L’Impero fascista

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L’IMPERO FASCISTA

La grande illusione dell’Italia fascista fu nel concedere a Mussolini e al fascismo tutto un consenso generalizzato, quasi un  riconoscimento al merito di aver generato finalmente un sistema politico dalla schiena eretta che usava parole rivolte al popolo proletario e lavoratore. I toni trionfalistici, le invettive alle democrazie e le minacce, si manifestavano in un linguaggio tribunizio e colorito che tanto affascinavano le masse contadine, spesso, analfabete. Ma non solo. Anche i così detti “intellettuali”, gli istruiti, i professori e tutta la borghesia benestante, strizzava l’occhio a questo populismo piazzaiolo, al “Duce”, il condottiero senza macchia e senza paura che pareva avere in mano le sorti d’Italia. E le ebbe per più di vent’anni!

Si rileggano i discorsi fatti dal balcone di Palazzo Venezia nell’occasione della celebrazione dell’Impero, dopo la guerra d’Etiopia, guerra fatta coi mezzi più moderni di allora contro un paese arretrato e un popolo disarmato.

Eppure questi discorsi tronfi e retorici, pieni di spirito bellicoso, oltre che dalla grande stampa di regime e non, furono riportati (forse per malinteso amor patrio o magari anche per un servile timore del potere) anche su pubblicazioni minori quali il CALENDARIO ATLANTE DE AGOSTINI del 1937, da cui li ho tratti e che qui propongo, a testimonianza dell’atteggiamento colpevolmente sottomesso, se non complice, anche di illustri intellettuali e di famosi editori! Ma in tempi tragici, si sa,  nessuno nasce con un cuor di leone!

IN CELEBRAZIONE DELL’IMPERO

Appello del Duce nell’Imminenza dell’Impresa africana

Dal balcone di Palazzo Venezia, il 2 ottobre 1935.

Camicie Nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta l’Italia ! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e ol­tre i mari: ascoltate.

« Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Pa­tria. Venti milioni di uomini occupano in queste momen­to le piazze di tutta Italia. Mai si vide nella storia del genere umano spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola. La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e Fascismo costituiscono una iden­tità perfetta, assoluta, inalterabile.

« Possono credere il contrario soltanto cervelli avvolti nelle nebbie delle più stolte illusioni o intorpiditi nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di quest’I­talia. 1935, Anno XIII dell’Era Fascista.

« Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la mè­ta: in queste ore il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai!

« Non è soltanto un esercito, che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo di 44 milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie:

quella di toglierci un po’ di posto al sole.

« Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e con­fuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esalta­zioni del nostro coraggio e quante promesse. Ma dopo la Vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contri­buto supremo di 670 000 morti, 400 000 mutilati e un milione di feriti, attorno al tavolo della pace esosa non toccarono all’Italia che scarse bricciole del ricco bottino coloniale.

« Abbiamo pazientato 13 anni, durante i quali si è an­cora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato 40 anni!

Ora basta!

« Alla Lega delle Nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni.

« Fino a prova contraria, mi rifiuto di credere che l’au­tentico e generoso popolo di Francia possa aderire a san­zioni contro l’Italia. I seimila morti di Bligny, caduti in un eroico assalto, che strappò un riconoscimento di am­mirazione dello stesso comandante nemico, trasalireb­bero sotto la terra che li ricopre.

« Io mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, che non ebbe mai dissidi con l’Italia, sia disposto al rischio di gettare l’Europa sulla via della cata­strofe, per difendere un Paese africano, universalmente bollato come un Paese senza ombra di civiltà.

«Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disci­plina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.

« Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari

« Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra.

« Nessuno pensi di piegarci senza avere prima dura­mente combattuto.

« Un popolo geloso del suo onore non può usare lin­guaggio ne avere atteggiamento diverso!

« Ma sia detto ancora una volta nella maniera più ca­tegorica, e io ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi, che noi faremo il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il ca­rattere e la portata di un conflitto europeo. Ciò può es­sere nei voti di coloro che intravedono in una nuova guerra la vendetta dei templi crollati, non nei nostri.

«Mai come in questa epoca storica il popolo italiano ha rivelato le qualità del suo spirito e la potenza del suo carattere. Ed è contro questo popolo, al quale, l’umanità deve talune delle sue più grandi conquiste, ed è contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di na­vigatori, di trasmigratori, è contro questo popolo che si osa parlare di sanzioni.

« Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo; grido di giustizia, grido di vittoria!

 

Le tappe gloriose della Vittoria

2 Ottobre 1935-XIII: Grande appello del Duce all’a­dunata nazionale,

3 Ottobre: In seguito alla mobilitazione generale etio­pica, le truppe italiane, agli ordini di De Bono, varcano il confine.

4 Ottobre: Occupazione di Adigrat.

6 Ottobre: Le truppe italiane entrano in Adua.

15 Ottobre: Occupazione della Città Santa di Axum.

18 Ottobre: Bombardamento aereo di Dagnerei e consecutiva espugnazione della località.

19 Ottobre: Emanazione del bando che abolisce la schiavitù nelle zone occupate.

7 Novembre: Espugnazione di Gorrahei.

8 Novembre: Presa di Macallè.

16 Novembre: De Bono Maresciallo d’Italia.   Badoglio, Alto Commissario in Africa Orientale.

18 Novembre: Inizio dell’assedio economico. S’inizia il plebiscito dell’oro.

22 Novembre: Le nostre truppe del fronte somalo sba­ragliano completamente un concentramento di trup­pe etiopiche a Lamma Scillindi.

23 Novembre: Sottomissione dell’Ogadèn centrale e meridionale.

18 Dicembre: Giornata della Fede. Messaggio della Regina.

Mussolini inaugura Pontinia, riaffermando la ferrea decisione italiana:

«E’ la guerra dei po­veri, dei diseredati, dei proletari ».

 

12-16 Gennaio 1936-XIV: Battaglia del Canale Doria, conclusasi con la completa disfatta dell’armata di Ras Desta Damtou.

20 Gennaio: Occupazione di Neghelli e cattura di tutti i magazzini e depositi della base, dalla quale Ras Desta, 2 mesi prima, si era mosso annunziando di voler conquistare i paesi della Somalia meridionale italiana.

20-24 Gennaio: Prima battaglia del Tembién, conclu­sasi col pieno successo della nostra manovra, in­trapresa coll’intendimento di impedire al nemico ogni offensiva contro la nostra linea di operazioni fra Macallè e Hausien.

10-15 Febbraio: Battaglia dell’Endertà. Conquista del­l’Amba Aradam.

Distruzione dell’armata di Ras Mulughietà.

28 Febbraio: Conquista dell’Amba Alagi.

27 Febbraio – 1 Marzo: Seconda battaglia del Tem­bién – Le armate di Ras Cassa e di Ras Sejum sgo­minate.

29 Febbraio – 3 Marzo: Battaglia dello Stira e distru­zione dell’armata di Ras Immirù.

11 Marzo: Occupazione di Sarde, cuore dell’Aussa, dopo un’ardita marcia di 350 km., resa particolar-mente difficile, in alcuni tratti, oltre che dalla tem­peratura torrida, dalla conformazione del terreno roccioso e dall’assoluta mancanza di risorse.

31 Marzo • 4 Aprile: Battaglia del Lago Ascianghi e decisiva sconfitta dell’armata del Negus.

1 Aprile: Occupazione di Gondar, effettuata da una colonna celerò comandata dal Luogotenente Gene­rale Starace, dopo epica marcia di 300 km. 15 Aprile – Presa di Dessiè.

14-30 Aprile: Combattimenti per l’espugnazione della li­nea trincerata di Sassabaneh e Bullaleh; battaglie di Gianagobò e Daga Mede.

30 Aprile: Occupazione di Debra Tabor e di Dagahbur.

2 Maggio: Fuga del Negus a Gibuti.

5 Maggio: Il Maresciallo Badoglio entra in Addis Abeba alla testa delle truppe vittoriose. Orazione del Duce all’adunata generale del popolo italiano.

 

 Il Duce annuncia che la guerra è finita e la pace ristabilita

Dal balcone di Palazzo Venezia il 5 Maggio 1936

« Camicie nere della Rivoluzione, Uomini e donne di tutta Italia, Italiani e amici dell’Italia al di là dei monti e al di là dei mari, ascoltate!

« II Maresciallo Badoglio mi telegrafa:

« Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vitto­riose, sono entrato in Addis Abeba.

« Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certa­mente una delle più solenni.

« Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita.

« Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita.

«Non è senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola, ma è strettamente necessario che io aggiunga, che si tratta della nostra pace, della pace romana, che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana.

« Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre Arma­te vittoriose, Italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trion­fa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria,

« Con le popolazioni dell’Etiopia la pace è già un fatto compiuto. Le molteplici razze dell’ex-impero del Leone di Giuda hanno dimostrato per chiarissimi segni di voler vivere e lavorare tranquillamente all’ombra del tricolore d’Italia.

« Il capo e i ras battuti e fuggiaschi non contano più, e nessuna forza al mondo potrà mai più farli contare. Nell’adunata del 2 ottobre io promisi solennemente che avrei fatto tutto il possibile onde evitare che un conflitto africano si dilatasse in una guerra europea.

« Ho mantenuto tale impegno e più che mai sono con­vinto che turbare la pace dell’Europa significa far crol­lare l’Europa.

Ma debbo immediatamente aggiungere, che noi siamo pronti a difendere la nostra folgorante vittoria con la stessa intrepida e inesorabile decisione con la quale l’abbiamo conquistata.

« Noi sentiamo così di interpretare la volontà dei Com­battenti d’Africa, di quelli che sono morti, che sono glo­riosamente caduti nei combattimenti, e la cui memoria rimarrà custodita per generazioni e generazioni nel cuore di tutto il popolo italiano, e delle altre centinaia di migliaia di Soldati e Camicie nere, che in sette mesi di cam­pagna hanno compiuto prodigi tali da costringere il mon­do alla incondizionata ammirazione. Ad essi va la pro­fonda e devota riconoscenza della Patria e tale riconoscenza va anche ai centomila operai che durante questi mesi hanno lavorato con un accanimento sovrumano.

« Questa d’oggi è una incancellabile data per la Rivo­luzione delle Camicie nere; e il popolo italiano, che ha re­sistito, che non ha piegato dinanzi all’assedio e all’osti­lità societaria, merita, quale unico protagonista, di vivere questa grande giornata.

« Camicie nere della Rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia!

« Una tappa del nostro cammino è raggiunta.

« Continuiamo a marciare nella pace per i compiti che ci aspettano domani e che fronteggeremo col nostro co­raggio, colla nostra fede, colla nostra volontà.

« Viva l’Italia! »

 

 

II Duce proclama la fondazione dell’Impero

Dal balcone di Palazzo Venezia il 9 maggio 1936.

Ufficiali, sott’ufficiali, gregari di tutte le Forze armate dello Stato in Africa e in Italia, Camicie Nere della Rivo­luzione, Italiani e Italiane in Patria e nel mondo, ascoltate:

« Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie; viene suggellato il destino dell’Etiopia, oggi 9 maggio, quattordicesimo anno del­l’Era fascista.

« Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente, e la vittoria africana resta nella storia della Patria inte­gra e pura come i Legionari caduti e superstiti la sogna­vano e la volevano.

« L’Italia ha finalmente il suo Impero.

« Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani gagliarde generazioni italiane.

« Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose incoercibili necessità di vita. Impero di ci­viltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia.

« E’ nella tradizione di Roma, che dopo aver vinto as­sociava i popoli al suo destino.

« Ecco la legge, o Italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:

1) I territori e le genti che appartenevano all’Impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena ed intera del Regno d’Italia.

2) Il titolo di Imperatore di Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia.

«Ufficiali, sott’ufficiali, gregari di tutte le Forze ar­mate dello Stato in Africa e in Italia, Camicie nere, Ita­liani ed Italiane!

« II popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero, lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiun­que con le sue armi.

« In questa certezza suprema levate in alto, Legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare dopo quindici se­coli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma.

« Ne sarete voi degni?

La folla prorompe ‘In un formidabile: SI!

« Questo grido è come un giuramento sacro che vi Im­pegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte.

« Camicie Nere, Legionari: Saluto al Re! ».

