Tag

, , , , ,


LA PACE CON L’AUSTRIA LA QUESTIONE DI FIUME

(Prof. dott. M. Baratta).

 

I plenipotenziari che a Parigi hanno l’assunto di dare all’Europa la pace “ giusta e duratura “, ave­vano stabilito che il trattato con la Germania e quello con l’Austria e gli eredi dell’anacronistico Im­pero dovessero essere contemporaneamente firmati in modo che Francia ed Italia, le due potenze che alla guerra hanno dato il maggior contributo di sangue e sopportati gli orrori di una guerra lunga e feroce, combattuta su parte del proprio suolo e che infine hanno sopportato, proporzionatamente alla potenzialità economica, i maggiori oneri finanziari; potessero con la vittoria procedere tosto nell’opera difficile e complessa della ricostruzione. Ma invece mentre la pace con la Germania fu firmata nella so­lenne seduta del 16 giugno u. s. la nostra, solo parziale, fu stipulata il dì 10 settembre a Saint Germain: con questa però l’Italia ha potuto annullare il fa­moso saliente trentino conficcato tra la Lombardia e la Venezia, ed includere nel territorio nazionale non solo il Trentino (kmq 6353 con 400 000 abitanti circa) ma l’Alto Adige con l’Ampezzano (kmq 7547 con circa 250 000 abitanti); conquista di immenso va­lore, la cui importanza non può essere sminuita dagli scacchi diplomatici purtroppo subiti e nemmeno valutata in rapporto al numero dei chilometri qua­drati di territorio annesso, perché con il raggiungi­mento della barriera montuosa l’Italia ha raggiun­to il confine naturale, il vero confine di pace – la più alta aspirazione di molte generazioni di italiani – e sicura e libera rimane in casa propria, padrona delle porte d’accesso: i passi di Rèsia (m. 1511), del Brennero (m. 1370) e di Dobbiaco (m. 1210). Essendo esclusa la Val di Monastero, sotto la sovranità della Svizzera, il nuovo confine d’Italia dalla Punta Urtiola (m. 2911) quasi sempre corre sulla linea di displu­vio fra le acque scendenti all’Adriatico ed al Mar Nero: nella prima sezione vi sono però alcune que­stioni secondarie ancora da definire, tagliando la linea prescelta le pertinenze di alcuni comuni il cui territorio si sviluppa al di là della idrotémica: ri­guardo alla insellatura di Dobbiaco, contro la quale si trovano le testate delle valli della Rienza e della Drava, la Conferenza ha riconosciuto all’Italia il diritto della difesa di quel passo sì importante e di quello di Monte Croce di Comèlico (m. 1696) sicchè il confine lascia l’idrotemica stessa al Cornetto di Confine (Marchkinkele; m. 2545) per scendere, arcuandosi verso mezzodì, e tagliare il vertice del bacino della Drava tra Winnbach ed Arnbach; correre quindi sopra l’Helm Sp. (m. 2484) e l’Hornischtech (m. 2551) per innestarsi ancora su l’Idrotemica : così restano inclusi nel territorio dello stato Innichen (S. Candido), l’alto bacino della Drava, come si è detto, e la valle di Sesto. Ad occidente della Cima di Vanscuro, che già. rappresentava il punto più settentrionale dello Stato italiano, il nuovo confine torna a seguire l’idrotemica oltre M. Lodin in modo che il limite nordico non è più Pontebba: anzi qui la frontiera passa oltre il passo di Camporosso (m. 800), perché gli Alleati hanno consentito alla tesi sostenuta dall’Italia, di darci il possesso della conca di Tarvis con l’importante nodo stradale che appunto qui irraggia. La parte già definita del confine da M. Acomizza (m 1816) in vece di scendere a sud, per tagliare la nota insellatura, proce­de con vari ondeggiamenti verso levante, correndo su l’Alpe di Görlach (m. 1695), passa a sud di Thörl, e quindi sulla cuspide del M. Peć (m. 1511), pilastro terminale della sezione del nostro confine con l’Austria. Resta ancora, purtroppo, a definire l’andamento della fron­tiera da detto monte al Quarnaro; vale a dire il con­fine fra Italia e Jugoslavia, se il concetto di uno stato unico, anche federato, riuscirà a trionfare sopra le idee particolaristiche che dilaniano sloveni, croati e serbi. Sebbene l’Italia abbia sostenuto uno sforzo maggiore di quello previsto dal Patto di Londra e dopo la defezione russa si sia trovata sola sulla fronte orientale contro l’intero esercito austro-un­garico, – superiore al nostro per numero e per arma­mento, e che animato da odio e da spirito di vendetta, ci ha contrastato a palmo a palmo il terreno, ed ha combattuto, riconosciamolo, con coraggio e con cieca disciplina fino allo scoccare dell’ora dell’armstizio – le potenze che avevano sottoscritto l’atto dianzi ricordato si mostrarono fredde davanti agli impe­rativi di Wilson, che pur riconoscendo legittimi i patti segreti che Inghilterra e Russia avevano stretto con il Giappone per lo Scian-tung, non volle piegarsi a riconoscere il buon diritto dell’Italia di avere il confine poggiato “sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra”, quale appunto era stato tracciato in linea di massima dalla convenzione di Londra, che codificava gli obblighi assunti dall’Italia per la guerra e nello stesso tempo stabiliva i vantaggi territoriali che essa avrebbe ottenuto con la vittoria.

