle batterie nemiche. Ma al centro della linea di battaglia i ridotti e le trincee coprenti la Sella di S. Martino vennero espugnati alla baionetta, ed alla destra Monte Sei Busi, preso e perduto pa­recchie volte, rimase alla fine in saldo possesso delle fanterie italiane. La sanguinosa azione, continuata vittoriosamente fino ai primi di agosto, fruttò circa 8 mila prigionieri e portò gli Italiani sulla seconda linea difensiva del nemico.

La mattina del 21 ottobre, dopo intensa prepara­zione d’artiglieria, gli italiani attaccarono nuova­mente le posizioni nemiche da Caporetto al mare, e in dura lotta protratta fino al 27 conquistarono fortissime posizioni sul Mrzli nella zona del Monte Nero, espugnarono trinceramenti nemici sul Monte Sabotino (quota 609) e sul colle di Podgora nella zona di Gorizia, e ruppero la più punti le robuste linee avversarie sul Carso, compiendo la cattura di 5064 prigionieri e di importante materiale da guerra.

Fino al principio del dicembre, sebbene ostacolate dal maltempo, le brigate italiane si accanirono contro le posizioni nemiche nella zona del Monte Nero, pro­seguendo l’ascesa alle vette del Vedil e del Mrzli; nel settore di Plava, dove fu espugnato il villaggio fortifìcato di Zagora; sulle alture ad occidente di Gorizia, presso il villaggio di Oslavia e sul Podgora; e finalmente sul Carso, dove furono compiuti pro­gressi sul San Michele e raggiunte le prime case di San Martino. Altre migliaia di prigionieri vennero catturate al nemico, costretto dalla forte e costante pressione delle truppe italiane ad allentare i colpi contro la Serbia.

Alla fine del 1915 l’esercito italiano – unico fra quelli dell’Intesa – era adunque saldamente pian­tato in territorio nemico, sul formidabile bastione del Carso e sulle vette del Trentino, e tollerava le molestie e i pericoli della guerra di posizione con quel gagliardo cuore che aveva dimostrato negli as­salti cento volte ripetuti ai baluardi nemici, sui quali aveva fatto complessivamente 30 mila prigionieri e supplito coll’eroismo alla deficienza grave dei mezzi meccanici, infatti le offensive italiane e le controffensive austriache tra il maggio e il dicembre 1915 costarono all’Italia 65 790 morti, 180 400 feriti, 25 100 prigionieri.

Intanto la marina da guerra italiana teneva il do­minio dell’Adriatico. Essa era rappresentata da un materiale splendido, notevolmente superiore a quello nemico (6 navi monocalibre contro 4 del nemico), ed era servita da equipaggi sapientemente allenati e bramosi di cancellare il duro ricordo di Lissa; ma sentiva la mancanza di una adeguata base navale nell’Adriatico, dove gli Austriaci disponevano invece del munitissimo porto di Pola, e potevano dai sicuri recessi della costa dalmata tentare impunemente qualsiasi raid contro la nostra costa indifesa. Tut­tavia essa non esitò a provocare ripetutamente il nemico a battaglia ed a scovarlo col naviglio sottile entro i suoi ancoraggi, mantenendo sempre il do­minio del mare.

Il 24 maggio 1915, all’alba, unità navali ed aeree austriache attaccarono Porto Corsini, Ancona, dove danneggiarono la ferrovia, Venezia, Iesi, Barletta. Il vecchio cacciatorpediniere Turbine, sopraffatto da quattro unità nemiche, più volte colpito e col fuoco a bordo, fu fatto affondare dal suo stesso comandante; ma l’esploratore Helgoland e il cacciatorpediniere Czepel furono danneggiati in combattimento navale, e la torpediniera S. 80 dalle batterie di Porto Corsini. Dopo tal giorno la vigilanza delle unità italiane mantenne rigorosamente il blocco nell’Adriatico proclamato il 26 maggio, e frustrando altri tentativi del genere tenne altissimo l’onore della bandiera ; ma ci condusse a perdite dolorose che non potevano toc­care alla flotta austriaca, rintanata a Pola e a Cat­taro. Il 6 luglio venne silurato l’Amalfi, durante una ricognizione in forze nell’alto Adriatico; il 16 dello stesso mese toccò ugual sorte alla Garibaldi nelle acque di Cattaro, dove cogli altri incrociatori ge­melli aveva bombardato e danneggiato seriamente la ferrovia, senza che le navi anstriache uscissero a battaglia contro la modesta divisione dei nostri vecchi incrociatori corazzati. Infine il 28 settembre l’opera di alcuni scellerati faceva esplodere la santa­barbara della Benedetto Brin, ancorata davanti a Brindisi.

Tra la fine del 1915 e il principio del 1916 alla ma­rina italiana toccò il grave compito di provvedere al trasporto dei soldati serbi, dei profughi e dei ma­lati, nonché dei prigionieri austriaci dalla costa al­banese alle basi navali designate, e lo assolse in modo degno delle sue tradizioni, mantenendo parecchie unità a Durazzo finché non fu imbarcato l’ultimo uomo (26 febbraio 1916). Essa trasportò : dal 12 dicembre 1915 al 22 febbraio 1916: 130 841 fanti a Corfù, 4100 fanti a Biserta, 11 651 profughi e malati a Biserta ; dal 16 dicembre 1915 al 12 febbraio 1916: 22 928 pri­gionieri austriaci da Valona all’Asinara ; dal 1° marzo al 5 aprile 1916: 13 068 uomini e 10 133 cavalli da Valona a Corfù.

La ” Strafexpedition „

Durante il primo inverno di guerra l’Italia escogitò insieme agli Alleati i mezzi pratici onde raggiungere la completa coesione degli sforzi e accelerò il ritmo della sua mobilitazione industriale per dotare l’esercito di mezzi meccanici adeguati alla grandezza del compito che doveva assolvere. Il Paese assecondò tranquillo e fiducioso l’opera del Governo, nè si lasciò intimidire dai briganteschi sistemi di guerra del nemico, che bombardò coi suoi velivoli Milano, ca­gionando la morte di 15 e il ferimento di 40 persone (14 febbraio 1916). I Milanesi tributarono solenni ono­ranze alle vittime, e l’opinione pubblica unanime chiese rappresaglie per mostrare al nemico feroce che le sue barbare azioni di guerra potevano ridondare a suo danno. I nostri Caproni, impiegati fino allora nel bombardamento di baraccamenti nemici, nodi ferroviarie cantieri, volarono su Lubiana (18 feb­braio) e fecero pagare caro al nemico il bombarda­mento di Milano.

Nel campo della mobilitazione industriale furono realizzati grandi progressi. Ai 66 stabilimenti militari vennero man mano aggiunti gli stabilimenti dell’in­dustria privata per moltiplicare la produzione di materiale bellico. I 300stabilimenti ausiliari esistenti alla fine del 1915 nei quali lavoravano 200 mila operai, salirono nel luglio 1916 a 800 con 150 mila operai. I cannoni di medio e grosso calibro apparvero più fre­quenti dietro le linee italiane, e i piccoli calibri po­terono impunemente sorpassare il massimo giorna­liero di 100 colpi per pezzo del 1915. Ma sopratutto fu intensificata la costruzione delle mitragliatrici «Fiat», e nella seconda metà di giugno 1916 incominciarono ad uscire dalla Scuola Mitraglieri di Brescia, sapientemente organizzata dal maggiore De Tullio, quelle belle e fiere compagnie di mitraglieri che, controbattendo con successo le armi similari nemiche e sacrificandosi per la salvezza delle posi­zioni, rincorarono il fante e gli furono di validissimo aiuto fino agli ultimi giorni della guerra.

Nel mese di marzo 1916 apparvero sul fronte italiano i primi preziosi frutti di quella unità d’azione che Aristide Briand, Presidente del Consiglio dei ministri in Francia, aveva energicamente voluta nel campo diplomatico e militare, come principale strumento della vittoria. Mentre i Tedeschi moltiplicavano i colpi nel settore di Verdun, gli italiani esercitarono nonostante l’inclemenza della stagione una costante pressione sugli Austriaci, attaccando sulla Tofana (6 marzo), sul medio Isonzo, attorno alla Conca di Plezzo e sul Carso, impegnando una violenta battaglia di quattro giorni sul Sabotino, principale pilastro della testa di ponte di Gorizia (27-30 marzo). Per pa­rare nuovi colpi gli Austriaci attaccarono il 26 marzo sull’alto But, una delle nostre principali posizioni sulle Alpi Carniche. Il combattimento durò 30 ore sulla neve e gli Italiani acquistarono due nuove posi­zioni. Nel mese di aprile respinsero attacchi austriaci ad est di Selz, ed occuparono Lobbia Alta e Desson sull’Adamello, a 3300 metri sul livello del mare (12 aprile). Queste operazioni, intraprese per impedire un even­tuale spostamento di forze austriache verso il fronte occidentale, costarono agli Italiani 6920 morti, 14 340 feriti, 3240 prigionieri.

E venne il fortunoso maggio del 1916, nel quale l’Au­stria doveva assecondare lo sforzo tedesco in Francia scatenando un’irresistibile offensiva sul fronte ita­liano, mentre la Russia era ritenuta ancora incapace di muoversi per molto tempo. Il piano d’attacco fu studiato con cura dal maresciallo Conrad, al quale non pareva vero di potere, dopo tanti scacchi mili­tari subiti dall’Austria, consolare il vecchio Impe­ratore infliggendo con una passeggiata militare a Verona e a Vicenza un terribile castigo agli Italiani traditori dell’alleanza. I mezzi non furono lesinati a chi assicurava la riuscita dell’impresa. Molti reparti furono ritirati dai fronti russo e balcanico, e le divisioni austriache sul fronte italiano, che al 15 novembre 1915 erano 20, salirono a 38. Per operare lo sfondamento delle linee Italiane Conrad ebbe a sua disposizione una massa di sfondamento di 16 di­visioni , con tutti i Kaiserjager e Landesschützen particolarmente equipaggiati ed allenati per una guerra di montagna; 400 mila uomini in cifra tonda com­putando la forza dell’enorme parco di artiglieria che doveva preparare e coadiuvare l’azione delle masse di fanteria: 2 mila cannoni, di cui la metà di medio calibro, 40 mortai da 305 mm, ed alcune batterle da 380 e 405 mm. Al 177 battaglioni austriaci formida­bilmente preparati ed accesi dalla brama di punire l’Italia, causa del prolungamento della guerra, noi potevamo opporre 162 battaglioni stanchi e sprov­visti dell’armamento che dà la fiducia nella vittoria.

Il 12 maggio 1916 incominciò il bombardamento nella zona scelta per l’attacco, tra Brenta e Adige, e divenne furiosissimo il 14 allargandosi dalle Giu­dicarie al mare. Il 15 seguì l’assalto delle fanterie austriache tra la valle dell’Adige e l’alto Astico, e nella giornata del 16 l’offensiva fu estesa alla Val Sugana. Sotto quella valanga di ferro e di fuoco gli Italiani si ritrassero sulla linea di resistenza e quivi si mantennero fino all’estremo. L’ala destra au­striaca, dopo aver occupato il 18 la Zugna Torta, non riuscì ad infrangere le improvvisate barriere che i fanti italiani inalzarono coi loro petti sulla linea Coni Zugna-Passo di Buole-Pasubio. Anche tra Valle Terragnolo e Valle d’Astice l’offensiva austriaca con­dotta dall’arciduca Carlo venne contenuta. All’ala sinistra, in Val Sugana. gli Austriaci poterono rioccupare Borgo, ma non riuscirono a ricacciare gli Ita­liani oltre il confine. Invece al centro, travolta la linea principale di resistenza Italiana, gli Austriaci avanzarono minacciosi sull’altipiano di Asiago, strap­pando ad una ad una le quote in lotte furibonde nelle quali molti reggimenti Italiani si sacrificarono eroicamente, onde le perdite nostre furono gravissime. Ai primi di giugno la battaglia ardeva ancora sanguinosa sull’Altipiano, dove gli Austriaci avevano occupato Arsiero ed Asiago, senza riuscire tuttavia a sboccare verso Thiene e Bassano, e i granatieri di Sardegna sostenevano ancora sul Cengio una lotta omerica, quando il 3 giugno il bollettino ufficiale annunciò che l’offensiva austriaca era nettamente arrestata lungo tutta la fronte d’attacco. Il Comando Italiano aveva saputo con saldo cuore riparare l’er­rore commesso col suo scetticismo circa l’offensiva nemica nel Trentino.