 

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La Grande Guerra – La pace con l’Austria

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LA PACE CON L’AUSTRIA LA QUESTIONE DI FIUME

(Prof. dott. M. Baratta).

 

I plenipotenziari che a Parigi hanno l’assunto di dare all’Europa la pace “ giusta e duratura “, ave­vano stabilito che il trattato con la Germania e quello con l’Austria e gli eredi dell’anacronistico Im­pero dovessero essere contemporaneamente firmati in modo che Francia ed Italia, le due potenze che alla guerra hanno dato il maggior contributo di sangue e sopportati gli orrori di una guerra lunga e feroce, combattuta su parte del proprio suolo e che infine hanno sopportato, proporzionatamente alla potenzialità economica, i maggiori oneri finanziari; potessero con la vittoria procedere tosto nell’opera difficile e complessa della ricostruzione. Ma invece mentre la pace con la Germania fu firmata nella so­lenne seduta del 16 giugno u. s. la nostra, solo parziale, fu stipulata il dì 10 settembre a Saint Germain: con questa però l’Italia ha potuto annullare il fa­moso saliente trentino conficcato tra la Lombardia e la Venezia, ed includere nel territorio nazionale non solo il Trentino (kmq 6353 con 400 000 abitanti circa) ma l’Alto Adige con l’Ampezzano (kmq 7547 con circa 250 000 abitanti); conquista di immenso va­lore, la cui importanza non può essere sminuita dagli scacchi diplomatici purtroppo subiti e nemmeno valutata in rapporto al numero dei chilometri qua­drati di territorio annesso, perché con il raggiungi­mento della barriera montuosa l’Italia ha raggiun­to il confine naturale, il vero confine di pace – la più alta aspirazione di molte generazioni di italiani – e sicura e libera rimane in casa propria, padrona delle porte d’accesso: i passi di Rèsia (m. 1511), del Brennero (m. 1370) e di Dobbiaco (m. 1210). Essendo esclusa la Val di Monastero, sotto la sovranità della Svizzera, il nuovo confine d’Italia dalla Punta Urtiola (m. 2911) quasi sempre corre sulla linea di displu­vio fra le acque scendenti all’Adriatico ed al Mar Nero: nella prima sezione vi sono però alcune que­stioni secondarie ancora da definire, tagliando la linea prescelta le pertinenze di alcuni comuni il cui territorio si sviluppa al di là della idrotémica: ri­guardo alla insellatura di Dobbiaco, contro la quale si trovano le testate delle valli della Rienza e della Drava, la Conferenza ha riconosciuto all’Italia il diritto della difesa di quel passo sì importante e di quello di Monte Croce di Comèlico (m. 1696) sicchè il confine lascia l’idrotemica stessa al Cornetto di Confine (Marchkinkele; m. 2545) per scendere, arcuandosi verso mezzodì, e tagliare il vertice del bacino della Drava tra Winnbach ed Arnbach; correre quindi sopra l’Helm Sp. (m. 2484) e l’Hornischtech (m. 2551) per innestarsi ancora su l’Idrotemica : così restano inclusi nel territorio dello stato Innichen (S. Candido), l’alto bacino della Drava, come si è detto, e la valle di Sesto. Ad occidente della Cima di Vanscuro, che già. rappresentava il punto più settentrionale dello Stato italiano, il nuovo confine torna a seguire l’idrotemica oltre M. Lodin in modo che il limite nordico non è più Pontebba: anzi qui la frontiera passa oltre il passo di Camporosso (m. 800), perché gli Alleati hanno consentito alla tesi sostenuta dall’Italia, di darci il possesso della conca di Tarvis con l’importante nodo stradale che appunto qui irraggia. La parte già definita del confine da M. Acomizza (m 1816) in vece di scendere a sud, per tagliare la nota insellatura, proce­de con vari ondeggiamenti verso levante, correndo su l’Alpe di Görlach (m. 1695), passa a sud di Thörl, e quindi sulla cuspide del M. Peć (m. 1511), pilastro terminale della sezione del nostro confine con l’Austria. Resta ancora, purtroppo, a definire l’andamento della fron­tiera da detto monte al Quarnaro; vale a dire il con­fine fra Italia e Jugoslavia, se il concetto di uno stato unico, anche federato, riuscirà a trionfare sopra le idee particolaristiche che dilaniano sloveni, croati e serbi. Sebbene l’Italia abbia sostenuto uno sforzo maggiore di quello previsto dal Patto di Londra e dopo la defezione russa si sia trovata sola sulla fronte orientale contro l’intero esercito austro-un­garico, – superiore al nostro per numero e per arma­mento, e che animato da odio e da spirito di vendetta, ci ha contrastato a palmo a palmo il terreno, ed ha combattuto, riconosciamolo, con coraggio e con cieca disciplina fino allo scoccare dell’ora dell’armstizio – le potenze che avevano sottoscritto l’atto dianzi ricordato si mostrarono fredde davanti agli impe­rativi di Wilson, che pur riconoscendo legittimi i patti segreti che Inghilterra e Russia avevano stretto con il Giappone per lo Scian-tung, non volle piegarsi a riconoscere il buon diritto dell’Italia di avere il confine poggiato “sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra”, quale appunto era stato tracciato in linea di massima dalla convenzione di Londra, che codificava gli obblighi assunti dall’Italia per la guerra e nello stesso tempo stabiliva i vantaggi territoriali che essa avrebbe ottenuto con la vittoria.

Sfasciato l’esercito austriaco a Vittorio Veneto, solo per il tenace volere dei nostri capi militari l’Italia ha potuto raggiungere una linea di armi­stizio poco dissimile da quella stabilita dal patto suddetto. Essendo canone di guerra che la linea di armistizio sia sempre più espansa di quella che dovrà limitare definitivamente i territori che la potenza vincitrice rivendica sul vinto nemico — la Francia infatti occupò la linea del Reno, e gettò te­state di ponte sulla sponda opposta—se ne deduce che gli alleati già fin d’allora non erano proclivi a permetterci il raggiungimento di quei confini, che loro stessi si erano impegnati a riconoscerci con la solennità di un trattato. Il quale purtroppo aveva abbandonato Fiume nelle mani del suoi più acerrimi e feroci nemici : i croati. Errore grave è stata sì fatta assegnazione, non solo offensiva verso un po­polo, del quale pure si disponeva senza suo consen­timento, ma eziandio perché implicava una deter­minata, sebbene parziale, sistemazione adriatica in un tempo in cui la diplomazia era ben lontana dall’avere un concetto esatto sopra la sorte che sarebbe toccata alla monarchia austro-ungarica. Questa, ricordiamolo, sebbene nemica e per il brutale ultimatum alla Serbia causa dello scoppio della con­flagrazione, ha purtroppo trovato difensori anche fra i nostri alleati, contro le idealità e gli interessi dell’Italia, gettatasi nella mischia con tutti i suoi figli, con tutte le sue risorse in un momento in cui poco favorevoli volgevano gli avvenimenti militari per l’Intesa, e che nella lotta immane, dopo la defe­zione russa, ha sostenuto da sola l’urto sulla fronte orientale, non lesinando nemmeno l’aiuto dei suoi figli su quella occidentale.

Si è detto e smentito, ma le parole contenute nella lettera di Salandra (ottobre ’19), presidente del Consiglio dei Ministri allorquando fu stipulato il patto di Londra, farebbero riconfermare, che l’Italia abbia dovuto piegarsi alle pressioni della Russia, tutrice degli interessi dei popoli slavi. Ciò non toglie però che l’esclusione di Fiume – le cui condizioni spiri­tuali non potevano essere ignorate dal nostro governo – sia stato un errore: errore gravissimo che abbiamo amaramente scontato: giacché dato il modo di agire degli alleati nei nostri riguardi, ha avuto fatali riflessi sopra le trattative di pace. Noi abbiamo richiesto Fiume, non con una nota addizionale al trattato, allorquando compivamo uno sforzo mag­giore di quello preventivato, ma a conferenza aperta; d’altra parte però aveva la Francia preteso prima oltre l’Alsazia e la Lorena, il bacino della Sarre, i cui abitanti a suon di contanti con un iniquo patto possono essere passati da una ad altra sovranità? Aveva l’Inghilterra fra gli scopi del suo intervento dichiarato di voler la Mesopotamia, la Palestina, parte della Siria, l’effettivo, se non nominale, protettorato sulla Persia, il protettorato sull’Egitto contro il parere degli egiziani stessi ? Sopratutto nefasta è stata la politica accondiscendente e temporeggiatrice dell’on. Orlando, la quale, mentre ha dato modo di consolidare vie meglio la posizione di dominatore assunta da Wilson, ha poi trovato fredde Francia ed Inghilterra, che in massima avevano ottenuto dalla conferenza quanto desideravano. Il Giappone invece con un’attitudine energica è riuscito a strap­pare allo stesso Wilson il consenso per lo Scian-tung.

Ma ritornando sopra i nostri passi, è necessario ricordare come già prima che si iniziasse la battaglia di Vittorio Veneto, il deputato per Fiume, on, Ossoinach, nel parlamento ungarico, avesse alto procla­mata l’italianità di Fiume e la sua indipendenza assoluta dalla Croazia, e reclamato in pari tempo per la sua città il diritto di autodecisione del quale Wilson si era fatto paladino. Mentre le sorti della guerra si avviavano per i felici successi delle armi italiane ad una rapida decisione, Fiume trepida attendeva il momento opportuno per sciogliere la sua “questione”: il 28 ottobre il tricolore sventolava sul balcone della Filarmonica ; nel dì 29 avendo il governatore in pieno accordo con le autorità unghe­resi e con i croati abbandonata per sempre la città, questi, fidenti nel l’appoggio dell’America e di qualche altra potenza, sotto la guida di Riccardo Lenać no­minato dal governo di Zagabria «conte supremo di Fiume» occuparono la città e cercarono di impadronirsene con la violenza. Fiume indomita alla provocazione croata, reagì inalzando la bandiera italiana ed al 30 il Consiglio nazionale proclamò – tra indi­cibile entusiasmo di tutti, in base al diritto civico ed a quello di autodecisione – l’annessione all’Italia, mettendo lo storico suo deliberato, acclamato in modo plebiscitario dalla popolazione, sotto la prote­zione dell’America, madre di libertà, in attesa della ratifica per parte del Congresso della pace. I croati inferociti incominciarono quella caccia agli italiani, per la quale ebbero in altri tempi encomi solenni da S. M. l’Apostolico Imperatore; nessuna violenza fu risparmiata, ogni sentimento fu vilipeso. Avver­tite lo autorità militari Italiane mandarono (4 no­vembre) nelle acque del Quarnaro alcune navi; queste però solo al 17 sbarcarono marinai e soldati, accolti trionfalmente, ed entusiasticamente acclamati dalla popolazione festante. Nel dì 7 dicembre si costituiva il Consiglio Nazionale in ente politico autonomo con pieni poteri sopra la città di Fiume e sue pertinenze in attesa dell’annessione all’Italia.