Sfasciato l’esercito austriaco a Vittorio Veneto, solo per il tenace volere dei nostri capi militari l’Italia ha potuto raggiungere una linea di armi­stizio poco dissimile da quella stabilita dal patto suddetto. Essendo canone di guerra che la linea di armistizio sia sempre più espansa di quella che dovrà limitare definitivamente i territori che la potenza vincitrice rivendica sul vinto nemico — la Francia infatti occupò la linea del Reno, e gettò te­state di ponte sulla sponda opposta—se ne deduce che gli alleati già fin d’allora non erano proclivi a permetterci il raggiungimento di quei confini, che loro stessi si erano impegnati a riconoscerci con la solennità di un trattato. Il quale purtroppo aveva abbandonato Fiume nelle mani del suoi più acerrimi e feroci nemici : i croati. Errore grave è stata sì fatta assegnazione, non solo offensiva verso un po­polo, del quale pure si disponeva senza suo consen­timento, ma eziandio perché implicava una deter­minata, sebbene parziale, sistemazione adriatica in un tempo in cui la diplomazia era ben lontana dall’avere un concetto esatto sopra la sorte che sarebbe toccata alla monarchia austro-ungarica. Questa, ricordiamolo, sebbene nemica e per il brutale ultimatum alla Serbia causa dello scoppio della con­flagrazione, ha purtroppo trovato difensori anche fra i nostri alleati, contro le idealità e gli interessi dell’Italia, gettatasi nella mischia con tutti i suoi figli, con tutte le sue risorse in un momento in cui poco favorevoli volgevano gli avvenimenti militari per l’Intesa, e che nella lotta immane, dopo la defe­zione russa, ha sostenuto da sola l’urto sulla fronte orientale, non lesinando nemmeno l’aiuto dei suoi figli su quella occidentale.

Si è detto e smentito, ma le parole contenute nella lettera di Salandra (ottobre ’19), presidente del Consiglio dei Ministri allorquando fu stipulato il patto di Londra, farebbero riconfermare, che l’Italia abbia dovuto piegarsi alle pressioni della Russia, tutrice degli interessi dei popoli slavi. Ciò non toglie però che l’esclusione di Fiume – le cui condizioni spiri­tuali non potevano essere ignorate dal nostro governo – sia stato un errore: errore gravissimo che abbiamo amaramente scontato: giacché dato il modo di agire degli alleati nei nostri riguardi, ha avuto fatali riflessi sopra le trattative di pace. Noi abbiamo richiesto Fiume, non con una nota addizionale al trattato, allorquando compivamo uno sforzo mag­giore di quello preventivato, ma a conferenza aperta; d’altra parte però aveva la Francia preteso prima oltre l’Alsazia e la Lorena, il bacino della Sarre, i cui abitanti a suon di contanti con un iniquo patto possono essere passati da una ad altra sovranità? Aveva l’Inghilterra fra gli scopi del suo intervento dichiarato di voler la Mesopotamia, la Palestina, parte della Siria, l’effettivo, se non nominale, protettorato sulla Persia, il protettorato sull’Egitto contro il parere degli egiziani stessi ? Sopratutto nefasta è stata la politica accondiscendente e temporeggiatrice dell’on. Orlando, la quale, mentre ha dato modo di consolidare vie meglio la posizione di dominatore assunta da Wilson, ha poi trovato fredde Francia ed Inghilterra, che in massima avevano ottenuto dalla conferenza quanto desideravano. Il Giappone invece con un’attitudine energica è riuscito a strap­pare allo stesso Wilson il consenso per lo Scian-tung.