Arginati i progressi nemici al centro ed alle ali, Cadorna concentrò con pronta decisione e mirabile rapidità una massa di manovra nella pianura, tra Vicenza, Bassano e Cittadella, per dar battaglia agli Austriaci qualora fossero riusciti a sboccare fra Thiene e Bassano. In 15 giorni 82 mila carri ferroviari e l000 autocarri raccolsero nel triangolo suin­dicato una massa di truppa non inferiore all’au­striaca, con una sufficiente dotazione di materiale. Il 10 giugno si delineò la controffensiva italiana dal­l’Adige al Brenta. Sui due versanti della Vallarsa, lungo le alture a sud del Posina-Astico, alla testata di Val Frenzela e sulla sinistra del Torrente Maso le fanterie italiane progredirono, e nei giorni seguenti aumentarono la loro pressione sulle due ali dello schieramento nemico In Vallarsa e in Val Sugana. Ma il Comando austriaco non attese lo sviluppo della manovra Italiana, e nella notte sul 25 ordinò la ri­tirata al centro per evitare di essere chiuso tra le due branche di una inesorabile tenaglia nella quale gli ideatori della spedizione punitiva avrebbero fatto troppo pietosa figura. Furono rioccupate Arsiero e Asiago e la linea italiana fu riportata innanzi con una lotta tenace protratta sino alla fine di luglio, nella quale le prime compagnie mitragliatrici “Fiat” ricevettero il loro battesimo di fuoco a M. Mosciagh, M. Fior, M. Castelgomberto. L’ufficiale degli alpini Cesare Battisti, che sulle balze del Trentino combat­teva volontario in prima linea contro gli oppressori del suo paese, cadde prigioniero degli Austriaci e fu impiccalo nel Castello di Trento (12 luglio 1916) dando alla Patria la vita dopo averle dato il pensiero e l’azione. Nella controffensiva furono raccolti 5364 prigionieri, 10 cannoni, 50 mitragliatrici; poca cosa davvero in confronto alle perdite gravissime che costò agli Italiani la battaglia tra Brenta e Adige: 35 mila morti, 75 mila feriti e 45 mila prigionieri. Ma anche il nemico sofferse perdite non meno gravi in morti e feriti, il suo orgoglio militare venne profondamente umiliato, e l’Italia mostrò ai suoi alleati di potere da sola sostenere una grande prova.

Si affermò che il fallimento dell’offensiva austriaca fu dovuto al rude colpo assestato da Brussiloff agli Austriaci nella Volinia, e si volle con tale affermazinoe negare agli Italiani il merito di aver sbarrato da soli la via agli invasori del loro paese. Ma è falso. Cadorna annunciò l’arresto dell’offensiva austriaca il.3 giugno, e Brussiloff iniziò la sua azione il 4 co­gliendo gli Austriaci assolutamente impreparati ; segno che essi non attendevano a così breve scadenza l’offensiva russa. Molti buoni reggimenti austriaci erano stati dalla Volinia trasportati nel Trentino insieme a molte batterie pesanti, ciò che favorì lo sviluppo della vittoria russa, onde è più giusto dire che Brussiloff trasse partito dall’offensiva austriaca nel Trentino per assestare il suo colpo nel momento più buono. La battaglia fra Brenta e Adige terminò con una vittoria incontestabilmente Italina, anche se gli Austriaci si ritirarono volontariamente calco­lando che gli Italiani sarebbero stati pronti a rice­verli nel piano prima che essi avessero potuto sboc­carvi. D’altra parte, dopo la splendida resistenza opposta dagli Italiani sul Piave nel giugno 1918, oggi è lecito affermare che, se gli Austriaci fossero sboc­cati nel piano, una battaglia di Vicenza avrebbe an­ticipato di due anni la battaglia del Piave e lo sfa­sciamento dell’Impero austro-ungarico.

                                         Da Gorizia al Pecinca.

Prima ancora che venisse lanciata la grande offen­siva austriaca nel Trentino, il Comando italiano aveva iniziato i preparativi per un’azione in grande stile sull’Isonzo. Essi, non interrotti durante la grande battaglia di arresto, vennero intensificati dopo la ritirata austriaca, e tra il 27 luglio e il 4 agosto i convogli ferroviari e i camions trasportarono la massa di manovra sull’Isonzo e distribuirono le varie unità ai posti assegnati nel piano generale. Intanto il 29 giugno gli Austriaci avevano attaccato a San Martino del Carso con largo impiego di gas asfissianti, e fatto irruzione nelle nostre trincee con mazze ferrate per uccidere i difensori già fuori combattimento per asfis­sia. L’atto crudele che nessuna norma di guerra po­teva giustificare, poiché equivaleva all’uccisione di un uomo morto, fu denunziato alla pubblica opinione degli Alleati e dei neutri dal bollettino ufficiale.

Il 6 agosto incominciò la grande offensiva italiana da Gorizia al mare, avente per obiettivo la testa di ponte di Gorizia, il primo bastione del Carso incuneantesi tra Gradisca e Monfalcone, il passaggio del Vallone e la presa di possesso della prima linea ne­mica ad oriente di esso. L’esecuzione del piano era affidata al Duca d’Aosta, comandante la terza Armata. L’artiglieria italiana era validamente appoggiata da molte bombarde, che con tiro indiretto lanciavano nelle trincee nemiche da breve distanza grossi proiet­tili, sconvolgendole. Per la prima volta il fante ita­liano, trasportato dal suo slancio offensivo sotto la posizione nemica, non è più arrestato dai reticolati intatti, e fornisce l’esatta misura di ciò che può se mezzi meccanici adeguati preparano il terreno alla sua azione.

Da Gorizia al mare il bombardamento delle opposte artiglierie continua implacabile, e colle vampe inces­santi stende nel cielo delle cortine di fuoco che illu­minano di luce sinistra il montagnoso teatro delle operazioni imminenti. Dovunque le fanterie sono pronte a balzare al primo cenno, e all’istante fissato (l3h 6′) le artiglierie allungano il tiro, le prime ondate scattano, rinforzate a brevi intervalli dalle succes­sive, e i reggimenti si impegnano a fondo. Il nemico sente tutta l’importanza dell’azione impegnata, e risponde fieramente ad ogni attacco con un contrat­tacco di pari energia. Gli uomini che riescono a su­perare li terreno scoperto, battuto da una tempesta di fuoco rabbioso, impegnano delle lotte tremende ad arma bianca che si risolvono sempre con netto van­taggio dei nostri. Le mitragliatrici vomitano con rapidità fulminea i loro messaggeri di morte sull’orlo delle sconvolte trincee, nei camminamenti, sull’aper­tura delle caverne, sui rincalzi accorrenti o sui nemici fuggenti, e i mitraglieri restano ai loro posti anche quando le armi individuate dal tiro nemico, vengono rabbiosamente battute e saltano in aria coi serventi. Nessuno cerca più il massimo rendimento dell’arma col minimo rischio, ma bensì di infliggere il massimo danno al nemico, a qualunque costo. Attraverso i camminamenti ingombri di morti e feriti, di mate­riale disperso, fanti e mitraglieri e zappatori del genio, fusi in un sol nucleo di irruzione, avanzano rapidamente sulle conquistate posizioni, preparano il terreno a difesa, lo presidiano, vi improvvisano postazioni per le armi.

Fino dal primo giorno si delinea chiaramente il suc­cesso delle armi Italiane. Quota 85, a sud-est di Mon­falcone, viene conquistata il 6, e il dì seguente il trico­lore sventola sulla contrastata vetta del San Michele, presa e perduta nel 1915 con tanto spargimento di sangue, mentre sul Sabotino (quota 604) le formida­bili linee di difesa austriache vengono travolte in quaranta minuti. Il giorno 8 viene completata la con­quista del villaggio di Oslavia e del Podgora (quota 240), e la formidabile testa di ponte di Gorizia, orgoglio del generale Boroevic, non è più. A sera i fanti delle brigate Casale e Pavia passano sulla sinistra dell’Isonzo di cui gli austriaci hanno fatto saltare il ponte, e la mattina seguente (9 agosto) entrano in Gorizia e corrono a trincerarsi sulle pendici occiden­tali dei colli di Santa Caterina e di San Marco.

Il 10 agosto l’ala destra della terza Armata passò il Vallone e conquistò le pendici occidentali del Nad Logem (quota 212), la sommità del Crni Hrib, e si spinse fino ad Oppacchiasella. Nei giorni seguenti venne oc­cupata quota 174 nella zona di Gorizia, raggiunta la cresta del Nad Logem sul margine settentrionale del Carso, conquistata la cima di Monte Grosso (Monte Debeli) e di quota 121 nel settore di Monfalcone. Dal 6 al 12 agosto la vittoria fruttò la cattura di 15 393 prigionieri, di cui 330 ufficiali, e di 30 cannoni.

Il 27 agosto 1916 l’Italia dichiarò la guerra alla Ger­mania, dopo avere nel luglio precedente denunciato gli atti di ostilità del governo germanico, che aveva inviatele truppe bavaresi a combattere nel Trentino, onde la guerra già esisteva di fatto.

Nel successivo trimestre l’invitta terza Armata tre volte attaccò a fondo le formidabili posizioni nemiche da Gorizia al mare, ampliando le sue conquiste e in­fliggendo gravissime perdite agli Austriaci mentre Mackensen e Falkenhayn schiacciavano la povera Romania. Chi non fu soldato dell’Italia in guerra non saprà mal qual somma di eroismi collettivi e indi­viduali costarono quelle doline e quelle montagne, forti per natura e per arte, e ritenute con ragione addirittura inespugnabili dal nero nemico. Il primo attacco, lanciato dal 14 al 16 settembre, fruttò fa cat­tura di 3994 prigionieri e la conquista di saldi punti di appoggio. Il secondo, più poderoso, fu sferrato dal 10 al 12 ottobre tra il Vipacco e quota 208, e fra Sober e Vertoiba. Esso fece cadere nelle nostre mani oltre 8200 prigionieri, e portò le nostre prime linee sulle falde del Pecinca ed alle prime case di Loquizza e di Boscomalo (Hudi-Log). Fu in questa epica battaglia che la giovine arma dei mitraglieri, gareggiando in perizia ed ardimento, in sentimento del dovere e spirato di sacrificio colle più vetuste sorelle, guadagnò colla gloriosa morte del sergente maggiore Severino Merli della 238ma compagnia mitragliatrici la prima medaglia d’oro (falde occidentali del Veliki Hribach, 12 ottobre 1916). Infine nelle giornate dal 1° al 4 no­vembre vennero presi il Veliti Hribach ed il Pecinca, raggiunto il Faiti (quota 432), e catturati complessivamente 8982 prigionieri di cui 270 ufficiali, insieme a 10 cannoni da 105 mm. Il totale dei prigionieri fatti sulla fronte Giulia dal 6 agosto 1916 saliva al 4 no­vembre a 40 363 di cui 1008 ufficiali. Altri baluardi formidabili sulla via di Trieste furono così infranti e sorpassati, altre perdite gravissime inflitte agli Austriaci, tali da costringerli a rallentare la pressione esercitata sulla Romania e da concedere ai Russi un tempo più che sufficiente per varcare in forze il con­fine romeno e mutare in quello scacchiere le sorti della guerra. Ne fu colpa dell’Italia se la Russia, già guasta all’interno dal tarlo della rivoluzione, non spiegò a vantaggio della Romania quell’azione rapida ed efficace che gli Alleati da essa attendevano.

Le offensive italiane e le controffensive austriache sull’Isonzo dall’agosto al novembre costarono 45 mila morti, 112 mila feriti, 20 mila prigionieri. Il totale delle perdite subite su tutto il fronte, dallo Stelvio al mare nell’anno 1916 fu di 118 880 morti, 285 620 fe­riti, 79 520 prigionieri.