Firmato l’armistizio tedesco, la guerra era virtual­mente finita: Wilson dalla lontana America, ove già aveva assunto la posizione di arbitro, venne in Eu­ropa circonfuso di gloria, atteggiandosi a profeta della rinnovata coscienza dei popoli, a “ tessitore” della nuova Europa, della quale sarebbero state gettate le basi granitiche con quella Società delle nazioni, il cui constituto doveva far rinsavire gli uomini e 1e vecchie nazioni ; farne risorgere altre calpestate e divise; dar vita a nuove; e rendere infine impossi­bile ogni e qualunque guerra avvenire. Il laborioso travaglio per la conferenza aperta con la seduta plenaria del 18 gennaio 1919 si iniziò appunto, come è noto, con la discussione dello statuto della lega delle Nazioni, al quale collaborò l’on. Orlando, che sacrificando il contributo molto più democratico del progetto italiano, credette bene, per propiziarsi Wilson, assecondarlo nelle sue ideologie, e in pari tempo per aver consenzienti Francia ed Inghilterra nelle questioni italiane, subì le pretese di Clemenceau e Lloyd George, anche quando erano contro ogni buon diritto. Intanto però dell’Italia nessuno parlava ! Anzi la stampa alleata accennava apertamente che, data l’indole assunta posteriormente dalla grande guerra, fosse necessaria una revisione non di tutte le convenzioni anteriormente stipulate fra i belli­geranti ma…. solo del Patto di Londra. Condotto a termine lo statuto della lega, fu intrapresa la discus­sione del trattato di pace con la Germania, con il quale furono regolate le questioni territoriali della Francia e parzialmente quelle dei confini dei nuovi stati creati a costituire il baluardo orientale contro i tedeschi. Venuta finalmente in discussione la que­stione italiana, Wilson, che aveva a più riprese sa­crificati i suoi famosi XIV punti; che aveva obliato il principio a lui caro della “ libertà dei mari “ e modificato lo statuto già approvato della lega, toglien­dole con la nuova formula ogni efficace azione: che aveva riconosciuto, malgrado le proteste della re­pubblica cinese, la sovranità del Giappone sullo Scian-tung, garantita da un segreto accordo inter­venuto fra i belligeranti; che si era opposto a rico­noscere ai tedeschi d’Austria il diritto di unirsi a quelli della repubblica imperiale germanica; che non si era peritato di smembrare i tedeschi, includen­done in tutti gli stati di nuova formazione, si mostrò irreducibile avversario non solo dell’annessione di Fiume con solenne plebiscito votata dal cittadini ed unanimamente reclamata da tutti gli Italiani, ma ben anco a riconoscere il confine orientale segnato dal trattato di Londra, che, come ho detto, codi­ficava i nostri diritti a vittoria ottenuta. E le sue ripulse non confortò riferendosi alle condizioni geografiche, non al diritto storico, non a considerazioni di ordine etnico-linguistico, non al principio di au­todecisione pure invocato dai fiumani : Egli volle assegnare la città italiana alla Jugoslavia esclusivamente perché il porto avendo un hinterland non italiano, non può essere sottoposto alla sovranità dell’Italia !!! Wilson interrompendo in modo brusco e sconveniente le trattative diramò quel famoso messaggio, il cui contenuto illustrò con apposito memoriale. E risaputo come la nostra delegazione abbia abbandonata la conferenza: nell’assenza dei nostri plenipotenziari il Profeta si impose per chia­mare in fretta e furia la delegazione austriaca, mentre il trattato era ben lontano dall’essere pronto, e per far prendere dai consenzienti alleati deliberazioni sopra la distribuzione delle colonie tedesche, intro­durre modificazioni importanti allo statuto della lega delle nazioni….. Nè il buon diritto dell’Italia, nè il volere di Fiume liberamente e luminosamente ester­nato ebbero miglior accoglienza al ritorno dell’ono­revole Orlando a Parigi. Fallito il compromesso Tardieu di creare uno stato cuscinetto assai limitato, venne da Wilson stesso proposto un progetto per il quale si ingrandiva in modo strano la superficie dello staterello, cui al attribuivano: Idria, con le rinomate miniere cinabrifere; Carparo, con i ricchi depositi di lignite; l’importante bivio ferroviario di S. Pietro del Carso; le Giulie meridionali in massima erano pure comprese in questo stato che, spezzata l’unità della penisola istriana, aveva per confine l’Arsa: così, dopo tanti secoli di oblio, veniva risuscitata la effimera confinazione augustea! Fiume rimaneva la sola isola italiana in mezzo alla burrascosa marea slava ! Riuscito vano ogni tentativo di persuasione, i nostri decisero il ritorno ; il 19 giugno cadde il ministero Orlando-Sonnino. I tentativi degli Alleati per tro­vare una soluzione alla vertenza non sortirono miglior effetto e nemmeno approdarono le modeste proposte posteriormente fatte da Tittoni. Wilson fu irremo­vibile di fronte a qualunque soluzione che non avesse avuto il preventivo consentimento dei Jugoslavi.

Sulla fine di giugno scoppiarono in Fiume i primi incidenti provocati dalla tracotanza dei soldati fran­cesi di quella base, i quali determinarono nei primi giorni del mese seguente una violenta reazione; in seguito ai dolorosi incidenti allora occorsi, il Consi­glio supremo della Conferenza decise la nomina di una commissione d’inchiesta composta di quattro generali (uno per ciascuna grande nazione) i quali conclusero nei primi di settembre ed il Consiglio supremo tosto sanzionò: lo scioglimento del Consiglio nazionale; la riduzione del contingente italiano; il cambiamento dei reparti di tutte le nazioni; l’affi­damento del servizio di polizia all’Inghilterra. — La partenza dei nostri granatieri, che tanto avevano bene meritato; la sostituzione del generale Grazioli, per il quale i Fiumani nutrivano una grande vene­razione e che rappresentava in modo squisitamente ideale la patria adorata ; la partenza di alcune navi da guerra che per i fiumani oltre un simbolo d’Italia, costituivano la vigile scolta del Quarnaro, che

…. Italia chiùde e i suoi termini bagna,

determinarono non scoramento, ma le più vive in­quietudini. I Fiumani, forti del loro diritto; pur non dubitando del destino, temevano l’abbandono dell’Italia e frustrata il loro sogno per opera appunto di quelle potenze tradizionalmente considerate come araldi della democrazia e della libertà. Ma sopratutto quel popolo martire rimase offeso per la delibe­razione interalleata riguardante l’assunzione per la polizia della città della gendarmeria inglese: l’In­ghilterra la sapevano ostile; erano note le mene dell’alta banca e degli speculatori inglesi ed ameri­cani. Ma a parte ciò, siccome uno dei capisaldi dello statuto civico garantisce appunto alla città la propria polizia, la deliberazione deprecata tornava lesiva a quel principio di autonomia, per il quale i Fiumani avevano sempre combattuto aspre e continue lotte: principio, giova ricordare, dagli Absburgo stessi ri­spettato: la gendarmeria di Stato fu solo imposta con la violenza nei giorni di dolore e di terrore del periodo di guerra. Certo per Fiume volgevano tristi giorni ! — Mentre a Parigi Tittoni ordiva le basi di un nuovo progetto di sistemazione adriatica che non urtasse la suscettibilità di Wilson la cui poli­tica nella stessa America era violentemente combat­tuta, Gabriele d’Annunzio, il poeta dell’Italia risorta: l’eroico combattente che alla guerra ha dedicato l’opra sua instancabile nelle melmose trincee, sulle pietraie del Carso, nei cieli infidi e sui mari nemici, con una legione di soldati e volontari entrava in Fiume fra il giubilo entusiasta di quel popolo santificato dal lun­go e doloroso martirio, che lo proclamò governatore.

Fiume con novello plebiscito riconfermò l’immu­tata fede, e fiera si dispose a far rispettare sino al­l’estremo la sua incrollabile volontà di esser unita all’Italia. «Nihil de nobis sine nobis» è il principio informatore, costantemente seguito dalla politica del comune italico: di questa piccola città (46 264 ab.) che forte della sua magnifica fede, si leva ad am­monire il mondo intero, ricordando esser ormai pas­sata l’ora in cui puntigli e ghiribizzi di potenti possono decidere od intralciare la sorte dei popoli de­siderosi di pace e di lavoro fecondo e che invano oligarchie e plutocrazie possono contrapporre egoi­stici interessi al vero interesse dei popoli. La diplo­mazia, che dopo tanti mesi non ha saputo all’Italia vittoriosa dare una pace degna del contributo che il nostro paese ha portato alla grande causa, e che nolente o volente ha voluto seguire Wilson, la cui politica europea ha ricevuto colpi fatali nella stessa America, si scosse. Però, come Pilato, non sapendo a quale soluzione aggrapparsi, stabili di considerare l’avvenimento come questione interna dell’ Italia, dando a questa il mandato di trovar una via di uscita: ma la soluzione, come era naturale, non è ve­nuta in luce, D’Annunzio ed i suoi rimangono a Fiume che attende. Per evitare maggiori guai all’Italia non resta che restituire il mandato perché ineseguibile, e lasciare che Fiume provveda al proprio de­stino luminosamente tracciato dalle nobili aspira­zioni e dalle manifestazioni unanimi di un popolo maraviglioso che rifiutando con sdegno ogni utilitario accomodamento ha tutto sacrificato per il più alto ide­ale: Fiume vedetta dell’italianità sul Quarnaro come Tarsàtica, sua progenitrice, lo fu per la romanità, allorquando le aquile vittoriose si erano spinte al di là della catena delle Giulie, apportatrici ovunque della più radiosa civiltà, perché materiata nel diritto.

LA GUERRA D’ITALIA – 1915-18

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LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(prima parte)

II primo anno di guerra.

L’Italia scese in campo nel maggio 1915, quando i Russi sotto la spinta vigorosa della falange di Mackensen cedevano sul Dunajez. Come già una volta aveva salvato la Francia colla dichiarazione della sua neutralità, così ora salvava l’Intesa richiamando verso le Alpi fiore delle divisioni austriache men­tre i Russi compivano la disastrosa ritirata. Il 23 maggio il duca d’ Avarna, ambasciatore italiano a Vienna, presentava al ministro degli Affari Esteri austro-ungarico la dichiarazione di guerra, e alle ore 24 dello stesso giorno, termine fissato per l’inizio delle ostilità, le truppe Italiane schierate dallo Stelvio al mare irrompevano dovunque dal vecchio, iniquo confine del 1866. La quarta guerra d’indipen­denza incominciava.

I reparti mobilitati dell’esercito italiano compren­devano all’inizio, oltre agli squadroni di cavalleria, 578 battaglioni (fanteria, bersaglieri, alpini, ciclisti) con sole 600 mitragliatrici; 370 batterie da campagna e a cavallo, 28 pesanti campali, 70 da montagna e someggiate, 40 d’assedio. Nemmeno una bombarda. Queste forze erano, raggruppate in quattro Armate: la prima operante nel Trentino; la quarta nel Cadore, con un distaccamento nella Carnia; la seconda e la terza sull’Isonzo. Stavano loro di fronte 25 di­visioni austriache, largamente dotate di mezzi mec­canici e scaglionate su posizioni fortissime lungo l’estesa fronte sviluppantesi per circa 800 km. dallo Stelvio al mare.

La prima e la quarta Armata avevano compito difensivo e solo parzialmente offensivo: dovevano sbarrare agli Austriaci le tre vie d’invasione della pianura padana che il Trentino offriva attraverso le Giudicarie, Val Lagarina e Val Sugana; smussare questo pericoloso saliente che penetrava come un cuneo nelle carni vive d’Italia, occupare punti domi­nanti nel Cadore e nella Carnia, minacciare le vie di comunicazione del nemico, e logorarlo con tenace e ardita guerriglia d’alta montagna. Il duro compito fu assolto con ardimento ed abnegazione special­mente dagli alpini, che immortalarono coi servigi resi alla Patria il loro creatore, gen. Perrucchetti; i bersaglieri e i fanti, 1’arma del genio, gareggia­rono nobilmente con essi. La prima Armata svolse ardite operazioni sulle impervie vette del massiccio dell’Adamello, cacciando il nemico dalle posizioni di Passo di Lagoscuro (2968 m.) e di Corno Bedole (3009 m.); avanzò nelle Giudicarie fino oltre Condino; occupò in Valle Lagarina Ala, il Coni Zugna e la Zugna Torta; marciò in Val Sugana fin oltre Borgo. La quarta Armata fece buoni progressi nella Conca di Fiera di Primiero; spiegò grande attività nelle alte valli del Cordevole, Boite ed Ansiei occupando la Conca di Cortina d’Ampezzo e i massicci della Tofana (3241 m.) e del Cristallo (3216 m.) ; conquistò il Passo di Vall’Inferno alla testata di Val Degano ed ottenne ripetuti successi alla Sella Prevala, alla testata di Val Raccolana, agli accessi di Val Dogna; respinse tutti i ritorni offensivi del nemico contro le posizioni brillantemente conquistate di Passo di Monte Croce Carnico, del Freikofel, del Pal Piccolo e del Pal Grande. Anche nel cuore dell’inverno precoce quegli intrepidi soldati, non atterriti dalla saldezza dei baluardi nemici né dai rigori del clima, continuarono le arditissime operazioni piantando il tricolore sul Col di Lana (2464 m.) nell’Alto Cordevole (novembre 1915), e difendendo la formidabile posi­zione contro i ripetuti contrattacchi nemici.