Ma ritornando sopra i nostri passi, è necessario ricordare come già prima che si iniziasse la battaglia di Vittorio Veneto, il deputato per Fiume, on, Ossoinach, nel parlamento ungarico, avesse alto procla­mata l’italianità di Fiume e la sua indipendenza assoluta dalla Croazia, e reclamato in pari tempo per la sua città il diritto di autodecisione del quale Wilson si era fatto paladino. Mentre le sorti della guerra si avviavano per i felici successi delle armi italiane ad una rapida decisione, Fiume trepida attendeva il momento opportuno per sciogliere la sua “questione”: il 28 ottobre il tricolore sventolava sul balcone della Filarmonica ; nel dì 29 avendo il governatore in pieno accordo con le autorità unghe­resi e con i croati abbandonata per sempre la città, questi, fidenti nel l’appoggio dell’America e di qualche altra potenza, sotto la guida di Riccardo Lenać no­minato dal governo di Zagabria «conte supremo di Fiume» occuparono la città e cercarono di impadronirsene con la violenza. Fiume indomita alla provocazione croata, reagì inalzando la bandiera italiana ed al 30 il Consiglio nazionale proclamò – tra indi­cibile entusiasmo di tutti, in base al diritto civico ed a quello di autodecisione – l’annessione all’Italia, mettendo lo storico suo deliberato, acclamato in modo plebiscitario dalla popolazione, sotto la prote­zione dell’America, madre di libertà, in attesa della ratifica per parte del Congresso della pace. I croati inferociti incominciarono quella caccia agli italiani, per la quale ebbero in altri tempi encomi solenni da S. M. l’Apostolico Imperatore; nessuna violenza fu risparmiata, ogni sentimento fu vilipeso. Avver­tite lo autorità militari Italiane mandarono (4 no­vembre) nelle acque del Quarnaro alcune navi; queste però solo al 17 sbarcarono marinai e soldati, accolti trionfalmente, ed entusiasticamente acclamati dalla popolazione festante. Nel dì 7 dicembre si costituiva il Consiglio Nazionale in ente politico autonomo con pieni poteri sopra la città di Fiume e sue pertinenze in attesa dell’annessione all’Italia.