L’Austria di Sua Maestà Apostolica si consolò dei gravissimi scacchi subiti sul Carso impiccando a Pola Nazario Sauro (agosto 1916), l’ardito marinaio istriano che più volte sugli agili navigli d’Italia andò a pro­vocare le navi austriache nei loro porti muniti, e continuando il sistematico massacro di donne e di bambini. L’11 novembre 1916 altre 60 persone vennero uccise nella indifesa città di Padova dalle bombe degli aviatori austriaci, molte altre rimasero ferite e il patrimonio artistico della vetusta città subì danni non lievi.

Il 23 agosto 1916 sbarcarono a Salonicco i primi con­tingenti della 35ma divisione italiana, i cui battaglioni si copersero di gloria in Macedonia, mantenendo sal­damente il possesso di quota 1050 contro gli attacchi della Guardia prussiana sostenuta da potente arti­glieria. Le nostre truppe seppero cosi bene assolvere il compito loro affidato, che il Comando in capo in­teralleato si oppose poi sempre ad un loro trasferi­mento in altro settore. Per rendere sostenibile la posizione sottoposta ad assiduo bombardamento nemico e priva di ripari naturali, compirono con dif­ficoltà e sacrifici grandissimi ingenti lavori di forti­ficazione scavando 110 km di trincee e camminamenti profondi da 1,10 a 2 metri, per la massima parte su terreno roccioso, costruendo circa 500 caverne e sten­dendo 130 km di reticolati. Nel mese di agosto il Corpo d’Armata operante in Albania occupò la costa al sud di Valona, da Aspri-Ruga, a Capo Kephali. Nel mese di ottobre completò l’occupazione dell’Albania meridionale, presidiò le località di Santi Quaranta e di Argyrocastro nell’Epiro, ed operò la sua con­giunzione coll’ala sinistra dell’esercito d’Oriente.

                                                   

LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(seconda parte)

Nell’inverno crudele 1916-17 il fante italiano, ag­grappato alle sue trincee, sostenne con sereno co­raggio le offese della stagione come nei mesi infocati dell’estate aveva sostenuto quelle nemiche. Nelle zone più elevate la temperatura scese a 28 gradi sotto zero, e le valanghe infierirono con maligna vio­lenza contro gli intrepidi custodi dei passi alpini. Molti valorosi risparmiati dal piombo nemico mori­rono così miseramente schiacciati, e moltissimi do­vettero essere ritirati negli ospedali pel congelamento degli arti inferiori. Sul Carso la pioggia e la bora flagellarono le trincee, poco profonde per la natura pietrosa del suolo carsico, e i ricoveri situati nelle doline. Intanto l’esercito aumentò le sue riserve di uomini e la sua artiglieria, migliorò i servizi tecnici, aggiunse alle compagnie mitragliatrici «Fiat» nu­merose compagnie «Saint Etienne» più adatte per le postazioni fisse mentre la «Fiat», assai più leggera, si prestava meglio alla manovra.

La marina da guerra, che per opera di alcuni scel­lerati aveva sofferto nell’agosto 1916 un’altra grave iattura nel porto di Taranto, l’affondamento della Leonardo da Vinci, cercò invano cento volte a bat­taglia nelle acque di Pola e di Cattaro la flotta ne­mica. E poiché gli Austriaci, immemori degli ardi­menti di Tegethoff, non uscirono a battaglia, compì con altissimo sentimento di abnegazione il servizio di polizia del mare, scortando i convogli delle nostre navi che mantenevano le comunicazioni colle colonie o rifornivano i reparti guerreggianti in Albania e in Macedonia, e dando caccia ai sommergibili nemici. Il marinaio italiano diede così innumerevoli prove di valore e di audacia ignote al profano che non sa la durezza della vigilanza sul mare né i patimenti della trincea, ma profondamente scolpite nell’anima di chi servì la Patria in guerra. Questi ricordi sono il conforto degli Italiani nelle amarezze dell’ora pre­sente e la garanzia di un più prosperoso domani. In cordiale collaborazione coll’esercito la marina con­corse anche efficacemente a preparare nuovi poderosi mezzi di offesa sul basso Isonzo, in vista delle future battaglie destinate a scuotere sempre più terribil­mente le organizzazioni difensive nemiche. Nella bassura paludosa sottostante l’Isonzo, senza ripari naturali, soggetta alle frequenti inondazioni del fiume, la postazione e il servizio delle artiglierie pe­santi necessarie a controbattere quelle nemiche co­stituiva un problema di grande difficoltà. La marina portò a centinaia i grossi cannoni tolti agli arsenali o alle batterie di navi antiquate, e quindi di scarso valore bellico, fra gli acquitrini del basso Isonzo, ve li piazzò con tutti i servizi e ve li tenne sotto l’in­furiare dell’artiglieria nemica scaglionata per tutta la profondità del Carso, e contro le piene travolgenti dell’Isonzo. E nell’agosto 1917 i monitori tipo Faà di Bruno, armati con due pezzi da 381 mm, martellando incessantemente le opere di Duino e i rovesci dell’Hermada, costituirono la più grave minaccia all’ul­timo baluardo nemico sulla via di Trieste.

Il 1° marzo 1917 il barone Conrad, capo di Stato Maggiore austriaco, venne dall’imperatore Carlo eso­nerato dall’altissima carica e nominato comandante delle truppe austriache nel Trentino. Il nuovo capo di Stato Maggiore austriaco fu il generale von Arz. Boroevic comandava sempre l’Isonzo Armee, e tutti e due erano sottoposti all’arciduca Eugenio, coman­dante del fronte sud-occidentale austriaco. Il gene­rale Cadorna che, come ammise lo stesso Conrad, si armava sempre più profondamente, accuratamente e potentemente, e migliorava ogni attacco, diede nel maggio 1917 un’altra poderosa scossa ai baluardi au­striaci sull’Isonzo, coll’obbiettivo di rettificare le linee Italiane da Tolmino al mare colla conquista del Cucco e del Vodice e lo sfondamento delle linee austriache nella parte meridionale del Carso.

Dopo un vigoroso bombardamento continuato dal 12 al 14 maggio, a mezzogiorno le fanterie italiane della seconda Armata diedero la scalata al Cucco, al Vodice e a Monte Santo. Infranta con travolgenti attacchi la resistenza austriaca, occuparono quota 383 a nord-est di Plava, le pendici del Cucco, la selletta tra Cucco e Vodice e le pendici del Santo, ma si accanirono invano con sforzi eroici contro le alture di Santa Caterina e di San Marco ad oriente di Go-rizia. Nella notte sul 15 due battaglioni varcarono l’Isonzo tra Loga e Bodres, per far credere a un prin­cipio d’azione contro la Bainsizza; poi, compiuta la loro azione dimostrativa, ripassarono il fiume. Il 16 maggio furono raggiunti il Cucco (quota 611) e quota 524 del Vodice ; il 16 fu sistemato a valida difesa tutto il baluardo del Cucco ; il 18 fu conquistata quota 652 del Vodice. Gli Austriaci reagirono ferocemente a questa offensiva che col raggiungimento dei suoi obiettivi minacciava di fianco il formidabile bastione difensivo ad oriente di Gorizia. Una lotta infernale arse sul Vodice e sul Cucco fino al 25 maggio; sulle posizioni nuovamente conquistate i fanti italiani so­stennero bombardamenti di eccezionale intensità e durata, e respinsero alla baionetta i contrattacchi, mentre le mitragliatrici, per la prima volta nume­rosissime, bloccavano i nemici nelle caverne, con­trobattevano le armi similari nemiche e falciavano col tiro micidiale le masse attaccanti prima che giun­gessero dinanzi alle nostre trincee. Dopo il 25 maggio l’intensità della battaglia decrebbe in quel settore e il massiccio del Cucco e del Vodice rimase in saldo possesso dei vincitori.

La terza Armata attaccò sul Carso il 23 maggio, sfondando le linee nemiche da Castagnavizza al mare, ed occupando Jamiano, Boscomalo, Lucatich e le Quo­te 92-77-58-21. Il 24 avanzò fino alla linea foce Timavo-Flondar-quota 31-quota 235-quota 247-Versic, e nelle successive giornate fino al 27 occupò le alture tra Flondar e Medeazza, quota 200 a nord di Versic, quota 145 a sud-ovest di Medeazza, passò il Timavo e si spinse fino a San Giovanni. Poi il fante italiano, esaurito il suo slancio offensivo e le sue riserve, so­stenute perdite gravissime fra quei sassi strappati uno ad uno al nemico coi brandelli della sua carne e i fiotti del suo sangue generoso, sopportò forte e modesto il martirio del contrattacchi e dei tiri di concentramento del nemico furibondo. Furono cat­turati dal 14 al 27 maggio 23 681 prigionieri, 36 can­noni, 148 mitragliatrici.

Boroevic capì la gravita del colpo recato al suo ul­timo baluardo difensivo sulla via di Trieste, e volle farsi largo ad ovest con un potente contrattacco. Nelle giornate del 3 e 4 giugno lanciò le sue masse all’attacco e riuscì a progredire nel settore di Jamiano e di Flondar, ma non potè ritogliere agli Ita­liani i maggiori guadagni della recente offensiva.

L’11 giugno il Comando italiano sferrò un’altra violenta offensiva sull’altipiano di Asiago e vi ruppe le prime linee austriache nella parte settentrionale. Questa azione culminò il 19 colla conquista della vetta dell’Ortigara, e per confessione di Conrad poco mancò non riuscisse ad aprire una larga breccia nelle difese nemiche, rinsaldate alla meglio coll’impiego dell’artiglieria sulla linea della fanteria. Un secondo attacco avrebbe dato agli assalitori le posi­zioni e le artiglierie, e aperto all’invasione italiana il Trentino. Ma il maltempo ed altre circostanze furono avverse agli Italiani, più avvezzi a guada­gnare con duri e gloriosi sacrifici la vittoria che a coglierne i frutti. Nello stesso tempo le truppe operanti nell’Albania occuparono Giannina, nell’Epiro (10 giugno).

In agosto, mentre i nemici premevano fortemente le linee russo-romene in Moldavia, gli Italiani ini­ziarono l’undecima battaglia dell’Isonzo. Il giorno 18 tuonò il cannone da Tolmino al mare, e il 19 le fan­terie italiane si lanciarono in massa all’attacco su tutta la fronte del medio e basso Isonzo per il rag­giungimento degli obiettivi assegnati. La seconda Armata doveva, con rapida manovra aggirante, secondata da vigorosi attacchi frontali, conquistare l’altipiano della Bainsizza, minacciare di aggiraramento le alture ad oriente di Gorizia e la testa di ponte di Tolmino. Se gli obiettivi proposti venivano raggiunti, il paesaggio del vallone di Chiapovano e una rapida marcia attraverso la selva di Tarnova potevano paralizzare la disperata difesa dell’Hermada (Monte Quercete, q. 323) attac­cata di fronte dalla terza Armata e battuta furio­samente dal mare coi supercalibri dei monitori. Le fanterie del XXIV Corpo d’Armata passarono l’Isonzo a nord di Anhovo su 14 ponti, e si lanciarono all’at­tacco della linea nemica Monte Cervaro (Iellenig)-Verh sulla quale gli Austriaci opposero disperata resistenza. Il Monte Cervaro (quota 788) e il Cucco (quota 711) vennero rapidamente conquistati, ed il fante italiano, travolte le difese nemiche, aggirò le tre linee difensive del Semmer, del Monte Cavallo (Cobillig, quota 627) e di Madoni, che attaccate anche di fronte furono rotte e isolarono il Monte Santo (quota 682). Il 24 agosto su questa vetta aspramente contesa sventolò il tricolore Italiano. Su aspro e impervio terreno il fante avanzò per una profondità varia da 6 a 9 km in linea d’aria, conquistò l’alti­piano della Bainsizza e ne raggiunse i margini orientali.