La seconda e la terza Armata avevano un compito decisamente offensivo: attaccare le formidabili po­sizioni nemiche da Tolmino al mare ed aprirsi la via a Lubiana e a Trieste. La deficenza dei mezzi meccanici sopratutto non permise al fante italiano di cogliere nel tormentato settore isontino tutti gli allori che il suo fulgido eroismo avrebbe meritato. Le artiglierie di medio e grosso calibro erano poche e le munizioni pochissime; la mitragliatrice, che si era rivelata regina delle moderne battaglie sui fronti occidentale ed orientale, era rappresentata da qual­che raro esemplare nei reggimenti italiani, mentre gli Austriaci ne avevano 300 per ogni divisione! D’altra parte già da otto mesi sul fronte occidentale la guerra di movimento aveva ceduto il posto alla guerra di posizione, e sul fronte orientale la manovra di Mackensen era stata coronata da completo success, solo perché i Russi erano completamente sprov­visti di munizioni. Non era umanamente possibile che sul più difficile di tutti i teatri di guerra l’eser­cito italiano rovesciasse la situazione; esso non avrebbe potuto ottenere, almeno nel primo anno di guerra, risultati superiori a quelli effettivamente ottenuti: logorò duramente il nemico in battaglie terribili, ed ottenne nelle undici battaglie dell’Isonzo risultati più cospicui di quelli ottenuti in analoghe battaglie di logoramento dai Franco-Inglesi sull’Yser e sulla Somme.

Tra la fine di maggio e il principio di giugno 1915 gli Italiani occuparono e mantennero contro i ritorni offensivi del nemico il Costone di Monte Nero sulla sinistra riva dell’Isonzo, circa 10 km. a nord-ovest di Tolmino; gettarono ponti militari sul medio e basso Isonzo e stabilirono solide teste di ponte sulla sinistra del fiume, in presenza del nemico. Di parti­colare importanza furono le azioni impegnate a Plava nelle giornate del 16 e 17 giugno. Ivi, superata a viva forza la linea dell’Isonzo, furono espugnate ad una ad una le posizioni nemiche, dominanti per natura e fortissime per arte, e costantemente respinte le ostinate riprese offensive del nemico numeroso ed agguerrito.

I primi giorni di guerra avevano visto gli Italiani al di là del basso Isonzo, sul margine occidentale del Carso, dopo l’occupazione di Cervignano, Gradisca e Monfalcone. Il 4 luglio essi si impegnarono a fondo sull’altipiano carsico, e cominciarono a conquistare il terreno a palmo a palmo, ostacolati anche dal fango, facendo dal 4 al 7 un migliaio e mezzo di prigionieri. Un secondo e più poderoso attacco fu portato contro le posizioni nemiche sul Carso nelle giornate dal 18 al 20 luglio. Più ordini di trincee solidamente blindate e protette da reticolati furono successivamente prese d’assalto ed espugnate, e 3478 prigionieri rimasero nelle mani dei vincitori. La mattina del 22 gli Austriaci si lanciarono al con­trattacco, ma furono ributtati e perdettero nella fuga altri 1500 prigionieri. Il 25 luglio la battaglia ardeva nuovamente sulla linea Monte San Michele-Sella di San Martino-Monte Sei Busi. Il S. Michele, dominante gran parte dell’altipiano, fu conquistato dallo slancio delle fanterie, costrette tuttavia a ripiegare poco sotto la cresta per non subire i tiri violenti ed incrociati delle batterie nemiche. Ma al centro della linea di battaglia i ridotti e le trincee coprenti la Sella di S. Martino vennero espugnati alla baionetta, ed alla destra Monte Sei Busi, preso e perduto pa­recchie volte, rimase alla fine in saldo possesso delle fanterie italiane. La sanguinosa azione, continuata vittoriosamente fino ai primi di agosto, fruttò circa 8 mila prigionieri e portò gli Italiani sulla seconda linea difensiva del nemico.

La mattina del 21 ottobre, dopo intensa prepara­zione d’artiglieria, gli italiani attaccarono nuova­mente le posizioni nemiche da Caporetto al mare, e in dura lotta protratta fino al 27 conquistarono fortissime posizioni sul Mrzli nella zona del Monte Nero, espugnarono trinceramenti nemici sul Monte Sabotino (quota 609) e sul colle di Podgora nella zona di Gorizia, e ruppero la più punti le robuste linee avversarie sul Carso, compiendo la cattura di 5064 prigionieri e di importante materiale da guerra.

Fino al principio del dicembre, sebbene ostacolate dal maltempo, le brigate italiane si accanirono contro le posizioni nemiche nella zona del Monte Nero, pro­seguendo l’ascesa alle vette del Vedil e del Mrzli; nel settore di Plava, dove fu espugnato il villaggio fortifìcato di Zagora; sulle alture ad occidente di Gorizia, presso il villaggio di Oslavia e sul Podgora; e finalmente sul Carso, dove furono compiuti pro­gressi sul San Michele e raggiunte le prime case di San Martino. Altre migliaia di prigionieri vennero catturate al nemico, costretto dalla forte e costante pressione delle truppe italiane ad allentare i colpi contro la Serbia.

Alla fine del 1915 l’esercito italiano – unico fra quelli dell’Intesa – era adunque saldamente pian­tato in territorio nemico, sul formidabile bastione del Carso e sulle vette del Trentino, e tollerava le molestie e i pericoli della guerra di posizione con quel gagliardo cuore che aveva dimostrato negli as­salti cento volte ripetuti ai baluardi nemici, sui quali aveva fatto complessivamente 30 mila prigionieri e supplito coll’eroismo alla deficienza grave dei mezzi meccanici, infatti le offensive italiane e le controffensive austriache tra il maggio e il dicembre 1915 costarono all’Italia 65 790 morti, 180 400 feriti, 25 100 prigionieri.

Intanto la marina da guerra italiana teneva il do­minio dell’Adriatico. Essa era rappresentata da un materiale splendido, notevolmente superiore a quello nemico (6 navi monocalibre contro 4 del nemico), ed era servita da equipaggi sapientemente allenati e bramosi di cancellare il duro ricordo di Lissa; ma sentiva la mancanza di una adeguata base navale nell’Adriatico, dove gli Austriaci disponevano invece del munitissimo porto di Pola, e potevano dai sicuri recessi della costa dalmata tentare impunemente qualsiasi raid contro la nostra costa indifesa. Tut­tavia essa non esitò a provocare ripetutamente il nemico a battaglia ed a scovarlo col naviglio sottile entro i suoi ancoraggi, mantenendo sempre il do­minio del mare.

Il 24 maggio 1915, all’alba, unità navali ed aeree austriache attaccarono Porto Corsini, Ancona, dove danneggiarono la ferrovia, Venezia, Iesi, Barletta. Il vecchio cacciatorpediniere Turbine, sopraffatto da quattro unità nemiche, più volte colpito e col fuoco a bordo, fu fatto affondare dal suo stesso comandante; ma l’esploratore Helgoland e il cacciatorpediniere Czepel furono danneggiati in combattimento navale, e la torpediniera S. 80 dalle batterie di Porto Corsini. Dopo tal giorno la vigilanza delle unità italiane mantenne rigorosamente il blocco nell’Adriatico proclamato il 26 maggio, e frustrando altri tentativi del genere tenne altissimo l’onore della bandiera ; ma ci condusse a perdite dolorose che non potevano toc­care alla flotta austriaca, rintanata a Pola e a Cat­taro. Il 6 luglio venne silurato l’Amalfi, durante una ricognizione in forze nell’alto Adriatico; il 16 dello stesso mese toccò ugual sorte alla Garibaldi nelle acque di Cattaro, dove cogli altri incrociatori ge­melli aveva bombardato e danneggiato seriamente la ferrovia, senza che le navi anstriache uscissero a battaglia contro la modesta divisione dei nostri vecchi incrociatori corazzati. Infine il 28 settembre l’opera di alcuni scellerati faceva esplodere la santa­barbara della Benedetto Brin, ancorata davanti a Brindisi.

Tra la fine del 1915 e il principio del 1916 alla ma­rina italiana toccò il grave compito di provvedere al trasporto dei soldati serbi, dei profughi e dei ma­lati, nonché dei prigionieri austriaci dalla costa al­banese alle basi navali designate, e lo assolse in modo degno delle sue tradizioni, mantenendo parecchie unità a Durazzo finché non fu imbarcato l’ultimo uomo (26 febbraio 1916). Essa trasportò : dal 12 dicembre 1915 al 22 febbraio 1916: 130 841 fanti a Corfù, 4100 fanti a Biserta, 11 651 profughi e malati a Biserta ; dal 16 dicembre 1915 al 12 febbraio 1916: 22 928 pri­gionieri austriaci da Valona all’Asinara ; dal 1° marzo al 5 aprile 1916: 13 068 uomini e 10 133 cavalli da Valona a Corfù.

La ” Strafexpedition „

Durante il primo inverno di guerra l’Italia escogitò insieme agli Alleati i mezzi pratici onde raggiungere la completa coesione degli sforzi e accelerò il ritmo della sua mobilitazione industriale per dotare l’esercito di mezzi meccanici adeguati alla grandezza del compito che doveva assolvere. Il Paese assecondò tranquillo e fiducioso l’opera del Governo, nè si lasciò intimidire dai briganteschi sistemi di guerra del nemico, che bombardò coi suoi velivoli Milano, ca­gionando la morte di 15 e il ferimento di 40 persone (14 febbraio 1916). I Milanesi tributarono solenni ono­ranze alle vittime, e l’opinione pubblica unanime chiese rappresaglie per mostrare al nemico feroce che le sue barbare azioni di guerra potevano ridondare a suo danno. I nostri Caproni, impiegati fino allora nel bombardamento di baraccamenti nemici, nodi ferroviarie cantieri, volarono su Lubiana (18 feb­braio) e fecero pagare caro al nemico il bombarda­mento di Milano.

Nel campo della mobilitazione industriale furono realizzati grandi progressi. Ai 66 stabilimenti militari vennero man mano aggiunti gli stabilimenti dell’in­dustria privata per moltiplicare la produzione di materiale bellico. I 300stabilimenti ausiliari esistenti alla fine del 1915 nei quali lavoravano 200 mila operai, salirono nel luglio 1916 a 800 con 150 mila operai. I cannoni di medio e grosso calibro apparvero più fre­quenti dietro le linee italiane, e i piccoli calibri po­terono impunemente sorpassare il massimo giorna­liero di 100 colpi per pezzo del 1915. Ma sopratutto fu intensificata la costruzione delle mitragliatrici «Fiat», e nella seconda metà di giugno 1916 incominciarono ad uscire dalla Scuola Mitraglieri di Brescia, sapientemente organizzata dal maggiore De Tullio, quelle belle e fiere compagnie di mitraglieri che, controbattendo con successo le armi similari nemiche e sacrificandosi per la salvezza delle posi­zioni, rincorarono il fante e gli furono di validissimo aiuto fino agli ultimi giorni della guerra.

Nel mese di marzo 1916 apparvero sul fronte italiano i primi preziosi frutti di quella unità d’azione che Aristide Briand, Presidente del Consiglio dei ministri in Francia, aveva energicamente voluta nel campo diplomatico e militare, come principale strumento della vittoria. Mentre i Tedeschi moltiplicavano i colpi nel settore di Verdun, gli italiani esercitarono nonostante l’inclemenza della stagione una costante pressione sugli Austriaci, attaccando sulla Tofana (6 marzo), sul medio Isonzo, attorno alla Conca di Plezzo e sul Carso, impegnando una violenta battaglia di quattro giorni sul Sabotino, principale pilastro della testa di ponte di Gorizia (27-30 marzo). Per pa­rare nuovi colpi gli Austriaci attaccarono il 26 marzo sull’alto But, una delle nostre principali posizioni sulle Alpi Carniche. Il combattimento durò 30 ore sulla neve e gli Italiani acquistarono due nuove posi­zioni. Nel mese di aprile respinsero attacchi austriaci ad est di Selz, ed occuparono Lobbia Alta e Desson sull’Adamello, a 3300 metri sul livello del mare (12 aprile). Queste operazioni, intraprese per impedire un even­tuale spostamento di forze austriache verso il fronte occidentale, costarono agli Italiani 6920 morti, 14 340 feriti, 3240 prigionieri.