Firmato l’armistizio tedesco, la guerra era virtual­mente finita: Wilson dalla lontana America, ove già aveva assunto la posizione di arbitro, venne in Eu­ropa circonfuso di gloria, atteggiandosi a profeta della rinnovata coscienza dei popoli, a “ tessitore” della nuova Europa, della quale sarebbero state gettate le basi granitiche con quella Società delle nazioni, il cui constituto doveva far rinsavire gli uomini e 1e vecchie nazioni ; farne risorgere altre calpestate e divise; dar vita a nuove; e rendere infine impossi­bile ogni e qualunque guerra avvenire. Il laborioso travaglio per la conferenza aperta con la seduta plenaria del 18 gennaio 1919 si iniziò appunto, come è noto, con la discussione dello statuto della lega delle Nazioni, al quale collaborò l’on. Orlando, che sacrificando il contributo molto più democratico del progetto italiano, credette bene, per propiziarsi Wilson, assecondarlo nelle sue ideologie, e in pari tempo per aver consenzienti Francia ed Inghilterra nelle questioni italiane, subì le pretese di Clemenceau e Lloyd George, anche quando erano contro ogni buon diritto. Intanto però dell’Italia nessuno parlava ! Anzi la stampa alleata accennava apertamente che, data l’indole assunta posteriormente dalla grande guerra, fosse necessaria una revisione non di tutte le convenzioni anteriormente stipulate fra i belli­geranti ma…. solo del Patto di Londra. Condotto a termine lo statuto della lega, fu intrapresa la discus­sione del trattato di pace con la Germania, con il quale furono regolate le questioni territoriali della Francia e parzialmente quelle dei confini dei nuovi stati creati a costituire il baluardo orientale contro i tedeschi. Venuta finalmente in discussione la que­stione italiana, Wilson, che aveva a più riprese sa­crificati i suoi famosi XIV punti; che aveva obliato il principio a lui caro della “ libertà dei mari “ e modificato lo statuto già approvato della lega, toglien­dole con la nuova formula ogni efficace azione: che aveva riconosciuto, malgrado le proteste della re­pubblica cinese, la sovranità del Giappone sullo Scian-tung, garantita da un segreto accordo inter­venuto fra i belligeranti; che si era opposto a rico­noscere ai tedeschi d’Austria il diritto di unirsi a quelli della repubblica imperiale germanica; che non si era peritato di smembrare i tedeschi, includen­done in tutti gli stati di nuova formazione, si mostrò irreducibile avversario non solo dell’annessione di Fiume con solenne plebiscito votata dal cittadini ed unanimamente reclamata da tutti gli Italiani, ma ben anco a riconoscere il confine orientale segnato dal trattato di Londra, che, come ho detto, codi­ficava i nostri diritti a vittoria ottenuta. E le sue ripulse non confortò riferendosi alle condizioni geografiche, non al diritto storico, non a considerazioni di ordine etnico-linguistico, non al principio di au­todecisione pure invocato dai fiumani : Egli volle assegnare la città italiana alla Jugoslavia esclusivamente perché il porto avendo un hinterland non italiano, non può essere sottoposto alla sovranità dell’Italia !!! Wilson interrompendo in modo brusco e sconveniente le trattative diramò quel famoso messaggio, il cui contenuto illustrò con apposito memoriale. E risaputo come la nostra delegazione abbia abbandonata la conferenza: nell’assenza dei nostri plenipotenziari il Profeta si impose per chia­mare in fretta e furia la delegazione austriaca, mentre il trattato era ben lontano dall’essere pronto, e per far prendere dai consenzienti alleati deliberazioni sopra la distribuzione delle colonie tedesche, intro­durre modificazioni importanti allo statuto della lega delle nazioni….. Nè il buon diritto dell’Italia, nè il volere di Fiume liberamente e luminosamente ester­nato ebbero miglior accoglienza al ritorno dell’ono­revole Orlando a Parigi. Fallito il compromesso Tardieu di creare uno stato cuscinetto assai limitato, venne da Wilson stesso proposto un progetto per il quale si ingrandiva in modo strano la superficie dello staterello, cui al attribuivano: Idria, con le rinomate miniere cinabrifere; Carparo, con i ricchi depositi di lignite; l’importante bivio ferroviario di S. Pietro del Carso; le Giulie meridionali in massima erano pure comprese in questo stato che, spezzata l’unità della penisola istriana, aveva per confine l’Arsa: così, dopo tanti secoli di oblio, veniva risuscitata la effimera confinazione augustea! Fiume rimaneva la sola isola italiana in mezzo alla burrascosa marea slava ! Riuscito vano ogni tentativo di persuasione, i nostri decisero il ritorno ; il 19 giugno cadde il ministero Orlando-Sonnino. I tentativi degli Alleati per tro­vare una soluzione alla vertenza non sortirono miglior effetto e nemmeno approdarono le modeste proposte posteriormente fatte da Tittoni. Wilson fu irremo­vibile di fronte a qualunque soluzione che non avesse avuto il preventivo consentimento dei Jugoslavi.