Mentre la seconda Armata raggiungeva con rapida e ardita manovra i suoi obiettivi quasi al completo, la terza lottava senza tregua sul Carso dinanzi alla forte posizione di Stari Lokva e all’Hermada. Quivi le brigate tornarono cento volte all’assalto con eroi­smo sovrumauo, e pagando a carissimo prezzo ogni pol­lice di terreno couquistato oltrepassarono le difese ne­miche fra Corite e Sella del Carso (Selo) e tocca­rono più volte la cima dell’Hermada, che non pote­rono tenere perché solo una manovra aggirante poteva far cadere questo baluardo. Come dice il Novak nel recente volume Der Weg zur Katastrophe, scritto sotto la diretta ispirazione di Conrad, Boroevic aveva aspettato il vero attacco al mare e quivi concentrate le sue riserve che poterono, con un disperato sforzo, resistere all’urto. Prima che egli potesse spostare una parte del suoi battaglioni verso il nord, gli Italiani presero l’altipiano della Bainsizza, e l’aggiramento dell’Hermada con una avanzata al nord dei monti del Carso si delineò nella mente sconvolta del maresciallo austriaco e prese le forme di un disastro irreparabile. Ma Bo­roevic fu fortunato. La stanchezza delle truppe che avevano vinto la più gigantesca delle undici battaglie dell’Isonzo e la mancanza di munizioni costrinsero il Comando Italiano ad interrompere una battaglia che avrebbe portato i colori Italiani a Lubiana e a Trieste e coronato l’opera metodica, tenace, instancabile del generale Cadorna.

La battaglia della Bainsizza indusse lo Stato Mag­giore germanico a fornire all’Austria gli aiuti necessari per lanciare una offensiva in grande stile contro l’Italia, mentre per lo innanzi, a detta di Conrad, Falkenhayn s’era mostrato costantemente av­verso ad ogni impresa di tal genere perché non con­siderava la sconfitta dell’Italia come decisiva perla guerra europea. Segno che al Quartier Generale te­desco si divideva oramai l’opinione di Conrad, se­condo il quale la dodicesima battaglia impegnata dal Comando italiano con truppe fresche e riposate avrebbe determinato una crisi, e l’Italia avrebbe vinto l’Austria senza l’aiuto della Russia. Cosi i capi militari degli Imperi Centrali erano concordi nel ritenere che se Boroevic era riuscito ancora una volta con sforzi disperati a tenere l’Hermada e ad aggrap­parsi al costone orientale del San Gabriele, la pros­sima spinta italiana avrebbe travolto queste ultime difese, raggiunta Trieste, aggirata Tolmino e compiuti passi giganteschi verso il cuore della Monarchia danubiana. La sciagura di Caporetto non deve far obliare che gli sforzi assidui e i diuturni sacrifici dell’esercito ci avevano di tanto avvicinato alla meta.

Nel settembre fu respinto un furioso attacco au­striaco da Castagnavizza al mare. Il successo iniziale ottenuto dal nemico tra quota 146 a nord-est di Flondar e la galleria ferroviaria a nord-est di Lokavac venne neutralizzato da contrattacchi italiani che fruttarono 2090 prigionieri (4 settembre). Per tutto il mese continuò sanguinosa la lotta sul San Gabriele (quota 646), a nord-est di Gorizia, dove le Fiamme Nere e le Fiamme Rosse raggiunsero e tennero la cresta del monte, catturando con arditi colpi di mano grossi nuclei nemici.

Dal 18 agosto all’8 settembre furono raccolti 30 671 prigionieri, 145 cannoni, 322 mitragliatrici. Le offen­sive italiane e le controffensive austriache sull’Isonzo dal maggio al settembre 1917 ci costarono 92 mila morti, 226 mila feriti, 46 mila prigionieri. L’of­fensiva italiana e la controffensiva austriaca del giugno nel Trentino 9 mila morti, 25 mila feriti, 3 mila prigionieri.

Caporetto.

Dopo la battaglia della Bainsizza, Ludendorff, vi­vamente sollecitato da Conrad, si decine « con mezzo cuore » alla grande offensiva contro l’Italia per sal­vare Trieste. Secondo il Novak fino dal dicembre 1916 Conrad aveva progettato un attacco nella regione fra Plezzo e Tolmino, con la spinta principale da Tolmino. Aveva studiato il piano in tutte le particolarità: la marcia d’avvicinamento delle truppe, il loro numero, la disposizione dell’artiglieria, la costruzione delle necessarie ferrovie d’aiuto. Con tutto ciò egli non ebbe il comando della nuova spedizione puni­tiva, e nemmeno Boroevic, che aveva ottenuto i mi­gliori successi austriaci difendendo disperatamente sul fronte isontino ogni palmo di terreno e contrat­taccando instancabilmente. Una volta decisa di par­tecipare all’azione, la Germania volle per sé la scelta del duce, offendendo senza riguardi l’amor proprio dell’Austria nell’atto stesso di recarle aiuto. Von Below fu scelto a guidare l’attacco, con una Armata forte di 6 divisioni germaniche e 7 austro-ungariche (14ma Armata), ed una larga dotazione di artiglieria, da montagna. Tra le sue truppe era anche l’Alpen Korps dei Bavaresi.

Dopo una perfetta preparazione egli iniziò l’offen­siva fra le pendici meridionali del Rombon e la re­gione settentrionale dell’altipiano di Bainsizza con un violento bombardamento e larghissimo impiego di gas asfissianti e lacrimogeni, dirigendo di prefe­renza i tiri contro i centralini, i nodi telefonici, gli osservatori e i posti di comando per isolarli. All’alba del 24 ottobre, muovendo dalla testa di ponte di Tolmino, egli attaccò con forti masse le posizioni anti­stanti, difese dal IV e dal XXVII Corpo d’Armata, coll’obiettivo di sfondarle, raggiungere le testate del Judrio e del Natisone e puntare rapidamente su Udine. I cacciatori tirolesi della 24ma divisione (gene­rale Krauss) aprirono la prima breccia sopraffacendo la nostra 50ma divisione che difendeva Plezzo e co­stringendola a ritirarsi verso la stretta di Zaga. La 12ma divisione germanica sfondò le nostre linee del fondo valle Isonzo, e nel pomeriggio, travolte le ul­time riserve del IV corpo, si impadronì di Caporetto. La 50ma divisione, avuta notizia della caduta di Ca­poretto, abbandonò la stretta di Zaga ritirandosi sullo sbarramento della valle Uccea. La nebbia aveva permesso la preparazione indisturbata dell’offensiva nemica; l’umidità e la pioggia limitarono l’efficacia delle ricognizioni e del nostro tiro durante l’azione. Le artiglierie, isolate dai tiri di distruzione, non eb­bero obiettivi precisi, e le fanterie sorprese furono colte dal timor panico, senza che alcuna efficace azione venisse spiegata per neutralizzarne i perni­ciosi effetti. Così si spiega la rapidità favolosa con cui la l2ma divisione germanica potè occupare Capo­retto poche ore dopo il primo urto! Tuttavia qua e là, sopra una cresta o un costone, in una trincea o sopra un terreno scoperto, valorosi nuclei tenuti in pugno da ufficiali amati tenevano atto con fulgido eroismo e generoso sacrificio il nome dell’esercito italiano. Senza preoccuparsi di questi nuclei di resi­stenza, il nemico nella notte sul 25 e durante la gior­nata alimentò con poderose masse la sua offensiva e la continuò con estrema violenza. Raggiunte le te­state del Judrio e del Natisone, puntò velocemente su Udine. I reparti battuti della seconda Armata da Monte Maggiore ad ovest di Auzza ripiegarono in di­sordine sulla linea di confine e resero inevitabile lo sgombero totale dell’altipiano della Bainsizza. Ma la 5a brigata bersaglieri teneva ancora alla fine del se­condo giorno la posizione del Globocak, alla stretta di Aùzza, difendendosi e contrattaccando instancabile, magnifica.

Superata in più punti la linea di confine tra Monte Canin e la testata del Judrio, il nemico raggiunse lo sbocco delle valli, dilagò nel Friuli, occupò Cividale e Udine (27-28 ottobre). Da Auzza al mare la terza Armata e i reparti della seconda che ancora resiste­vano rimanevano schierati fronte ad est mentre a grandi giornate von Below al avvicinava al Tagliamento, e Krobatin, che all’inizio dell’offensiva aveva le sue divisioni schierate dal Paralba al Rombon, raggiunto l’alto Tagliamento, tagliava fuori il set­tore carsico e rendeva pericoloso un nostro schiera­mento nella pianura friulana, minacciandone la sinistra. Ritirarsi con rapidità significava rendere meno gravi le proporzioni del disastro, onde la dolorosa decisione fu presa, per quanto costasse abbandonare quel modesto lembo di terra costato il fiore del no­stro sangue (26 ottobre). Il Comando, non prevedendo tanta jattura, aveva concentrato nelle immediate retrovie enormi provvigioni da bocca e da fuoco che caddero in mano al nemico o dovettero essere di­strutte.

La dolorosa ritirata incominciò. La terza Armata, che aveva fino all’ultimo respinti sul Carso i vio­lenti attacchi diversivi di Boroevic, nella notte sul 28 ottobre abbandonò lacrimando di cruccio il campo delle sue glorie e si ritirò in buon ordine, sebbene, incalzata da presso dal nemico baldanzoso, subisse perdite gravi nei ripetuti tentativi di rallentarne la marcia in pianura. Ma molti reparti della seconda Armata, completamente sfasciati, gettavano inces­santemente sulle congestionate vie della fuga mi­gliaia e migliaia di uomini senz’armi, senza disciplina, preoccupati solo d’avere ad ogni costo un tozzo di pane. Fuggivano coi soldati molti abitanti delle terre sgombrate, atterriti all’annunzio che il nemico era alle porte, ed aumentavano l’orrore, la confusione e la pena, tanto che in quei giorni di passione fu arduo non disperare delle sorti della Patria.

Il 28 ottobre furono rotti i ponti sull’Isonzo ed al­cuni reparti di copertura spiegarono efficace azione nel ritardare l’avanzata nemica. Il 30 furono segna­lati combattimenti sulle colline di San Daniele del Friuli, a Pasian Schiavonesco e a Pozzuolo; il 31 i reggimenti Genova e Novara cavalleria si sacrifica­rono eroicamente e permisero alla terza Armata di compiere quasi al completo il suo ripiegamento sul Tagliamento. Il 4 novembre gli invasori varcarono il fiume a monte di Pinzano ed accentuarono la pressione contro la sinistra dello schieramento italiano, che fu portato alla Livenza. Intanto le truppe della Carnia e la quarta Armata, che presidiava la Linea dalla Val Sugana alle Dolomiti, dovettero seguire la ritirata generale per non essere tagliate fuori dall’avanzata di Krobatin e attaccati di fianco da Conrad, che dalle dominanti posizioni del Trentino, as­setato di révanche, credette venuto il vero momento della passeggiata militare a Milano. II 7 novembre si combattè ancora per ritardare l’avanzata del ne­mico tra le colline di Vittorio e il confluente del Mon­ticano colla Livenza, e finalmente il 9 le retroguardie italiane poterono passare il Piave dalla stazione di Susegana al mare, e far saltare i ponti.

Conrad iniziò il suo attacco sull’altipiano il 10 no­vembre, quando la prima Armata italiana era già collegata colla quarta nel tratto di fronte tra Brenta e Piave. Ma non fu fortunato. Era destino che questo tenace e irreducibile nemico dell’Italia, che fino dal 1907 voleva sbarazzarsi dell’incomoda alleata, vedesse fuggire lontano la meta quanto più credeva d’averla vicina. Aveva ceduto un terzo delle sue truppe a von Below per lo sfondamento di Caporetto e non le aveva più riavute, sebbene dopo la ritirata italiana dietro il Piave le truppe austriache agglomerate nella pia­nura veneta non potessero venire impiegate, perché il passaggio del Piave esigeva nuovi, grandi prepa­rativi. Conrad pregò l’Imperatore e il capo di Stato Maggiore, von Ara, di mandargli subito truppe, per­ché l’attacco sferrato sull’altipiano di Asiago doveva riuscire prima che giungessero gli aiuti francesi e inglesi allora appena in movimento; ma solo alla fine di dicembre gli giunsero due divisioni stanche, in­sieme all’ordine di interrompere ogni combattimento. Ludendorff ritirò le truppe tedesche per mandarle sul fronte occidentale, considerando «come cosa pu­ramente austro-ungarica ciò che era in realtà una questione decisiva per le Potenze centrali ». Queste le ragioni addotte da Conrad per spiegare la sua più amara delusione sul fronte italiano. Ma c’è nelle sue parole una preziosa confessione: la grande offensiva fu interrotta per il ritiro delle truppe germaniche. Dunque anche dopo lo sfacelo della Russia, anche dopo Caporetto, l’Austria da sola non sapeva battere l’I­talia. Per lo storico che scriverà senza passione il racconto di quelle epiche giornate la ragione dell’in­successo di Conrad fu un’altra: quella stessa che spiega l’insuccesso di Krubatin e di von Below tra Brenta e Piave, e di Boroevic da Susegana al mare. Fu la risurrezione dell’anima italiana, troppo presto creduta morta e sepolta.