E venne il fortunoso maggio del 1916, nel quale l’Au­stria doveva assecondare lo sforzo tedesco in Francia scatenando un’irresistibile offensiva sul fronte ita­liano, mentre la Russia era ritenuta ancora incapace di muoversi per molto tempo. Il piano d’attacco fu studiato con cura dal maresciallo Conrad, al quale non pareva vero di potere, dopo tanti scacchi mili­tari subiti dall’Austria, consolare il vecchio Impe­ratore infliggendo con una passeggiata militare a Verona e a Vicenza un terribile castigo agli Italiani traditori dell’alleanza. I mezzi non furono lesinati a chi assicurava la riuscita dell’impresa. Molti reparti furono ritirati dai fronti russo e balcanico, e le divisioni austriache sul fronte italiano, che al 15 novembre 1915 erano 20, salirono a 38. Per operare lo sfondamento delle linee Italiane Conrad ebbe a sua disposizione una massa di sfondamento di 16 di­visioni , con tutti i Kaiserjager e Landesschützen particolarmente equipaggiati ed allenati per una guerra di montagna; 400 mila uomini in cifra tonda com­putando la forza dell’enorme parco di artiglieria che doveva preparare e coadiuvare l’azione delle masse di fanteria: 2 mila cannoni, di cui la metà di medio calibro, 40 mortai da 305 mm, ed alcune batterle da 380 e 405 mm. Al 177 battaglioni austriaci formida­bilmente preparati ed accesi dalla brama di punire l’Italia, causa del prolungamento della guerra, noi potevamo opporre 162 battaglioni stanchi e sprov­visti dell’armamento che dà la fiducia nella vittoria.

Il 12 maggio 1916 incominciò il bombardamento nella zona scelta per l’attacco, tra Brenta e Adige, e divenne furiosissimo il 14 allargandosi dalle Giu­dicarie al mare. Il 15 seguì l’assalto delle fanterie austriache tra la valle dell’Adige e l’alto Astico, e nella giornata del 16 l’offensiva fu estesa alla Val Sugana. Sotto quella valanga di ferro e di fuoco gli Italiani si ritrassero sulla linea di resistenza e quivi si mantennero fino all’estremo. L’ala destra au­striaca, dopo aver occupato il 18 la Zugna Torta, non riuscì ad infrangere le improvvisate barriere che i fanti italiani inalzarono coi loro petti sulla linea Coni Zugna-Passo di Buole-Pasubio. Anche tra Valle Terragnolo e Valle d’Astice l’offensiva austriaca con­dotta dall’arciduca Carlo venne contenuta. All’ala sinistra, in Val Sugana. gli Austriaci poterono rioccupare Borgo, ma non riuscirono a ricacciare gli Ita­liani oltre il confine. Invece al centro, travolta la linea principale di resistenza Italiana, gli Austriaci avanzarono minacciosi sull’altipiano di Asiago, strap­pando ad una ad una le quote in lotte furibonde nelle quali molti reggimenti Italiani si sacrificarono eroicamente, onde le perdite nostre furono gravissime. Ai primi di giugno la battaglia ardeva ancora sanguinosa sull’Altipiano, dove gli Austriaci avevano occupato Arsiero ed Asiago, senza riuscire tuttavia a sboccare verso Thiene e Bassano, e i granatieri di Sardegna sostenevano ancora sul Cengio una lotta omerica, quando il 3 giugno il bollettino ufficiale annunciò che l’offensiva austriaca era nettamente arrestata lungo tutta la fronte d’attacco. Il Comando Italiano aveva saputo con saldo cuore riparare l’er­rore commesso col suo scetticismo circa l’offensiva nemica nel Trentino.

Arginati i progressi nemici al centro ed alle ali, Cadorna concentrò con pronta decisione e mirabile rapidità una massa di manovra nella pianura, tra Vicenza, Bassano e Cittadella, per dar battaglia agli Austriaci qualora fossero riusciti a sboccare fra Thiene e Bassano. In 15 giorni 82 mila carri ferroviari e l000 autocarri raccolsero nel triangolo suin­dicato una massa di truppa non inferiore all’au­striaca, con una sufficiente dotazione di materiale. Il 10 giugno si delineò la controffensiva italiana dal­l’Adige al Brenta. Sui due versanti della Vallarsa, lungo le alture a sud del Posina-Astico, alla testata di Val Frenzela e sulla sinistra del Torrente Maso le fanterie italiane progredirono, e nei giorni seguenti aumentarono la loro pressione sulle due ali dello schieramento nemico In Vallarsa e in Val Sugana. Ma il Comando austriaco non attese lo sviluppo della manovra Italiana, e nella notte sul 25 ordinò la ri­tirata al centro per evitare di essere chiuso tra le due branche di una inesorabile tenaglia nella quale gli ideatori della spedizione punitiva avrebbero fatto troppo pietosa figura. Furono rioccupate Arsiero e Asiago e la linea italiana fu riportata innanzi con una lotta tenace protratta sino alla fine di luglio, nella quale le prime compagnie mitragliatrici “Fiat” ricevettero il loro battesimo di fuoco a M. Mosciagh, M. Fior, M. Castelgomberto. L’ufficiale degli alpini Cesare Battisti, che sulle balze del Trentino combat­teva volontario in prima linea contro gli oppressori del suo paese, cadde prigioniero degli Austriaci e fu impiccalo nel Castello di Trento (12 luglio 1916) dando alla Patria la vita dopo averle dato il pensiero e l’azione. Nella controffensiva furono raccolti 5364 prigionieri, 10 cannoni, 50 mitragliatrici; poca cosa davvero in confronto alle perdite gravissime che costò agli Italiani la battaglia tra Brenta e Adige: 35 mila morti, 75 mila feriti e 45 mila prigionieri. Ma anche il nemico sofferse perdite non meno gravi in morti e feriti, il suo orgoglio militare venne profondamente umiliato, e l’Italia mostrò ai suoi alleati di potere da sola sostenere una grande prova.

Si affermò che il fallimento dell’offensiva austriaca fu dovuto al rude colpo assestato da Brussiloff agli Austriaci nella Volinia, e si volle con tale affermazinoe negare agli Italiani il merito di aver sbarrato da soli la via agli invasori del loro paese. Ma è falso. Cadorna annunciò l’arresto dell’offensiva austriaca il.3 giugno, e Brussiloff iniziò la sua azione il 4 co­gliendo gli Austriaci assolutamente impreparati ; segno che essi non attendevano a così breve scadenza l’offensiva russa. Molti buoni reggimenti austriaci erano stati dalla Volinia trasportati nel Trentino insieme a molte batterie pesanti, ciò che favorì lo sviluppo della vittoria russa, onde è più giusto dire che Brussiloff trasse partito dall’offensiva austriaca nel Trentino per assestare il suo colpo nel momento più buono. La battaglia fra Brenta e Adige terminò con una vittoria incontestabilmente Italina, anche se gli Austriaci si ritirarono volontariamente calco­lando che gli Italiani sarebbero stati pronti a rice­verli nel piano prima che essi avessero potuto sboc­carvi. D’altra parte, dopo la splendida resistenza opposta dagli Italiani sul Piave nel giugno 1918, oggi è lecito affermare che, se gli Austriaci fossero sboc­cati nel piano, una battaglia di Vicenza avrebbe an­ticipato di due anni la battaglia del Piave e lo sfa­sciamento dell’Impero austro-ungarico.

                                         Da Gorizia al Pecinca.

Prima ancora che venisse lanciata la grande offen­siva austriaca nel Trentino, il Comando italiano aveva iniziato i preparativi per un’azione in grande stile sull’Isonzo. Essi, non interrotti durante la grande battaglia di arresto, vennero intensificati dopo la ritirata austriaca, e tra il 27 luglio e il 4 agosto i convogli ferroviari e i camions trasportarono la massa di manovra sull’Isonzo e distribuirono le varie unità ai posti assegnati nel piano generale. Intanto il 29 giugno gli Austriaci avevano attaccato a San Martino del Carso con largo impiego di gas asfissianti, e fatto irruzione nelle nostre trincee con mazze ferrate per uccidere i difensori già fuori combattimento per asfis­sia. L’atto crudele che nessuna norma di guerra po­teva giustificare, poiché equivaleva all’uccisione di un uomo morto, fu denunziato alla pubblica opinione degli Alleati e dei neutri dal bollettino ufficiale.

Il 6 agosto incominciò la grande offensiva italiana da Gorizia al mare, avente per obiettivo la testa di ponte di Gorizia, il primo bastione del Carso incuneantesi tra Gradisca e Monfalcone, il passaggio del Vallone e la presa di possesso della prima linea ne­mica ad oriente di esso. L’esecuzione del piano era affidata al Duca d’Aosta, comandante la terza Armata. L’artiglieria italiana era validamente appoggiata da molte bombarde, che con tiro indiretto lanciavano nelle trincee nemiche da breve distanza grossi proiet­tili, sconvolgendole. Per la prima volta il fante ita­liano, trasportato dal suo slancio offensivo sotto la posizione nemica, non è più arrestato dai reticolati intatti, e fornisce l’esatta misura di ciò che può se mezzi meccanici adeguati preparano il terreno alla sua azione.

Da Gorizia al mare il bombardamento delle opposte artiglierie continua implacabile, e colle vampe inces­santi stende nel cielo delle cortine di fuoco che illu­minano di luce sinistra il montagnoso teatro delle operazioni imminenti. Dovunque le fanterie sono pronte a balzare al primo cenno, e all’istante fissato (l3h 6′) le artiglierie allungano il tiro, le prime ondate scattano, rinforzate a brevi intervalli dalle succes­sive, e i reggimenti si impegnano a fondo. Il nemico sente tutta l’importanza dell’azione impegnata, e risponde fieramente ad ogni attacco con un contrat­tacco di pari energia. Gli uomini che riescono a su­perare li terreno scoperto, battuto da una tempesta di fuoco rabbioso, impegnano delle lotte tremende ad arma bianca che si risolvono sempre con netto van­taggio dei nostri. Le mitragliatrici vomitano con rapidità fulminea i loro messaggeri di morte sull’orlo delle sconvolte trincee, nei camminamenti, sull’aper­tura delle caverne, sui rincalzi accorrenti o sui nemici fuggenti, e i mitraglieri restano ai loro posti anche quando le armi individuate dal tiro nemico, vengono rabbiosamente battute e saltano in aria coi serventi. Nessuno cerca più il massimo rendimento dell’arma col minimo rischio, ma bensì di infliggere il massimo danno al nemico, a qualunque costo. Attraverso i camminamenti ingombri di morti e feriti, di mate­riale disperso, fanti e mitraglieri e zappatori del genio, fusi in un sol nucleo di irruzione, avanzano rapidamente sulle conquistate posizioni, preparano il terreno a difesa, lo presidiano, vi improvvisano postazioni per le armi.

Fino dal primo giorno si delinea chiaramente il suc­cesso delle armi Italiane. Quota 85, a sud-est di Mon­falcone, viene conquistata il 6, e il dì seguente il trico­lore sventola sulla contrastata vetta del San Michele, presa e perduta nel 1915 con tanto spargimento di sangue, mentre sul Sabotino (quota 604) le formida­bili linee di difesa austriache vengono travolte in quaranta minuti. Il giorno 8 viene completata la con­quista del villaggio di Oslavia e del Podgora (quota 240), e la formidabile testa di ponte di Gorizia, orgoglio del generale Boroevic, non è più. A sera i fanti delle brigate Casale e Pavia passano sulla sinistra dell’Isonzo di cui gli austriaci hanno fatto saltare il ponte, e la mattina seguente (9 agosto) entrano in Gorizia e corrono a trincerarsi sulle pendici occiden­tali dei colli di Santa Caterina e di San Marco.

Il 10 agosto l’ala destra della terza Armata passò il Vallone e conquistò le pendici occidentali del Nad Logem (quota 212), la sommità del Crni Hrib, e si spinse fino ad Oppacchiasella. Nei giorni seguenti venne oc­cupata quota 174 nella zona di Gorizia, raggiunta la cresta del Nad Logem sul margine settentrionale del Carso, conquistata la cima di Monte Grosso (Monte Debeli) e di quota 121 nel settore di Monfalcone. Dal 6 al 12 agosto la vittoria fruttò la cattura di 15 393 prigionieri, di cui 330 ufficiali, e di 30 cannoni.