Sulla fine di giugno scoppiarono in Fiume i primi incidenti provocati dalla tracotanza dei soldati fran­cesi di quella base, i quali determinarono nei primi giorni del mese seguente una violenta reazione; in seguito ai dolorosi incidenti allora occorsi, il Consi­glio supremo della Conferenza decise la nomina di una commissione d’inchiesta composta di quattro generali (uno per ciascuna grande nazione) i quali conclusero nei primi di settembre ed il Consiglio supremo tosto sanzionò: lo scioglimento del Consiglio nazionale; la riduzione del contingente italiano; il cambiamento dei reparti di tutte le nazioni; l’affi­damento del servizio di polizia all’Inghilterra. — La partenza dei nostri granatieri, che tanto avevano bene meritato; la sostituzione del generale Grazioli, per il quale i Fiumani nutrivano una grande vene­razione e che rappresentava in modo squisitamente ideale la patria adorata ; la partenza di alcune navi da guerra che per i fiumani oltre un simbolo d’Italia, costituivano la vigile scolta del Quarnaro, che

…. Italia chiùde e i suoi termini bagna,

determinarono non scoramento, ma le più vive in­quietudini. I Fiumani, forti del loro diritto; pur non dubitando del destino, temevano l’abbandono dell’Italia e frustrata il loro sogno per opera appunto di quelle potenze tradizionalmente considerate come araldi della democrazia e della libertà. Ma sopratutto quel popolo martire rimase offeso per la delibe­razione interalleata riguardante l’assunzione per la polizia della città della gendarmeria inglese: l’In­ghilterra la sapevano ostile; erano note le mene dell’alta banca e degli speculatori inglesi ed ameri­cani. Ma a parte ciò, siccome uno dei capisaldi dello statuto civico garantisce appunto alla città la propria polizia, la deliberazione deprecata tornava lesiva a quel principio di autonomia, per il quale i Fiumani avevano sempre combattuto aspre e continue lotte: principio, giova ricordare, dagli Absburgo stessi ri­spettato: la gendarmeria di Stato fu solo imposta con la violenza nei giorni di dolore e di terrore del periodo di guerra. Certo per Fiume volgevano tristi giorni ! — Mentre a Parigi Tittoni ordiva le basi di un nuovo progetto di sistemazione adriatica che non urtasse la suscettibilità di Wilson la cui poli­tica nella stessa America era violentemente combat­tuta, Gabriele d’Annunzio, il poeta dell’Italia risorta: l’eroico combattente che alla guerra ha dedicato l’opra sua instancabile nelle melmose trincee, sulle pietraie del Carso, nei cieli infidi e sui mari nemici, con una legione di soldati e volontari entrava in Fiume fra il giubilo entusiasta di quel popolo santificato dal lun­go e doloroso martirio, che lo proclamò governatore.

Fiume con novello plebiscito riconfermò l’immu­tata fede, e fiera si dispose a far rispettare sino al­l’estremo la sua incrollabile volontà di esser unita all’Italia. «Nihil de nobis sine nobis» è il principio informatore, costantemente seguito dalla politica del comune italico: di questa piccola città (46 264 ab.) che forte della sua magnifica fede, si leva ad am­monire il mondo intero, ricordando esser ormai pas­sata l’ora in cui puntigli e ghiribizzi di potenti possono decidere od intralciare la sorte dei popoli de­siderosi di pace e di lavoro fecondo e che invano oligarchie e plutocrazie possono contrapporre egoi­stici interessi al vero interesse dei popoli. La diplo­mazia, che dopo tanti mesi non ha saputo all’Italia vittoriosa dare una pace degna del contributo che il nostro paese ha portato alla grande causa, e che nolente o volente ha voluto seguire Wilson, la cui politica europea ha ricevuto colpi fatali nella stessa America, si scosse. Però, come Pilato, non sapendo a quale soluzione aggrapparsi, stabili di considerare l’avvenimento come questione interna dell’ Italia, dando a questa il mandato di trovar una via di uscita: ma la soluzione, come era naturale, non è ve­nuta in luce, D’Annunzio ed i suoi rimangono a Fiume che attende. Per evitare maggiori guai all’Italia non resta che restituire il mandato perché ineseguibile, e lasciare che Fiume provveda al proprio de­stino luminosamente tracciato dalle nobili aspira­zioni e dalle manifestazioni unanimi di un popolo maraviglioso che rifiutando con sdegno ogni utilitario accomodamento ha tutto sacrificato per il più alto ide­ale: Fiume vedetta dell’italianità sul Quarnaro come Tarsàtica, sua progenitrice, lo fu per la romanità, allorquando le aquile vittoriose si erano spinte al di là della catena delle Giulie, apportatrici ovunque della più radiosa civiltà, perché materiata nel diritto.

Annunci