Le prime notizie del disastro di Caporetto produs­sero da un capo all’altro d’Italia un senso di dolo­roso stupore. Nessuno le aspettava. Ma il nemico non ottenne dal suo colpo vibrato con tanta violenza l’ef­fetto morale che sperava. Anzi, ottenne l’opposto. Il Paese minacciato sentì pari alla gravita del pericolo la sublimità del dovere, ed offerse all’esercito com­battente lo spettacolo insigne di una compattezza morale che invano si era sperata nei giorni più belli delle vittorie isontine, di un sentimento di dolore di­gnitoso e profondo, di un nuovo spirito di sacrificio che era troppo superiore ai bassi calcoli, materiali di affarismo, di chi voleva l’umiliazione e la rovina della Patria. L’esercito, riconfortato da questo spettacolo, eccitato dalle voci strazianti che giungevano dall’altra sponda del Piave, fece barriera del suoi petti Alle ondate nemiche, dando tempo all’arma del genio di preparare gagliarde difese e all’industria di rin­novare il materiale bellico perduto nel disastro.

Nella notte dell’8 novembre il generale Armando Diaz, il valoroso comandante del XXIII Corpo, assunse l’ufficio di capo di Stato Maggiore lanciando all’eser­cito un ordine del giorno di poche parole che era anche un programma: « Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e conto sulla fede e sulla abnegazione di tutti. » Contemporaneamente il Re indirizzava agli Italiani un proclama degno di Casa Savoia.

All’appello del Re rispose in nome del Paese il Par­lamento colla solenne manifestazione di concordia e di fede del 14 novembre. Intanto alcuni Corpi d’Ar­mata francesi e inglesi scendevano in Italia coi ge­nerali Fayolle e Plumer: ma l’esercito italiano volle tutto per sé l’onore ed il dovere di fermare l’inva­sione nemica, e, mirabile strumento di guerra nelle mani dei generali Diaz e Badoglio, fu pari al duro compito.

Il 10 novembre Conrad iniziò le sue operazioni sul­l’altipiano di Asiago attaccando la linea quota 1674 di Meletta di Gallio Monte Longara-Gallio. Dopo essere stato quattro volte ributtato, potè occupare il 13 Monte Longara, ed attaccare la linea Monte Sisemol-Meletta davanti-Monte Fior-Monte Castelgomberto. Con sforzi eroici, senza cedere un palmo di terreno, la prima Armata difese il caposaldo delle Melette contro attacchi avvolgenti fino al 4 dicem­bre, poi si ritirò palmo a palmo dinanzi alla schiac­ciante preponderanza dei mezzi d’offesa, abbando­nando prima il tratto Monte Tondarecar Monte Badenecche, poi Monte Fior e Monte Castelgomberto, dove alcuni reparti alpini rimasti isolati preferirono al ripiegamento il glorioso sacrificio di una eroica difesa ad oltranza (5 dicembre). Il 6 gli Austriaci tentarono di sfondare la nostra linea al sud di Gallio e con rinnovato furore si batterono 12 ore sul Sisemol, ottenendo altri successi locali senza riuscire a rom­pere la salda compagine delle linee italiane. Finalmente dal 23 al 25 dicembre attaccarono il settore orientale dell’altipiano e superarono le nostre difese nel tratto Busa-Monte di Valbella, ma non poterono sboccare nella pianura dove Conrad aveva promesso ai suoi soldati un dolce riposo allietato dal vino e dalle donne d’Italia.

Tra Brenta e Piave la quarta Armata fu degna della grandezza dell’ora. Il 13 novembre le forze austro-germaniche di von Below occupavano la linea Tezze-Lamon-Fonzaso-Arten-Feltre. Il 14 couquistarono Monte Tomatico, il 18 attaccarono a sud di Quero la nostra linea Monte Monfenera- Monte Tomba, ma vennero costantemente ributtate in una battaglia durata quattro giorni. Il 24 ripresero l’azione, ma vennero sanguinosamente respinte dal Monte Pertica al Monfenera in un’azione che fruttò imperituri allori alla 56° divisione ed al battaglione alpino “Monte Rosa “. Il 26 gli Austriaci vennero ancora travolti sul Col della Berretta e dovettero sospendere 1’azione per riparare alle perdite gravissime. La battaglia riarse l’11 dicembre su Col della Berretta, Col del­l’Orso, Monte Spinoncia, e sulle difese di Val Calcino, e continuò con epica grandezza fino al termine del­l’anno. Col Caprile fu perduto il 14 dicembre, ma tutti i tentativi austriaci di spingere la loro linea , a sud di Col Caprile e Monte Pertica non riuscirono. Il 17 venne decimata sul Monte Solarolo una divi­sione di cacciatori germanici, il 21 fu riconquistato l’Asolone, il 30 i Francesi attaccarono le posizioni austriache sul Monte Tomba, tra Osteria di Monfenera e Naranzine, catturando 1400 prigionieri, mitra­gliatrici e cannoni. Il 14 gennaio 1918 furono ricon­quistate alcune posizioni sul Solarolo. In sostanza il baluardo del Grappa, che ebbe l’onore di simbo­leggiare la Patria, non fu scosso, il collegamento tra le Armate della montagna e quelle della pianura fu saldamente mantenuto, e il tentativo nemico di rin­novare il disastro di Caporetto con conseguenze per noi catastrofiche fallì. I Tedeschi di von Below lo capirono, e se ne andarono.

Boroevic, che doveva condurre l’imperatore Carlo a Venezia, l’11 novembre riuscì a passare il Piave a Zenson, a monte di San Donà, e a crearsi una testa di ponte. Nelle successive giornate forzò il passaggio del fiume anche in altri punti, dove arse lotta san­guinosa. Ma nell’ansa di Zenson e tra Piave e Piave Vecchio gli Austriaci vennero serrati da presso; a Folina furono annientati dalla brigata Lecce, a Fagarè decimati dalla divisione Novara. Le perdite di Bo­roevic furono così gravi, che egli non riunovó i ten­tativi di allargare le sue conquiste sulla destra del Piave, e dovette invece subire la pressione energica del fanti italiani, che tra il 27 e il 31 dicembre riu­scirono a distruggere la testa di ponte di Zenson. Negli ultimi giorni di dicembre gli Austriaci sfo­garono la rabbia della delusione patita bombardando atrocemente le città del Veneto che non erano riu­sciti a conquistare, forse sperando che la dispera­zione delle popolazioni civili desse il tracollo alla nostra resistenza! Il 26 fu combattuta una vera battaglia aerea nel cielo di Treviso, dove 11 appa­recchi nemici furono abbattuti ; il 28 e il 29 Padova fu straziata nei suoi monumenti e nei suoi abitanti, dei quali 16 furono uccisi e 63 feriti; il 31 la bar­barie nemica si sfogò su Vicenza, Bassano, Castelfranco, Treviso, dove si deplorarono altri 13 morti e 44 feriti.

Intanto sul basso Piave i marinai gareggiavano in valore coi fanti; e poichè l’invasione del Veneto aveva accresciuto il pericolo di offese alla nostra costa adriatica, la marina dalla foce del Piave ad Otranto munì la costa di treni armati e di batterie fisse di grosso e medio calibro che, incrociando in ogni punto i loro fuochi, esclusero ogni offesa delle forze navali nemiche. E a riaffermare anche nei giorni della sventura la perizia, l’audacia e lo sprezzo del pericolo che sempre furono sue doti caratteristiche, il marinaio italiano entrò nel porto di Trieste con naviglio sottile e vi silurò la corazzata Wien (10 dicembre 1917). La nave era vecchia e di assai scarso valore bellico, ma ciò non sminuiva il merito di chi aveva osato.

L’offensiva austro-germanica costò all’Italia dal 24 ottobre al 31 dicembre 1917 perdite gravissime: 37 mila morti, 91 mila feriti, 325 mila prigionieri, oltre alla miglior parte delle nostre armi e dei nostri rifornimenti. I morti del mese di ottobre furono 22 100, e i feriti 47700, il che prova indiscutibilmente che anche a Caporetto gli Italiani si batterono. Le perdite totali dell’anno 1917, il più grave della nostra guerra, furono di 152 790 morti, 367 200 feriti, 398370 prigionieri.

LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(terza parte)

La battaglia del Piave.

Nei primi mesi del 1918 l’esercito italiano divenne sempre più formidabile strumento di guerra. L’aiuto degli Alleati, lo sforzo dell’industria paesana, i sacrifici dei cittadini lo rifornirono di quanto a Caporetto era andato perduto; l’opera illuminata del nuovo capo di Stato Maggiore, che si rivelò buon psicologo oltreché abile condottiero, ne rialzò il morale. Scar­tato il sistema d’una troppo rigida disciplina formale e cessato l’abuso delle troppo severe sanzioni che terrorizzano, si cercò di guadagnare 1’animo del soldato trattandolo con forme più in armonia col caratteri nostro e colle tradizioni dell’esercito. Fu migliorato il rancio, non furono più lesinate le li­cenze, si persuade il soldato che la caserma e la trincea non escludevano la soddisfazione del dovere compiuto, che la gerarchia non escludeva l’affetto. Una propaganda tenace, instancabile, illuminò e for­tificò l’animo del nostri e scosse la compagine morale del soldati nemici. Così si ottenne che sul Piave gli Austriaci non dovevano passare e non passarono; credettero di schiacciare l’Italia con una seconda Caporetto e trovarono per sè una seconda Sadowa.

Durante l’inverno e la primavera del 1918 l’Italia raccolse le sue forze in attesa dell’urto formidabile che presentiva prossimo. Il 12% della sua popola­zione era sotto le armi, tanto che l’estrema deficenza di mano d’opera apportava gravi danni alla economia nazionale; ma non pensò a lagnarsene. E sopportò anche con calma e fierezza le nuove offese aeree del nemico, che il 26 gennaio tornò a bombardare Treviso e Mestre, il 3 febbraio Venezia, Padova e daccapo Treviso e Mestre, l’11 marzo Napoli, seminando dappertutto la morte tra gli innocenti. L’eser­cito si allenò e migliorò le sue posizioni montane con ardite operazioni che allargavano il cuore alla speranza. Il 28 gennaio attaccò impetuosamente le posizioni nemiche sulle alture ad oriente della conca di Asiago, catturando 1500 prigionieri ; il 29 riconquistò Col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella, e prese ancora 2600 prigionieri, 6 cannoni e 100 mi­tragliatrici, II 31 ributtò un tentativo austriaco di riprendere Monte Valbella. Nella primavera ricon­quistò il Monte Corno (1765 m.) in Vallarsa (10 mag­gio). Nella regione del Tonale gli alpini, in mezzo a difficoltà di terreno rese asprissime dai ghiacci e dall’accanita resistenza nemica, conquistarono Cima dello Zigolon (3040 m.), Cima Presena (3069 m.), la Conca dei Laghi di Presena e il Passo del Monticello (2550 m.), catturando anche 870 prigionieri, 12 cannoni, 14 bombarde, 25 mitragliatrici (25-26 maggio).