Il 27 agosto 1916 l’Italia dichiarò la guerra alla Ger­mania, dopo avere nel luglio precedente denunciato gli atti di ostilità del governo germanico, che aveva inviatele truppe bavaresi a combattere nel Trentino, onde la guerra già esisteva di fatto.

Nel successivo trimestre l’invitta terza Armata tre volte attaccò a fondo le formidabili posizioni nemiche da Gorizia al mare, ampliando le sue conquiste e in­fliggendo gravissime perdite agli Austriaci mentre Mackensen e Falkenhayn schiacciavano la povera Romania. Chi non fu soldato dell’Italia in guerra non saprà mal qual somma di eroismi collettivi e indi­viduali costarono quelle doline e quelle montagne, forti per natura e per arte, e ritenute con ragione addirittura inespugnabili dal nero nemico. Il primo attacco, lanciato dal 14 al 16 settembre, fruttò fa cat­tura di 3994 prigionieri e la conquista di saldi punti di appoggio. Il secondo, più poderoso, fu sferrato dal 10 al 12 ottobre tra il Vipacco e quota 208, e fra Sober e Vertoiba. Esso fece cadere nelle nostre mani oltre 8200 prigionieri, e portò le nostre prime linee sulle falde del Pecinca ed alle prime case di Loquizza e di Boscomalo (Hudi-Log). Fu in questa epica battaglia che la giovine arma dei mitraglieri, gareggiando in perizia ed ardimento, in sentimento del dovere e spirato di sacrificio colle più vetuste sorelle, guadagnò colla gloriosa morte del sergente maggiore Severino Merli della 238ma compagnia mitragliatrici la prima medaglia d’oro (falde occidentali del Veliki Hribach, 12 ottobre 1916). Infine nelle giornate dal 1° al 4 no­vembre vennero presi il Veliti Hribach ed il Pecinca, raggiunto il Faiti (quota 432), e catturati complessivamente 8982 prigionieri di cui 270 ufficiali, insieme a 10 cannoni da 105 mm. Il totale dei prigionieri fatti sulla fronte Giulia dal 6 agosto 1916 saliva al 4 no­vembre a 40 363 di cui 1008 ufficiali. Altri baluardi formidabili sulla via di Trieste furono così infranti e sorpassati, altre perdite gravissime inflitte agli Austriaci, tali da costringerli a rallentare la pressione esercitata sulla Romania e da concedere ai Russi un tempo più che sufficiente per varcare in forze il con­fine romeno e mutare in quello scacchiere le sorti della guerra. Ne fu colpa dell’Italia se la Russia, già guasta all’interno dal tarlo della rivoluzione, non spiegò a vantaggio della Romania quell’azione rapida ed efficace che gli Alleati da essa attendevano.

Le offensive italiane e le controffensive austriache sull’Isonzo dall’agosto al novembre costarono 45 mila morti, 112 mila feriti, 20 mila prigionieri. Il totale delle perdite subite su tutto il fronte, dallo Stelvio al mare nell’anno 1916 fu di 118 880 morti, 285 620 fe­riti, 79 520 prigionieri.

L’Austria di Sua Maestà Apostolica si consolò dei gravissimi scacchi subiti sul Carso impiccando a Pola Nazario Sauro (agosto 1916), l’ardito marinaio istriano che più volte sugli agili navigli d’Italia andò a pro­vocare le navi austriache nei loro porti muniti, e continuando il sistematico massacro di donne e di bambini. L’11 novembre 1916 altre 60 persone vennero uccise nella indifesa città di Padova dalle bombe degli aviatori austriaci, molte altre rimasero ferite e il patrimonio artistico della vetusta città subì danni non lievi.

Il 23 agosto 1916 sbarcarono a Salonicco i primi con­tingenti della 35ma divisione italiana, i cui battaglioni si copersero di gloria in Macedonia, mantenendo sal­damente il possesso di quota 1050 contro gli attacchi della Guardia prussiana sostenuta da potente arti­glieria. Le nostre truppe seppero cosi bene assolvere il compito loro affidato, che il Comando in capo in­teralleato si oppose poi sempre ad un loro trasferi­mento in altro settore. Per rendere sostenibile la posizione sottoposta ad assiduo bombardamento nemico e priva di ripari naturali, compirono con dif­ficoltà e sacrifici grandissimi ingenti lavori di forti­ficazione scavando 110 km di trincee e camminamenti profondi da 1,10 a 2 metri, per la massima parte su terreno roccioso, costruendo circa 500 caverne e sten­dendo 130 km di reticolati. Nel mese di agosto il Corpo d’Armata operante in Albania occupò la costa al sud di Valona, da Aspri-Ruga, a Capo Kephali. Nel mese di ottobre completò l’occupazione dell’Albania meridionale, presidiò le località di Santi Quaranta e di Argyrocastro nell’Epiro, ed operò la sua con­giunzione coll’ala sinistra dell’esercito d’Oriente.

                                                   

LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(seconda parte)

Nell’inverno crudele 1916-17 il fante italiano, ag­grappato alle sue trincee, sostenne con sereno co­raggio le offese della stagione come nei mesi infocati dell’estate aveva sostenuto quelle nemiche. Nelle zone più elevate la temperatura scese a 28 gradi sotto zero, e le valanghe infierirono con maligna vio­lenza contro gli intrepidi custodi dei passi alpini. Molti valorosi risparmiati dal piombo nemico mori­rono così miseramente schiacciati, e moltissimi do­vettero essere ritirati negli ospedali pel congelamento degli arti inferiori. Sul Carso la pioggia e la bora flagellarono le trincee, poco profonde per la natura pietrosa del suolo carsico, e i ricoveri situati nelle doline. Intanto l’esercito aumentò le sue riserve di uomini e la sua artiglieria, migliorò i servizi tecnici, aggiunse alle compagnie mitragliatrici «Fiat» nu­merose compagnie «Saint Etienne» più adatte per le postazioni fisse mentre la «Fiat», assai più leggera, si prestava meglio alla manovra.

La marina da guerra, che per opera di alcuni scel­lerati aveva sofferto nell’agosto 1916 un’altra grave iattura nel porto di Taranto, l’affondamento della Leonardo da Vinci, cercò invano cento volte a bat­taglia nelle acque di Pola e di Cattaro la flotta ne­mica. E poiché gli Austriaci, immemori degli ardi­menti di Tegethoff, non uscirono a battaglia, compì con altissimo sentimento di abnegazione il servizio di polizia del mare, scortando i convogli delle nostre navi che mantenevano le comunicazioni colle colonie o rifornivano i reparti guerreggianti in Albania e in Macedonia, e dando caccia ai sommergibili nemici. Il marinaio italiano diede così innumerevoli prove di valore e di audacia ignote al profano che non sa la durezza della vigilanza sul mare né i patimenti della trincea, ma profondamente scolpite nell’anima di chi servì la Patria in guerra. Questi ricordi sono il conforto degli Italiani nelle amarezze dell’ora pre­sente e la garanzia di un più prosperoso domani. In cordiale collaborazione coll’esercito la marina con­corse anche efficacemente a preparare nuovi poderosi mezzi di offesa sul basso Isonzo, in vista delle future battaglie destinate a scuotere sempre più terribil­mente le organizzazioni difensive nemiche. Nella bassura paludosa sottostante l’Isonzo, senza ripari naturali, soggetta alle frequenti inondazioni del fiume, la postazione e il servizio delle artiglierie pe­santi necessarie a controbattere quelle nemiche co­stituiva un problema di grande difficoltà. La marina portò a centinaia i grossi cannoni tolti agli arsenali o alle batterie di navi antiquate, e quindi di scarso valore bellico, fra gli acquitrini del basso Isonzo, ve li piazzò con tutti i servizi e ve li tenne sotto l’in­furiare dell’artiglieria nemica scaglionata per tutta la profondità del Carso, e contro le piene travolgenti dell’Isonzo. E nell’agosto 1917 i monitori tipo Faà di Bruno, armati con due pezzi da 381 mm, martellando incessantemente le opere di Duino e i rovesci dell’Hermada, costituirono la più grave minaccia all’ul­timo baluardo nemico sulla via di Trieste.

Il 1° marzo 1917 il barone Conrad, capo di Stato Maggiore austriaco, venne dall’imperatore Carlo eso­nerato dall’altissima carica e nominato comandante delle truppe austriache nel Trentino. Il nuovo capo di Stato Maggiore austriaco fu il generale von Arz. Boroevic comandava sempre l’Isonzo Armee, e tutti e due erano sottoposti all’arciduca Eugenio, coman­dante del fronte sud-occidentale austriaco. Il gene­rale Cadorna che, come ammise lo stesso Conrad, si armava sempre più profondamente, accuratamente e potentemente, e migliorava ogni attacco, diede nel maggio 1917 un’altra poderosa scossa ai baluardi au­striaci sull’Isonzo, coll’obbiettivo di rettificare le linee Italiane da Tolmino al mare colla conquista del Cucco e del Vodice e lo sfondamento delle linee austriache nella parte meridionale del Carso.

Dopo un vigoroso bombardamento continuato dal 12 al 14 maggio, a mezzogiorno le fanterie italiane della seconda Armata diedero la scalata al Cucco, al Vodice e a Monte Santo. Infranta con travolgenti attacchi la resistenza austriaca, occuparono quota 383 a nord-est di Plava, le pendici del Cucco, la selletta tra Cucco e Vodice e le pendici del Santo, ma si accanirono invano con sforzi eroici contro le alture di Santa Caterina e di San Marco ad oriente di Go-rizia. Nella notte sul 15 due battaglioni varcarono l’Isonzo tra Loga e Bodres, per far credere a un prin­cipio d’azione contro la Bainsizza; poi, compiuta la loro azione dimostrativa, ripassarono il fiume. Il 16 maggio furono raggiunti il Cucco (quota 611) e quota 524 del Vodice ; il 16 fu sistemato a valida difesa tutto il baluardo del Cucco ; il 18 fu conquistata quota 652 del Vodice. Gli Austriaci reagirono ferocemente a questa offensiva che col raggiungimento dei suoi obiettivi minacciava di fianco il formidabile bastione difensivo ad oriente di Gorizia. Una lotta infernale arse sul Vodice e sul Cucco fino al 25 maggio; sulle posizioni nuovamente conquistate i fanti italiani so­stennero bombardamenti di eccezionale intensità e durata, e respinsero alla baionetta i contrattacchi, mentre le mitragliatrici, per la prima volta nume­rosissime, bloccavano i nemici nelle caverne, con­trobattevano le armi similari nemiche e falciavano col tiro micidiale le masse attaccanti prima che giun­gessero dinanzi alle nostre trincee. Dopo il 25 maggio l’intensità della battaglia decrebbe in quel settore e il massiccio del Cucco e del Vodice rimase in saldo possesso dei vincitori.

La terza Armata attaccò sul Carso il 23 maggio, sfondando le linee nemiche da Castagnavizza al mare, ed occupando Jamiano, Boscomalo, Lucatich e le Quo­te 92-77-58-21. Il 24 avanzò fino alla linea foce Timavo-Flondar-quota 31-quota 235-quota 247-Versic, e nelle successive giornate fino al 27 occupò le alture tra Flondar e Medeazza, quota 200 a nord di Versic, quota 145 a sud-ovest di Medeazza, passò il Timavo e si spinse fino a San Giovanni. Poi il fante italiano, esaurito il suo slancio offensivo e le sue riserve, so­stenute perdite gravissime fra quei sassi strappati uno ad uno al nemico coi brandelli della sua carne e i fiotti del suo sangue generoso, sopportò forte e modesto il martirio del contrattacchi e dei tiri di concentramento del nemico furibondo. Furono cat­turati dal 14 al 27 maggio 23 681 prigionieri, 36 can­noni, 148 mitragliatrici.

Boroevic capì la gravita del colpo recato al suo ul­timo baluardo difensivo sulla via di Trieste, e volle farsi largo ad ovest con un potente contrattacco. Nelle giornate del 3 e 4 giugno lanciò le sue masse all’attacco e riuscì a progredire nel settore di Jamiano e di Flondar, ma non potè ritogliere agli Ita­liani i maggiori guadagni della recente offensiva.