La battaglia del Piave fu preceduta dal glorioso episodio di Premuda. Le dreadnoughts austriache dopo tanto tempo uscivano finalmente da Pola, presumibilmente per unirsi alle altre navi della flotta concentrate a Cattaro e rompere con un’azione formidabile il blocco nel canale di Otranto, tanto efficente che sette sommergibili tedeschi vi erano stati affon­dati in un mese. Ma Luigi Rizzo silurò presso Premuda la Santo Stefano, capolinea della divisione navale uscita da Pola, e il grande piano austriaco fu sconvolto (10 giugno). Era la prima volta che alle marine alleate toccava l’onore e la fortuna di silu­rare una dreadnought nemica: l’Italia festeggiò il suo eroe, e trasse dall’ardita impresa i migliori auspici per l’imminente battaglia sul Piave.

Secondo il Novak Conrad aveva proposto un attacco alle due parti del Brenta e un colpo concomitante su Treviso. Chiese per la battaglia in montagna 25 divisioni e ne ebbe 17; ma egli contava assai sui 2800 cannoni che poteva portare sul fronte d’attacco, agli ordini del miglior generale d’artiglieria dell’eser­cito che aveva aiutato a decidere una serie di bat­taglie sull’Isonzo. Ma le munizioni non corrisposero: le granate a gas non diedero gas, i shrapnels non esplosero…. Per colmo di sventura il 14 fece cattivo tempo. D’altra parte il Comando Supremo austriaco aveva creduto di dover migliorare il piano di Conrad, e n’era uscito un piano completamente nuovo, per cui tutto il fronte dal confine svizzero all’Adriatico attaccò. Ma la generalizzazione dell’attacco lungo tutta la fronte ebbe per effetto che mezzi e forze non poterono essere riuniti a sufficenza in un unico posto. Queste le giustificazioni di Conrad, che dopo la battaglia del Piave fu esonerato dal comando. A noi viene da pensare, dinanzi a queste lamentele, che se il solo Conrad avesse attaccato nella zona mon­tana, non avrebbe nemmeno avuto la consolazione di dividere con Boroevic la responsabilità della sconfitta. Il suo peggior torto fu quello di credere l’esercito Italiano ancora schiacciato sotto il peso dei ricordi di Caporetto, e di avere ostinatamente negato la risurrezione dell’anima italiana. E scontò dura­mente il suo errore.

All’alba del 15 giugno il fuoco austriaco si intensificò e continuò furioso dalla Valle Lagarina al mare fino alle ore 7, momento dell’attacco. Krauss e Krobatin attaccarono dall’Astico al Brenta e dal Brenta al Piave; Kirchbach, Wurm ed Enriquez lungo il corso del Piave. Conrad dirigeva la battaglia sulla montagna, Boroevic nella pianura. La bat­taglia continuò violentissima tutta la giornata con un crescendo della pressione nemica dall’altipiano di Asiago al mare. Nello sbalzo iniziale, lungo i 150 km di fronte più intensamente attaccato, gli Austriaci occuparono le posizioni di prima linea a Monte Valbella, nella zona dell’Asolone, alla testata del saliente di Monte Solarolo, e passarono il Piave nella zona di Nervesa e Fagarè. Ma la pressione ne­mica fu subito contenuta da energici contrattacchi splendidamente secondati dall’artiglieria, che nella fase iniziale aveva prevenuto la preparazione av­versaria con tempestivo e micidiale tiro di controperazione. Gli Italiani tennero saldamente il fronte sull’altipiano di Asiago, rioccuparono le posizioni perdute sull’Asolone e al saliente di Monte Solarolo, e serrarono da presso gli Austriaci passati sulla destra del Piave. Nella giornata del 16 Conrad sull’al­tipiano di Asiago e sul Grappa si limitò ad ostaco­lare con forte reazione la spinta controffensiva dei nostri. Sul Piave invece la battaglia continuò con estrema violenza. Senza riguardo a perdite le divi­sioni dell’arciduca Giuseppe estesero la loro occupa­zione sul Montello e respinsero i nostri sulla linea Ciano-Cresta del Montello-Sant’Andrea. Da Sant’An­drea a Fossalta gli italiani tennero le loro posizioni, e contrastarono l’avanzata nemica di fronte alle anse di San Donà. Il terzo giorno (17 giugno) crebbe ancora la violenza della battaglia. Gli sforzi nemici di stabilire nuovi sbocchi di fronte a Maserata e e Candelù fallirono. Da Fossalta a Capo Sile le truppe della terza Armata furono duramente provate, ma gli Austriaci non poterono aumentare la profondità della fascia entro la quale imperversava la battaglia. Sul Grappa furono respinti attacchi parziali, in fondo Val Brenta e ad est di Val Frenzela vennero arrestate alcune puntate nemiche. Ciascun italiano comprese che il nemico non doveva passare, e non passò, il 18 dall’altipiano di Asiago al Montello il nemico non riprese l’attacco. I nostri con incessante pressione accorciarono la fronte dello sbocco avver­sario a sud della ferrovia di Montebelluna, e le nostre artiglierie fulminarono con concentramenti di fuoco le masse nemiche ferme lungo la linea di bat­taglia e in movimento nelle retrovie. Sul Piave la battaglia riarse furiosa nel pomeriggio. Ulteriori tentativi austriaci di passare il fiume tra Sant’Andrea e Candelù vennero respinti. Sulla linea Can­delù-Fossalta-sud est di Meolo-nord di Capo Silo il nemico, decisamente attaccato, si difese con estrema pertinacia, e ad ogni passo il terreno fu teatro di lotte epiche. Intanto dall’alto i nostri aviatori ro­vesciavano sui vulnerabili bersagli nemici 15 mila kg di esplosivi e diecine di migliaia di colpi, e abbatte­rono 50 velivoli.

Il 19 giugno la grandiosa battaglia incominciò a rivelarsi nelle sue linee generali favorevole agli intrepidi difensori. Gli Austriaci furono costretti a indietreggiare verso il saliente nord-est del Montello sul Piave, di fronte a Zenson, furono ributtati con mischia feroce. I reparti czeco-slovacchi, formati dopo il Patto di Roma coi prigionieri di quella na­zionalità, versarono il primo tributo di sangue pel trionfo della causa comune. Il 20 vennero riconqui­stati sul Montello terreno e cannoni, e divampò ancora una volta accanita la mischia sul Piave. L’avia­tore Baracca, colpito da un oscuro fante nemico, cadde dopo la sua 34° vittoria aerea. Dalla sera del 20 giugno più non si rinnovò la poderosa pressione offensiva nemica, eroicamente infranta e contenuta su tutta la fronte. Il 21 fu sanguinosamente respinto un forte attacco locale in direzione di Losson (sud-ovest di Fossalta), e violenti concentramenti di fuoco sul Montello e sul Grappa vennero efficacemente controbattuti. Intanto marinai e bersaglieri, affra­tellati negli ardui cimenti, allargavano la testa di ponte di Cavazuccherina.

Il Paese seguiva le vicende della battaglia con grave ansia, temperata dal senso di serena fiducia che traspariva dai bollettini ufficiali. Era nota la brama degli Austriaci di vendicare tutte le patite sconfitte con una vittoria clamorosa della quale essi soli fossero gli artefici. La gioia di Caporetto era stata avvele­nata dall’obbligo di dividerne i frutti coi Tedeschi; ma ora nessun aiuto materiale aveva recato la Germania alla sua Alleata. Quali si fossero gli allori della nuova gigantesca battaglia, essi apparterrebbero esclusivamente a Conrad e Boroevic, non a von Below come nell’ottobre-novembre 1917. L’imperatore Carlo potrebbe fare il suo ingresso solenne a Treviso e a Venezia; e la famelica popolazione austriaca, saziata coi pingui prodotti delle italiche terre, attenderebbe senza impazienze il vicino crollo della fedifraga Al­leata. Ma il crollo non venne, e nemmeno la sconfitta. Giunse invece la sera del 23 giugno il bollettino della vittoria, degno premio agli Italiani che avevano sem­pre sofferto senza mai disperare: “Dal Montello al mare il nemico, sconfitto ed in­calzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in di­sordine il Piave”.

Addossato al fiume e contenuto in uno spazio sem­pre più angusto, fulminato senza tregua dai tiri precisi delle artiglierie, dopo otto giorni di disperata difesa, la notte del 23 giugno fu costretto ad iniziare il ripiegamento. Protetti da un forte schieramento di mitragliatrici e da truppe di copertura, gli Au­striaci eseguirono abilmente il passaggio del Piave sotto il tiro micidiale delle nostre artiglierie. Il Mon­tello e tutta la destra del Piave tornarono in saldo possesso degli Italiani, che trovarono sulle riacqui­state posizioni uno straordinario numero di cadaveri austriaci, testimonianti lo sfortunato valore e la grande sconfitta avversaria.

La vittoria fu coronata da vigorosi contrattacchi nella zona montana e sul basso Piave. Sull’altipiano di Asiago la sesta Armata, formata anche di reparti franco-inglesi, strappò ai nemici il Monte Valbella e lo mantenne contro ogni ritorno avversario, conquistò di slancio Col del Rosso e si stabilì su Col d’Echele con una giornata di lotta (29-30 giugno). La quarta Armata prese importanti posizioni nella regione nord­occidentale del Grappa (2 luglio). La terza continuò nella zona litoranea la metodica distruzione del nidi di mitragliatrici nemiche a nord di Cavazuccherina, e con 5 giorni di lotta senza tregua, resa asprissima dalla insidia delle armi e del terreno, ricacciò gli Austriaci sulla sinistra del Piave Nuovo.

Con questa brillante operazione del XXIII Corpo, intesa ad allargare la zona di protezione di Venezia, si chiuse la battaglia del Piave, che ci costò 11 mila morti, 29 mila feriti, 52 mila prigionieri. Gli Austriaci lasciarono nelle nostre mani, oltre al materiale catturato nella prima fase della lotta, 523 ufficiali, 23 911 uomini di truppa, 63 cannoni, 65 bombarde, 49 lanciafiamme, 1234 mitragliatrici e 37 101 fucili. Le loro perdite in morti e feriti furono confessate disastrose. Ma cos’era ciò in confronto alla rude delu­sione subita? I giornali austriaci avevano annunciato l’offensiva con titoli anche tipograficamente intonati alla grandezza dell’aspettativa. Poi mutarono tono, accusarono il mal tempo e le rapide acque del Piave ingrossato dalle piogge, e parlarono di scopi locali, di operazioni intraprese per impegnare le forze nemiche e impedire l’accorrere di Corpi italiani in Francia. Ciò non impedì che Vienna e Budapest im­precassero, che la massa maledisse l’attacco e lo chiamasse un’ irragionevole ecatombe, che il Par­lamento chiedesse il giudizio sulle responsabilità dei comandanti. L’imperatore Carlo, passando per Bolzano, parlò con Conrad, conservando “ il suo mite, amichevole sorriso “. Ma poi lo chiamò al castello di Eckartsau, e gli disse ricevendolo: ”Mi dispiace, ma accolgo la sua preghiera per il suo ritiro”. Il Novak afferma che il maresciallo non aveva mai pensato ad andarsene. In compenso il barone Conrad ebbe il titolo ereditarlo di conte e il posto di colonnello di tutte le guardie del Corpo (16 luglio). Sic transit gloria….

Giudicata alla luce degli avvenimenti che segui­rono, la battaglia del Pive appare oggi la vera ri­vincita di Caporetto. Alle debolezze e alle colpe d’al­lora contrappose la più splendida manifestazione di valore e di fede collettiva di tutto un esercito stretto intorno al suo duce, alla sconfitta di ottobre la vit­toria di giugno conseguita sopra un nemico prepon­derante, esaltato dal precedente successo e sospinto dall’odio inveterato, impotenti a varcare il Piave, gli Austriaci sentirono che sulle rive dello storico fiume dovevano attendere il loro fato, a meno di esporsi anticipatamente ad un disastro con una ri­tirata volontaria. Il supremo sforzo degli Imperi centrali veniva nettamente paralizzato in Italia come non lo era stato ancora in Francia; la decisa vittoria dell’esercito italiano confortava gli alleati delle giornate angosciose trascorse in Picardia e sulla Marna, ed anticipava il giorno della riscossa impedendo agli Austriaci di distrarre un solo uomo dalle loro divisioni stremate per rinforzare i con­tingenti tedeschi in Francia. Il Consiglio Supremo di guerra nella sua settima sessione (5 luglio) lo ri­conobbe ampiamente, decretando vive congratula­zioni all’esercito e al popolo italiano per la memo­rabile disfatta inflitta all’esercito austro-ungarico, grandissimo contributo al futuro successo della causa degli Alleati.

La battaglia di Vittorio Veneto.

Dopo la grande vittoria del Piave che tolse agli Austriaci l’ultima speranza di riscossa e accelerò il lavoro degli elementi disgregatori della Monarchia absburghese, l’Italia spiò con vigile attesa il mo­mento propizio per dare al nemico il colpo di grazia. Il 9 agosto la squadriglia del maggiore D’Annunzio volò su Vienna, percorrendo complessivamente circa 1000 km di cui 800 su territorio nemico. I Vien­nesi attesero con angoscia le bombe omicide, ma i velivoli d’Italia lasciarono cadere solo dei ma­nifesti rilevanti la forza crescente degli Alleati e la disperata situazione dell’Austria. Il 3 settembre giunse in Siberia il contingente italiano; il 21 dello stesso mese la 6° divisione czeco-slovacca respinse nel Trentino, a sud di Nago, un assalto austriaco diretto contro il saliente di quota 703 di Dosso Alto. Questi gli avvenimenti militari che precedettero sul fronte italiano l’ultima battaglia.

Sui campi di Francia il Corpo d’Armata ita­liano sostenne il formidabile urto tedesco nelle battaglie del maggio e del luglio difendendo palmo a palmo la montagna di Relais, divise i cimenti e le glorie degli Alleati nella controffensiva di Foch, e lasciò sui baluardi difesi con estrema abnegazione 4 mila morti che suggellarono col loro sangue – spe­riamo per sempre – il patto di fratellanza delle due Nazioni latine.

In Macedonia gli Italiani parteciparono alla grande battaglia che condusse alla resa della Bulgaria. Il 22 settembre, movendo dalla regione di quota 1050, essi allargarono sulla sinistra dei Serbi il fronte d’attacco, avanzando di 12 km fino alla linea Cairli-Dobrusovo Musa Olba-Bobiste. Il 23 incal­zarono i Bulgari sulla strada da Monastir a Prilip ed occuparono le alture a nord di Topolciani. Indi proseguendo instancabili attraverso l’aspro mas­siccio di Monte Baba compirono una marcia strate­gica di grande importanza per tagliare la ritirata alle truppe nemiche ripieganti dalla regione di Monastir, e presero Kruscevo. Nel mese di ottobre, avanzando sulla sinistra dei Serbi, raggiunsero il 6 in Albania il fiume Shkumbi ed il 10 occuparono Elbassan. Il 14 giunsero a Tirana e a Durazzo, poi col l’appoggio delle bande albanesi che avevano inalzato la bandiera italiana incalzarono gli Austriaci sul Mathi. U mattino del 27 le avanguardie italiane en­travano in Alessio, il 28 in San Giovanni di Medua. Indi, vinte le ultime resistenze austriache sulle forti posizioni del Tarabosc e di Brdiza, il 31 ottobre oc­cuparono Scutari, completando la liberazione dell’Albania. Intanto compagnie da sbarco della marina avevano occupato Dulcigno e Antivari.

Il 7 ottobre, immediatamente dopo la nota del­l’Austria, della Germania e della Turchia al Presi­dente degli Stati Uniti per la conclusione di un ar­mistizio generale, Diaz rivolse un fiero proclama ai combattenti d’Italia ammonendoli a conservarsi « più che mai pronti ad abbattere completamente il ne­mico ». L’esercito raccolse la voce del suo Capo, ed al momento opportuno assolse con fulgido eroismo il suo compito.

All’alba del 24 ottobre, anniversario di Caporetto, si intensificò l’azione delle artiglierie nella regione di Monte Grappa. Nella mattinata, malgrado la piog­gia dirotta, reparti della quarta Armata (generare Giardino) attaccarono alcuni tratti delle formidabili posizioni avversarie, strappando e mantenendo punti d’appoggio. Sul Piave, alle Grave di Papadopoli, la decima Armata (lord Cavan) occupò alcuni isolotti. Sull’altipiano di Asiago la sesta Armata (generale Montuori) operò alcuni fortunati colpi di mano. In tutto furono catturati nei diversi settori 84 ufficiali e 2791 soldati. Il 25 continuò la battaglia nella re­gione nord-occidentale del massiccio del Grappa. La quarta Armata ributtò tutti i disperati contrattacchi nemici e riprese Monte Pertica e Monte Valderoa. Squadriglie di aeroplani bombardarono violentemente baraccamenti, parchi, depositi nemici con 7 mila kg di bombe. Altri 2149 prigionieri vennero catturati. Il 26 furono respinti attacchi nemici all’Asolone, al Pertica, al Solarolo, mentre sul medio Piave aumentava l’attività combattiva, e la decima Armata completava l’occupazione delle Grave.

Il 27 ottobre la battaglia si rivelò in tutta l’am­piezza magistrale delle sue linee, che presuppone­vano un piano strategico genialmente concepito ed attuato con abilità e precisione senza pari. L’Armata del Grappa doveva scuotere la fronte montana e chiamare a sé le riserve austriache; l’ottava Armata svolgere l’azione decisiva sul saliente formato dal Piave a monte di Nervesa, sfruttando un grave errore commesso dagli Austriaci, i quali sulla direzione della bisettrice di quel saliente avevano costruito una sola zona di difesa larga parecchi chilometri. Rotta quella, non vi erano più difese, e gli assalitori potevano separare violentemente le forze austriache della pianura da quelle della montagna, poi manovrare per aggirarle da ogni parte, creare coll’aggiramento fulmineo la demoralizzazione e la rotta definitiva. Il vasto compito fu assolto dal generale Caviglia con tale sapienza di preparazione e sicurezza di esecuzione, da assicurargli un posto cospicuo tra i grandi condottieri della guerra mondiale. L’arti­glieria italiana era al principio della guerra inferiore alla nemica per materiali e tattica di tiro; ma nella battaglia del Piave si rivelò nettamente superiore, e a Vittorio Veneto fu coll’efficacia del suo tiro fat­tore importantissimo del successo.

Fra le pendici delle alture di Valdobbiadene e la foce del torrente Soligo l’ottava Armata (gen.Caviglia) e la dodicesima (gen. Graziany) nella notte sul 27 ot­tobre passarono sulla sinistra del Piave sotto violento fuoco avversario, e conquistarono all’alba la prima linea nemica. Poi, sostenute dalle artiglierie appo­state sulla destra, guadagnarono terreno respingendo i ritorni offensivi del nemico. Più a sud la decima Armata, sfruttando i vantaggi già conseguiti alle Grave, respinse l’avversario e ributtò i suoi contrat­tacchi fra Borgo Malanotte e Roncadelle. Nove mila prigionieri e 51 cannoni furono i trofei della gloriosa giornata. Le forze aeree nazionali ed alleate recarono prezioso concorso all’azione rovesciando sul nemico 10 mila kg. di esplosivi e mitragliando a bassa quota il nemico. Nella regione del Grappa gli Austriaci riuscirono a rioccupare il Pertica, ma vennero riget­tati dopo 6 ore di lotta accanita.

Il 28 l’ottava e la dodicesima Armata consolidarono le loro teste di ponte; la decima attaccò con estrema violenza gli Austriaci ad oriente delle Grave, sfondò le linee nemiche ed avanzò fino al Monticano. Il 29 la battaglia continuò dalle alture di Valdobbiadene alla ferrovia Treviso-Oderzo. La dodicesima Armata espugnò le alture di Valdobbiadene, l’ottava entro in Susegana, la decima spinse le sue avanguardie sulla sinistra del Monticano. L’arciduca Giuseppe, coman­dante supremo delle forze austro-ungariche sulla fronte italiana, attaccato frontalmente dalla ottava e dalla dodicesima Armata, minacciato sul fianco dalla decisa avanzata della decima, fu costretto ad abbandonare le posizioni sulle alture della sinistra e a ripiegare tentando successive difese appoggiate ad interruzioni stradali. Il tricolore sventolò su Conegliano liberata. Migliaia di prigionieri e centinaia di cannoni continuarono ad affluire verso i campi di concentramento. Intanto sul basso Piave anche 1a terza Armata (Duca d’Aosta) entrava in azione.

Il 30 ottobre la battaglia si riaccese alla sinistra fino al Brenta, e sull’ampio fronte di battaglia com­batterono i tre quarti dell’esercito italiano affratellati col XIV Corpo britannico, la 23° divisione fran­cese e il 332° reggimento americano. La quarta Ar­mata conseguì vantaggi sul Grappa, nella regione del Pertica e di Col dell’Orso. La dodicesima a ca­vallo del Piave raggiunse l’abitato di Quero e Segu­sino e conquistò Monte Cesen. L’ottava occupò la stretta di Folina e raggiunse Vittorio; la decima sta­bilì solide teste di ponte sul Monticano e oltrepassò la rotabile Conegliano-Oderzo. La terza, neutraliz­zato il vivissimo tiro delle artiglierie nemiche, passò il fiume a San Donà di Piave e ad oriente di Zenzon, e superò forti resistenze incontrate verso il Monti­cano. La sesta sull’altipiano dei Sette Comuni co­strinse gli Austriaci a sgombrare Asiago. Parecchie centinaia di cannoni ed oltre 33 mila prigionieri fu­rono contati dal 24 ottobre.

Ma l’esercito austro-ungarico, benché lo Stato fosse in dissoluzione, continuò a lottare aspramente, so­stenuto dal fortissimo vincolo di disciplina e dal­l’odio atavico contro l’Italia. E benché la cavalleria italiana, lanciata nella pianura oltre il Piave, avesse raggiunto Sacile, sulla lìnea montana le divisioni austriache si batterono con pertinacia e ritardarono finché fu umanamente possibile il disastro. È dove­roso questo tributo di ammirazione allo sfortunato valore avversario che fece sopravvivere, sia pure per pochi giorni, l’esercito alla defunta Monarchia absburghese, e d’altra parte giova distruggere l’incosciente affermazione di taluni giornalisti d’oltralpe che il successo superò il merito dell’esercito italiano. Nulla di più ingiusto. Gli Italiani ebbero nell’ultima battaglia perdite gravi che attentano la grandezza del loro sforzo e la tenacia della difesa avversaria, e conseguirono con lo sfacelo della Monarchia danu­biana un premio meritato con un anno di sacrifici e di fede e con una decisiva vittoria determinata dalla sempre rinascente virtù della stirpe. L’esercito au­stro-ungarico era sempre un mirabile strumento di forza che, guadagnando con ordine e compattezza i suoi confini, poteva determinare lo svolgersi tran­quillo della rivoluzione nei paesi della Monarchia e ridare all’imperatore Carlo la corona di una Con­federazione danubiana sorta dalle ceneri calde della Monarchia dualista. Così 41 mesi di guerra, mezzo milione di morti e ottanta nuovi miliardi di debito avrebbero fruttato all’Italia la risurrezione del suo nemico implacabile, più minaccioso che mai alle sue frontiere. Non si neghi agli Italiani il merito di aver sentito questo pericolo e d’averlo scongiurato colla virtù delle loro armi, nè si dimentichi che un buon testimonio del valore spiegato dai nostri nella bat­taglia di Vittorio, Lord Cavan, disse che «nessun esercito al mondo può sorpassare l’italiano in vigore e slancio» (Londra, 23 gennaio 1919).

Il 31 ottobre la dodicesima Armata espugnò la stretta di Quero ed avanzò in Val di Piave. L’ottava continuò a svolgere con magnifico slancio la sua ma­novra: conquistò la dorsale fra Conca di Fellina e Valle del Piave, occupò la stretta di Serravano e si spinse nella pianura verso Pordenone. A sera, supe­rata la resistenza delle retroguardie nemiche al passo di San Boldo, spinse alcune colonne in Val di Piave e puntò sopra Belluno. La decima portò la sua fronte alla Livenza; la terza avanzò travolgendo le difese nemiche, colla partecipazione di truppe czeco-slovacche, e si portò sulla linea della decima. La quarta sfondò la fronte nemica sul Grappa, espugnando Col Caprile, Col Bonato, Monte Asolone, Monte Prassolan, il saliente del Solarolo e Monte Spinoncia. I prigio­nieri salirono a 50 mila, i cannoni a 300.