L’11 giugno il Comando italiano sferrò un’altra violenta offensiva sull’altipiano di Asiago e vi ruppe le prime linee austriache nella parte settentrionale. Questa azione culminò il 19 colla conquista della vetta dell’Ortigara, e per confessione di Conrad poco mancò non riuscisse ad aprire una larga breccia nelle difese nemiche, rinsaldate alla meglio coll’impiego dell’artiglieria sulla linea della fanteria. Un secondo attacco avrebbe dato agli assalitori le posi­zioni e le artiglierie, e aperto all’invasione italiana il Trentino. Ma il maltempo ed altre circostanze furono avverse agli Italiani, più avvezzi a guada­gnare con duri e gloriosi sacrifici la vittoria che a coglierne i frutti. Nello stesso tempo le truppe operanti nell’Albania occuparono Giannina, nell’Epiro (10 giugno).

In agosto, mentre i nemici premevano fortemente le linee russo-romene in Moldavia, gli Italiani ini­ziarono l’undecima battaglia dell’Isonzo. Il giorno 18 tuonò il cannone da Tolmino al mare, e il 19 le fan­terie italiane si lanciarono in massa all’attacco su tutta la fronte del medio e basso Isonzo per il rag­giungimento degli obiettivi assegnati. La seconda Armata doveva, con rapida manovra aggirante, secondata da vigorosi attacchi frontali, conquistare l’altipiano della Bainsizza, minacciare di aggiraramento le alture ad oriente di Gorizia e la testa di ponte di Tolmino. Se gli obiettivi proposti venivano raggiunti, il paesaggio del vallone di Chiapovano e una rapida marcia attraverso la selva di Tarnova potevano paralizzare la disperata difesa dell’Hermada (Monte Quercete, q. 323) attac­cata di fronte dalla terza Armata e battuta furio­samente dal mare coi supercalibri dei monitori. Le fanterie del XXIV Corpo d’Armata passarono l’Isonzo a nord di Anhovo su 14 ponti, e si lanciarono all’at­tacco della linea nemica Monte Cervaro (Iellenig)-Verh sulla quale gli Austriaci opposero disperata resistenza. Il Monte Cervaro (quota 788) e il Cucco (quota 711) vennero rapidamente conquistati, ed il fante italiano, travolte le difese nemiche, aggirò le tre linee difensive del Semmer, del Monte Cavallo (Cobillig, quota 627) e di Madoni, che attaccate anche di fronte furono rotte e isolarono il Monte Santo (quota 682). Il 24 agosto su questa vetta aspramente contesa sventolò il tricolore Italiano. Su aspro e impervio terreno il fante avanzò per una profondità varia da 6 a 9 km in linea d’aria, conquistò l’alti­piano della Bainsizza e ne raggiunse i margini orientali.

Mentre la seconda Armata raggiungeva con rapida e ardita manovra i suoi obiettivi quasi al completo, la terza lottava senza tregua sul Carso dinanzi alla forte posizione di Stari Lokva e all’Hermada. Quivi le brigate tornarono cento volte all’assalto con eroi­smo sovrumauo, e pagando a carissimo prezzo ogni pol­lice di terreno couquistato oltrepassarono le difese ne­miche fra Corite e Sella del Carso (Selo) e tocca­rono più volte la cima dell’Hermada, che non pote­rono tenere perché solo una manovra aggirante poteva far cadere questo baluardo. Come dice il Novak nel recente volume Der Weg zur Katastrophe, scritto sotto la diretta ispirazione di Conrad, Boroevic aveva aspettato il vero attacco al mare e quivi concentrate le sue riserve che poterono, con un disperato sforzo, resistere all’urto. Prima che egli potesse spostare una parte del suoi battaglioni verso il nord, gli Italiani presero l’altipiano della Bainsizza, e l’aggiramento dell’Hermada con una avanzata al nord dei monti del Carso si delineò nella mente sconvolta del maresciallo austriaco e prese le forme di un disastro irreparabile. Ma Bo­roevic fu fortunato. La stanchezza delle truppe che avevano vinto la più gigantesca delle undici battaglie dell’Isonzo e la mancanza di munizioni costrinsero il Comando Italiano ad interrompere una battaglia che avrebbe portato i colori Italiani a Lubiana e a Trieste e coronato l’opera metodica, tenace, instancabile del generale Cadorna.

La battaglia della Bainsizza indusse lo Stato Mag­giore germanico a fornire all’Austria gli aiuti necessari per lanciare una offensiva in grande stile contro l’Italia, mentre per lo innanzi, a detta di Conrad, Falkenhayn s’era mostrato costantemente av­verso ad ogni impresa di tal genere perché non con­siderava la sconfitta dell’Italia come decisiva perla guerra europea. Segno che al Quartier Generale te­desco si divideva oramai l’opinione di Conrad, se­condo il quale la dodicesima battaglia impegnata dal Comando italiano con truppe fresche e riposate avrebbe determinato una crisi, e l’Italia avrebbe vinto l’Austria senza l’aiuto della Russia. Cosi i capi militari degli Imperi Centrali erano concordi nel ritenere che se Boroevic era riuscito ancora una volta con sforzi disperati a tenere l’Hermada e ad aggrap­parsi al costone orientale del San Gabriele, la pros­sima spinta italiana avrebbe travolto queste ultime difese, raggiunta Trieste, aggirata Tolmino e compiuti passi giganteschi verso il cuore della Monarchia danubiana. La sciagura di Caporetto non deve far obliare che gli sforzi assidui e i diuturni sacrifici dell’esercito ci avevano di tanto avvicinato alla meta.

Nel settembre fu respinto un furioso attacco au­striaco da Castagnavizza al mare. Il successo iniziale ottenuto dal nemico tra quota 146 a nord-est di Flondar e la galleria ferroviaria a nord-est di Lokavac venne neutralizzato da contrattacchi italiani che fruttarono 2090 prigionieri (4 settembre). Per tutto il mese continuò sanguinosa la lotta sul San Gabriele (quota 646), a nord-est di Gorizia, dove le Fiamme Nere e le Fiamme Rosse raggiunsero e tennero la cresta del monte, catturando con arditi colpi di mano grossi nuclei nemici.

Dal 18 agosto all’8 settembre furono raccolti 30 671 prigionieri, 145 cannoni, 322 mitragliatrici. Le offen­sive italiane e le controffensive austriache sull’Isonzo dal maggio al settembre 1917 ci costarono 92 mila morti, 226 mila feriti, 46 mila prigionieri. L’of­fensiva italiana e la controffensiva austriaca del giugno nel Trentino 9 mila morti, 25 mila feriti, 3 mila prigionieri.

Caporetto.

Dopo la battaglia della Bainsizza, Ludendorff, vi­vamente sollecitato da Conrad, si decine « con mezzo cuore » alla grande offensiva contro l’Italia per sal­vare Trieste. Secondo il Novak fino dal dicembre 1916 Conrad aveva progettato un attacco nella regione fra Plezzo e Tolmino, con la spinta principale da Tolmino. Aveva studiato il piano in tutte le particolarità: la marcia d’avvicinamento delle truppe, il loro numero, la disposizione dell’artiglieria, la costruzione delle necessarie ferrovie d’aiuto. Con tutto ciò egli non ebbe il comando della nuova spedizione puni­tiva, e nemmeno Boroevic, che aveva ottenuto i mi­gliori successi austriaci difendendo disperatamente sul fronte isontino ogni palmo di terreno e contrat­taccando instancabilmente. Una volta decisa di par­tecipare all’azione, la Germania volle per sé la scelta del duce, offendendo senza riguardi l’amor proprio dell’Austria nell’atto stesso di recarle aiuto. Von Below fu scelto a guidare l’attacco, con una Armata forte di 6 divisioni germaniche e 7 austro-ungariche (14ma Armata), ed una larga dotazione di artiglieria, da montagna. Tra le sue truppe era anche l’Alpen Korps dei Bavaresi.

Dopo una perfetta preparazione egli iniziò l’offen­siva fra le pendici meridionali del Rombon e la re­gione settentrionale dell’altipiano di Bainsizza con un violento bombardamento e larghissimo impiego di gas asfissianti e lacrimogeni, dirigendo di prefe­renza i tiri contro i centralini, i nodi telefonici, gli osservatori e i posti di comando per isolarli. All’alba del 24 ottobre, muovendo dalla testa di ponte di Tolmino, egli attaccò con forti masse le posizioni anti­stanti, difese dal IV e dal XXVII Corpo d’Armata, coll’obiettivo di sfondarle, raggiungere le testate del Judrio e del Natisone e puntare rapidamente su Udine. I cacciatori tirolesi della 24ma divisione (gene­rale Krauss) aprirono la prima breccia sopraffacendo la nostra 50ma divisione che difendeva Plezzo e co­stringendola a ritirarsi verso la stretta di Zaga. La 12ma divisione germanica sfondò le nostre linee del fondo valle Isonzo, e nel pomeriggio, travolte le ul­time riserve del IV corpo, si impadronì di Caporetto. La 50ma divisione, avuta notizia della caduta di Ca­poretto, abbandonò la stretta di Zaga ritirandosi sullo sbarramento della valle Uccea. La nebbia aveva permesso la preparazione indisturbata dell’offensiva nemica; l’umidità e la pioggia limitarono l’efficacia delle ricognizioni e del nostro tiro durante l’azione. Le artiglierie, isolate dai tiri di distruzione, non eb­bero obiettivi precisi, e le fanterie sorprese furono colte dal timor panico, senza che alcuna efficace azione venisse spiegata per neutralizzarne i perni­ciosi effetti. Così si spiega la rapidità favolosa con cui la l2ma divisione germanica potè occupare Capo­retto poche ore dopo il primo urto! Tuttavia qua e là, sopra una cresta o un costone, in una trincea o sopra un terreno scoperto, valorosi nuclei tenuti in pugno da ufficiali amati tenevano atto con fulgido eroismo e generoso sacrificio il nome dell’esercito italiano. Senza preoccuparsi di questi nuclei di resi­stenza, il nemico nella notte sul 25 e durante la gior­nata alimentò con poderose masse la sua offensiva e la continuò con estrema violenza. Raggiunte le te­state del Judrio e del Natisone, puntò velocemente su Udine. I reparti battuti della seconda Armata da Monte Maggiore ad ovest di Auzza ripiegarono in di­sordine sulla linea di confine e resero inevitabile lo sgombero totale dell’altipiano della Bainsizza. Ma la 5a brigata bersaglieri teneva ancora alla fine del se­condo giorno la posizione del Globocak, alla stretta di Aùzza, difendendosi e contrattaccando instancabile, magnifica.

Superata in più punti la linea di confine tra Monte Canin e la testata del Judrio, il nemico raggiunse lo sbocco delle valli, dilagò nel Friuli, occupò Cividale e Udine (27-28 ottobre). Da Auzza al mare la terza Armata e i reparti della seconda che ancora resiste­vano rimanevano schierati fronte ad est mentre a grandi giornate von Below al avvicinava al Tagliamento, e Krobatin, che all’inizio dell’offensiva aveva le sue divisioni schierate dal Paralba al Rombon, raggiunto l’alto Tagliamento, tagliava fuori il set­tore carsico e rendeva pericoloso un nostro schiera­mento nella pianura friulana, minacciandone la sinistra. Ritirarsi con rapidità significava rendere meno gravi le proporzioni del disastro, onde la dolorosa decisione fu presa, per quanto costasse abbandonare quel modesto lembo di terra costato il fiore del no­stro sangue (26 ottobre). Il Comando, non prevedendo tanta jattura, aveva concentrato nelle immediate retrovie enormi provvigioni da bocca e da fuoco che caddero in mano al nemico o dovettero essere di­strutte.

La dolorosa ritirata incominciò. La terza Armata, che aveva fino all’ultimo respinti sul Carso i vio­lenti attacchi diversivi di Boroevic, nella notte sul 28 ottobre abbandonò lacrimando di cruccio il campo delle sue glorie e si ritirò in buon ordine, sebbene, incalzata da presso dal nemico baldanzoso, subisse perdite gravi nei ripetuti tentativi di rallentarne la marcia in pianura. Ma molti reparti della seconda Armata, completamente sfasciati, gettavano inces­santemente sulle congestionate vie della fuga mi­gliaia e migliaia di uomini senz’armi, senza disciplina, preoccupati solo d’avere ad ogni costo un tozzo di pane. Fuggivano coi soldati molti abitanti delle terre sgombrate, atterriti all’annunzio che il nemico era alle porte, ed aumentavano l’orrore, la confusione e la pena, tanto che in quei giorni di passione fu arduo non disperare delle sorti della Patria.