Il 1° novembre il nemico manteneva intatta an­cora la resistenza dallo Stelvio all’Astico. Sull’alti­piano di Asiago la sesta Armata attaccò decisamente le linee austriache ed espugnò Monte Mosciagh, Monte Longara. Monte Baldo, le Melette di Gallio, il Sasso Rosso, Monte Spitz, Monte Lambara, cattu­rando 3 mila prigionieri e 232 cannoni. Sul rimanente del fronte il nemico in rotta era protetto più dalle interruzioni stradali che dalle retroguardie. La quarta Armata occupò Feltre e la depressione di Fonzaso, la dodicesima mantenne il collegamento con la quarta, l’ottava continuò la lotta tenace nella depressione di Fadalto, la decima e la terza passarono la Livenza. Le divisioni di cavalleria, annientate le resistenze nemiche su questo fiume e ristabiliti i passaggi, ga­lopparono al Tagliamento. Ancora una volta i ma­rinai vollero emulare Ardimenti dell’esercito: nella notte sul 1° novembre il maggiore dei genio navale Rossetti entrò nell’ancoraggio interno della piazza di Pola e vi silurò all’alba la dreadnought Viribus Unitis.

Intanto un ufficiale dello Stato Maggiore austriaco munito di autorizzazione, il generale Weber, si pre­sentava alle nostre linee chiedendo di entrare in di­scussione per concludere un armistizio. Ormai lo sfa­celo degli eserciti imperiali era completo, e nessuna forza umana avrebbe potuto mettervi riparo. Occor­reva impedire a qualunque prezzo che l’esercito in dissoluzione si rovesciasse sui paesi oltre Isonzo, e che gli Italiani dettassero la pace a Vienna. Il Consiglio Interalleato discusse e precisò a Parigi le con­dizioni alle quali l’armistizio poteva essere accordato, e diede incarico al generalissimo Diaz, in nome del Governi alleati e degli Stati Uniti, di darne comu­nicazione ai parlamentari austriaci. Le condizioni si ispiravano ai concetti di Wilson: rendere impossibile al nemico di ricominciare la guerra e impedirgli di approfittare dell’armistizio per sottrarsi alla difficile situazione militare. I negoziati furono condotti a Pa­dova, nella villa del senatore Giusti, da una delega­zione austriaca formata di otto ufficiali presieduti dal generale Weber, e dal sottocapo di Stato Maggiore italiano, generale Badoglio, pel Comando italiano. Ma durante i quattro giorni che durarono le trattative le operazioni militari furono continuate colla massima energia, perché i risultati dell’ultima battaglia fossero adeguati ai sacrifici indicibili sostenuti per 41 mesi.

Il 2 novembre la sesta Armata varcò a viva forza l’Assa tra Rotzo e Roana, espugnò Monte Cimon e Monte Lisser e avanzò io Val di Non. La quarta avanzò al nord della depressione di Fonzaso e spinse alcune colonne lo Val Sugana. La dodicesima dilagò coi suoi gruppi alpini nella zona tra Feltre e Santa Giustina. L’ottava risalì la valle del Cordevole e marciò verso Longarone. La decima e la terza proseguirono verso il Tagliamento, e raggiunsero colle loro teste di co­lonna Azzano Decimo, Portogruaro, Concordia Sagit­taria. La cavalleria, occupò Pordenone, avanzò oltre il Cellina e il Meduna, entrò a Spilimbergo e lanciò pattuglie oltre il Tagliamento. La prima Armata (ge­nerale Pecori Giraldi), entrata in azione nel pome­riggio, conquistò Monte Maio e attaccò il Passo della Borcola nel settore del Posina, prese Monte Cimone sull’altipiano di Tonezza risalì la Val d’Assa occu­pando Lastebasse. Il 3 novembre entrò in azione anche la settima Armata (generale Tassoni), che infranse sbarramenti nemici alla Sella del Tonale e avanzò in Val Vermiglio. La prima occupò Rovereto, forzò la Vallarsa e prese il Col Santo a nord del Pasubio. Del pari continuò rapidissima l’avanzata delle altre Armate sull’altipiano di Asiago, in Val Sugana, nelle valli del Cismon. del Cordevole, del Piave, e nella pianura. Cavalleria, batterie a cavallo e bersaglieri ciclisti sostennero e vinsero aspri combattimenti sul Tagliamento.

Nella stessa giornata dei 3 novembre il bollettino delle ore 19 annunciava laconicamente: «Le nostre truppe hanno occupato Trento e sono sbarcate a Trieste. Il tricolore sventola sulla torre del Buon Consiglio e sulla torre di S. Giusto. Punte di cavalleria sono entrate in Udine. »

La liberazione di Udine straziata dopo Caporetto, e di Trento santificata dal martirio di Cesare Battisti furono accolte con intensa gioia ma senza sorpresa, poichè i precedenti bollettini già avevano accennato alla fulminea avanzata della prima Armata nel Tren­tino e alle ardite puntate della cavalleria oltre il Tagliamento. Invece fu accolta non senza gradita sorpresa la notizia della liberazione di Trieste che nessuno osava sperare così imminente. Ed invece la fedele di Roma aveva potuto sciogliere il secolare voto di liberazione ancora prima di Trento!

Il 30 ottobre alla notizia trapelata dello sfacelo au­striaco la folla triestina sventolò il tricolore dapper­tutto, ed i poliziotti furono per la prima volta impo­tenti a frenare la solenne manifestazione di Italianità. Il podestà Valerio, destituito allo scoppiare della guerra con l’Italia, venne eletto Presidente di un Comitato di salute pubblica. I 12 nazionalisti e i 12 socialisti del Comitato andarono al palazzo del Luogotenente austriaco a comunicargli che in nome del popolo di Trieste era stato proclamato il decadimento dell’Austria dal possesso delle terre italiane adriatiche, e gli chiese la consegna dei poteri. Il Luogo­tenente chiese istruzioni a Vienna, donde a sera il Governo, impotente a fronteggiare i tutti compiuti, dichiarò telegraficamente di riconoscerli. La mattina del 31 il barone Fries Skene consegnò i poteri po-litici ed amministrativi al Comitato e partì per Vienna. Un radiotelegramma da Trieste al Comando della piazza di Venezia annunziò per l’indomani l’invio di una torpediniera del Consiglio nazionale jugoslavo per trattare colla flotta dell’Intesa. Il 1° novembre una squadriglia di cacciatorpediniere italiane con alla testa l’Audace sbarcò a Trieste il generale Petitti. Il 4 reparti dell’esercito e un battaglione del reggimento di marina giunsero per la via di mare a Trieste, accolte con delirante entusiasmo dalla popolazione. Nello stesso giorno navi italiane occuparono coi loro equipaggi Abbazia, Rovigno, Parenzo, l’isola di Lussin e le isole di Lissa, Lagosta, Meleda e Curzola.

Furono queste le ultime operazioni prima della firma dell’armistizio. Alle ore 11 del 4 novembre il Comando Supremo pubblicò il noto bollettino che riassume la guerra d’Italia, e che più profondamente che nei marmi e nel bronzi resterà scolpito nel cuore degli Italiani.

Alle ore 16 dello stesso giorno venne diramata la seguente comunicazione: « In base alle condizioni dell’armistizio stipulato fra i plenipotenziari del Comando Supremo del R. Eser­cito italiano in nome delle Potenze Alleate e degli Stati Uniti d’America, e i plenipotenziari dell’Impe­riale Regio Comando Supremo austro-ungarico, le ostilità per terra, per mare e per aria su tutte le fronti dell’Austria-Ungheria sono state sospese dalle ore 15 di oggi, 4 novembre. »

Al momento indicato per la sospensione delle osti­lità le truppe Italiane avevano occupato Sluderno in Val Venosta, il Passo della Mendola e la stretta di Salorno in Val d’Adige, Levico in Val Sugana, Fiera di Primiero, Pontebba, Plezzo, Tolmino, Gorizia e Grado. Gli ultimi accertamenti davano le cifre di 10 653 ufficiali, 416 116 soldati e 6818 cannoni presi dal 24 ottobre. Il 5 novembre l’ammiraglio Cagni sbarcò a Pola con reparti dell’esercito e della marina e prese il comando della piazza. Quivi erano raccolte le maggiori unità della flotta nemica che con un meschino trucco l’Austria aveva all’ultimo momento consegnata ai Jngoslavi per inasprire i dissidi esi­stenti fra l’Italia e il nuovissimo Stato serbo-croato-sloveno. Ma la flotta venne consegnata all’Italia, a norma delle dichiarazioni immediatamente fatte da Trumbic. Il 10 gli Italiani occupavano Toblacco, nella Pusteria, avanzavano verso il Brennero in Val del-1’Isarco e proseguivano verso oriente nella Venezia Giulia. L’11 raggiunsero il Brennero, il 17 occuparono Tarvis, il 19 raggiunsero dappertutto la linea d’ar­mistizio.

Il 20 novembre il Parlamento italiano celebrò il compimento dell’unità nazionale.

La battaglia di Vittorio Veneto costò all’Italia 7 mila morti, 23 mila feriti, 3 mila prigionieri. Il totale delle perdite sopportate dall’esercito italiano dal 24 maggio 1915 all’11 novembre 1918 sale a 428 010 morti, 946 640 feriti, 569 210 prigionieri. Occorre aggiungere che nella cifra del prigionieri sono compresi anche i molti di­spersi che non furono catturati dal nemico colle armi alla mano, ma morirono sul campo di battaglia senza lasciar traccia di sè. Dal confronto tra la cifra dei militari dati per dispersi nei combattimenti e quella dei prigionieri rientrati e morti in prigionia risulta che circa 34 mila militari dati per dispersi trovarono morte gloriosa sul campo al di là delle linee italiane. Gli Italiani morti in prigionia, secondo le liste per­venute fino al 9 novembre 1918, furono 43 765; ma tale cifra dev’essere inferiore al vero, poiché molte morti non furono denunciate e probabilmente non lo saranno mai. Aggiungendo i 3169 morti della ma­rina, si ha un totale di italiani morti in guerra lar­gamente superiore al mezzo milione. Particolarmente dolorose furono le perdite subite dalla marina mer­cantile dal principio della guerra all’11 novembre 1918: 906 393 tonnellate su 1 534 738 di stazza lorda esistenti al 1° agosto 1914, con una percentuale del 58,93 %, la più elevata fra quante colpirono le ma­rine mercantili dell’Intesa. L’Austria perdette su tutti i fronti, in base alle cifre raccolte dal generale March, capo di Scato Maggiore dell’esercito ameri­cano, 800 mila morti. Prima della battaglia di Vit­torio Veneto il numero dei prigionieri Austriaci in Italia saliva, a 177 235, dei quali 4975 ufficiali e ca­detti. Di essi solamente 2162, di cui 83 ufficiali, mo­rirono negli ospedali alla fronte, e 2458, dei quali 27 ufficiali, negli ospedali territoriali. Valgano queste cifre, pubblicate dalla Commissione Reale d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti e delle norme di guerra e sul trattamento dei prigionieri, a met­tere in evidenza la generosità italiana di fronte alla ferocia austriaca.

Colla battaglia di Vittorio Veneto l’Impero in Au­stria si sfasciò, e l’esercito che ne era sempre stato il più valido sostegno andò disperso. Toccava all’Italia la meritata fortuna di smembrare lo Stato mosaico degli Absburgo perché sorgessero dalle sue rovine alcuni popoli liberi, e di accelerare colla sua superba vittoria il crollo militare della Germania. Infatti il 4 novembre l’Austria cadeva spossata e provocava colla notizia del suo crollo la rivoluzione in Germa­nia: il 6 partiva da Berlino per l’occidente la delegazione tedesca per la conclusione d’un armistizio.

 

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