Il 28 ottobre furono rotti i ponti sull’Isonzo ed al­cuni reparti di copertura spiegarono efficace azione nel ritardare l’avanzata nemica. Il 30 furono segna­lati combattimenti sulle colline di San Daniele del Friuli, a Pasian Schiavonesco e a Pozzuolo; il 31 i reggimenti Genova e Novara cavalleria si sacrifica­rono eroicamente e permisero alla terza Armata di compiere quasi al completo il suo ripiegamento sul Tagliamento. Il 4 novembre gli invasori varcarono il fiume a monte di Pinzano ed accentuarono la pressione contro la sinistra dello schieramento italiano, che fu portato alla Livenza. Intanto le truppe della Carnia e la quarta Armata, che presidiava la Linea dalla Val Sugana alle Dolomiti, dovettero seguire la ritirata generale per non essere tagliate fuori dall’avanzata di Krobatin e attaccati di fianco da Conrad, che dalle dominanti posizioni del Trentino, as­setato di révanche, credette venuto il vero momento della passeggiata militare a Milano. II 7 novembre si combattè ancora per ritardare l’avanzata del ne­mico tra le colline di Vittorio e il confluente del Mon­ticano colla Livenza, e finalmente il 9 le retroguardie italiane poterono passare il Piave dalla stazione di Susegana al mare, e far saltare i ponti.

Conrad iniziò il suo attacco sull’altipiano il 10 no­vembre, quando la prima Armata italiana era già collegata colla quarta nel tratto di fronte tra Brenta e Piave. Ma non fu fortunato. Era destino che questo tenace e irreducibile nemico dell’Italia, che fino dal 1907 voleva sbarazzarsi dell’incomoda alleata, vedesse fuggire lontano la meta quanto più credeva d’averla vicina. Aveva ceduto un terzo delle sue truppe a von Below per lo sfondamento di Caporetto e non le aveva più riavute, sebbene dopo la ritirata italiana dietro il Piave le truppe austriache agglomerate nella pia­nura veneta non potessero venire impiegate, perché il passaggio del Piave esigeva nuovi, grandi prepa­rativi. Conrad pregò l’Imperatore e il capo di Stato Maggiore, von Ara, di mandargli subito truppe, per­ché l’attacco sferrato sull’altipiano di Asiago doveva riuscire prima che giungessero gli aiuti francesi e inglesi allora appena in movimento; ma solo alla fine di dicembre gli giunsero due divisioni stanche, in­sieme all’ordine di interrompere ogni combattimento. Ludendorff ritirò le truppe tedesche per mandarle sul fronte occidentale, considerando «come cosa pu­ramente austro-ungarica ciò che era in realtà una questione decisiva per le Potenze centrali ». Queste le ragioni addotte da Conrad per spiegare la sua più amara delusione sul fronte italiano. Ma c’è nelle sue parole una preziosa confessione: la grande offensiva fu interrotta per il ritiro delle truppe germaniche. Dunque anche dopo lo sfacelo della Russia, anche dopo Caporetto, l’Austria da sola non sapeva battere l’I­talia. Per lo storico che scriverà senza passione il racconto di quelle epiche giornate la ragione dell’in­successo di Conrad fu un’altra: quella stessa che spiega l’insuccesso di Krubatin e di von Below tra Brenta e Piave, e di Boroevic da Susegana al mare. Fu la risurrezione dell’anima italiana, troppo presto creduta morta e sepolta.

Le prime notizie del disastro di Caporetto produs­sero da un capo all’altro d’Italia un senso di dolo­roso stupore. Nessuno le aspettava. Ma il nemico non ottenne dal suo colpo vibrato con tanta violenza l’ef­fetto morale che sperava. Anzi, ottenne l’opposto. Il Paese minacciato sentì pari alla gravita del pericolo la sublimità del dovere, ed offerse all’esercito com­battente lo spettacolo insigne di una compattezza morale che invano si era sperata nei giorni più belli delle vittorie isontine, di un sentimento di dolore di­gnitoso e profondo, di un nuovo spirito di sacrificio che era troppo superiore ai bassi calcoli, materiali di affarismo, di chi voleva l’umiliazione e la rovina della Patria. L’esercito, riconfortato da questo spettacolo, eccitato dalle voci strazianti che giungevano dall’altra sponda del Piave, fece barriera del suoi petti Alle ondate nemiche, dando tempo all’arma del genio di preparare gagliarde difese e all’industria di rin­novare il materiale bellico perduto nel disastro.

Nella notte dell’8 novembre il generale Armando Diaz, il valoroso comandante del XXIII Corpo, assunse l’ufficio di capo di Stato Maggiore lanciando all’eser­cito un ordine del giorno di poche parole che era anche un programma: « Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e conto sulla fede e sulla abnegazione di tutti. » Contemporaneamente il Re indirizzava agli Italiani un proclama degno di Casa Savoia.

All’appello del Re rispose in nome del Paese il Par­lamento colla solenne manifestazione di concordia e di fede del 14 novembre. Intanto alcuni Corpi d’Ar­mata francesi e inglesi scendevano in Italia coi ge­nerali Fayolle e Plumer: ma l’esercito italiano volle tutto per sé l’onore ed il dovere di fermare l’inva­sione nemica, e, mirabile strumento di guerra nelle mani dei generali Diaz e Badoglio, fu pari al duro compito.

Il 10 novembre Conrad iniziò le sue operazioni sul­l’altipiano di Asiago attaccando la linea quota 1674 di Meletta di Gallio Monte Longara-Gallio. Dopo essere stato quattro volte ributtato, potè occupare il 13 Monte Longara, ed attaccare la linea Monte Sisemol-Meletta davanti-Monte Fior-Monte Castelgomberto. Con sforzi eroici, senza cedere un palmo di terreno, la prima Armata difese il caposaldo delle Melette contro attacchi avvolgenti fino al 4 dicem­bre, poi si ritirò palmo a palmo dinanzi alla schiac­ciante preponderanza dei mezzi d’offesa, abbando­nando prima il tratto Monte Tondarecar Monte Badenecche, poi Monte Fior e Monte Castelgomberto, dove alcuni reparti alpini rimasti isolati preferirono al ripiegamento il glorioso sacrificio di una eroica difesa ad oltranza (5 dicembre). Il 6 gli Austriaci tentarono di sfondare la nostra linea al sud di Gallio e con rinnovato furore si batterono 12 ore sul Sisemol, ottenendo altri successi locali senza riuscire a rom­pere la salda compagine delle linee italiane. Finalmente dal 23 al 25 dicembre attaccarono il settore orientale dell’altipiano e superarono le nostre difese nel tratto Busa-Monte di Valbella, ma non poterono sboccare nella pianura dove Conrad aveva promesso ai suoi soldati un dolce riposo allietato dal vino e dalle donne d’Italia.

Tra Brenta e Piave la quarta Armata fu degna della grandezza dell’ora. Il 13 novembre le forze austro-germaniche di von Below occupavano la linea Tezze-Lamon-Fonzaso-Arten-Feltre. Il 14 couquistarono Monte Tomatico, il 18 attaccarono a sud di Quero la nostra linea Monte Monfenera- Monte Tomba, ma vennero costantemente ributtate in una battaglia durata quattro giorni. Il 24 ripresero l’azione, ma vennero sanguinosamente respinte dal Monte Pertica al Monfenera in un’azione che fruttò imperituri allori alla 56° divisione ed al battaglione alpino “Monte Rosa “. Il 26 gli Austriaci vennero ancora travolti sul Col della Berretta e dovettero sospendere 1’azione per riparare alle perdite gravissime. La battaglia riarse l’11 dicembre su Col della Berretta, Col del­l’Orso, Monte Spinoncia, e sulle difese di Val Calcino, e continuò con epica grandezza fino al termine del­l’anno. Col Caprile fu perduto il 14 dicembre, ma tutti i tentativi austriaci di spingere la loro linea , a sud di Col Caprile e Monte Pertica non riuscirono. Il 17 venne decimata sul Monte Solarolo una divi­sione di cacciatori germanici, il 21 fu riconquistato l’Asolone, il 30 i Francesi attaccarono le posizioni austriache sul Monte Tomba, tra Osteria di Monfenera e Naranzine, catturando 1400 prigionieri, mitra­gliatrici e cannoni. Il 14 gennaio 1918 furono ricon­quistate alcune posizioni sul Solarolo. In sostanza il baluardo del Grappa, che ebbe l’onore di simbo­leggiare la Patria, non fu scosso, il collegamento tra le Armate della montagna e quelle della pianura fu saldamente mantenuto, e il tentativo nemico di rin­novare il disastro di Caporetto con conseguenze per noi catastrofiche fallì. I Tedeschi di von Below lo capirono, e se ne andarono.

Boroevic, che doveva condurre l’imperatore Carlo a Venezia, l’11 novembre riuscì a passare il Piave a Zenson, a monte di San Donà, e a crearsi una testa di ponte. Nelle successive giornate forzò il passaggio del fiume anche in altri punti, dove arse lotta san­guinosa. Ma nell’ansa di Zenson e tra Piave e Piave Vecchio gli Austriaci vennero serrati da presso; a Folina furono annientati dalla brigata Lecce, a Fagarè decimati dalla divisione Novara. Le perdite di Bo­roevic furono così gravi, che egli non riunovó i ten­tativi di allargare le sue conquiste sulla destra del Piave, e dovette invece subire la pressione energica del fanti italiani, che tra il 27 e il 31 dicembre riu­scirono a distruggere la testa di ponte di Zenson. Negli ultimi giorni di dicembre gli Austriaci sfo­garono la rabbia della delusione patita bombardando atrocemente le città del Veneto che non erano riu­sciti a conquistare, forse sperando che la dispera­zione delle popolazioni civili desse il tracollo alla nostra resistenza! Il 26 fu combattuta una vera battaglia aerea nel cielo di Treviso, dove 11 appa­recchi nemici furono abbattuti ; il 28 e il 29 Padova fu straziata nei suoi monumenti e nei suoi abitanti, dei quali 16 furono uccisi e 63 feriti; il 31 la bar­barie nemica si sfogò su Vicenza, Bassano, Castelfranco, Treviso, dove si deplorarono altri 13 morti e 44 feriti.

Intanto sul basso Piave i marinai gareggiavano in valore coi fanti; e poichè l’invasione del Veneto aveva accresciuto il pericolo di offese alla nostra costa adriatica, la marina dalla foce del Piave ad Otranto munì la costa di treni armati e di batterie fisse di grosso e medio calibro che, incrociando in ogni punto i loro fuochi, esclusero ogni offesa delle forze navali nemiche. E a riaffermare anche nei giorni della sventura la perizia, l’audacia e lo sprezzo del pericolo che sempre furono sue doti caratteristiche, il marinaio italiano entrò nel porto di Trieste con naviglio sottile e vi silurò la corazzata Wien (10 dicembre 1917). La nave era vecchia e di assai scarso valore bellico, ma ciò non sminuiva il merito di chi aveva osato.

L’offensiva austro-germanica costò all’Italia dal 24 ottobre al 31 dicembre 1917 perdite gravissime: 37 mila morti, 91 mila feriti, 325 mila prigionieri, oltre alla miglior parte delle nostre armi e dei nostri rifornimenti. I morti del mese di ottobre furono 22 100, e i feriti 47700, il che prova indiscutibilmente che anche a Caporetto gli Italiani si batterono. Le perdite totali dell’anno 1917, il più grave della nostra guerra, furono di 152 790 morti, 367 200 feriti, 398370 prigionieri.

LA GUERRA D’ITALIA

(Prof. dott. T. Celotti)

(terza parte)

La battaglia del Piave.

Nei primi mesi del 1918 l’esercito italiano divenne sempre più formidabile strumento di guerra. L’aiuto degli Alleati, lo sforzo dell’industria paesana, i sacrifici dei cittadini lo rifornirono di quanto a Caporetto era andato perduto; l’opera illuminata del nuovo capo di Stato Maggiore, che si rivelò buon psicologo oltreché abile condottiero, ne rialzò il morale. Scar­tato il sistema d’una troppo rigida disciplina formale e cessato l’abuso delle troppo severe sanzioni che terrorizzano, si cercò di guadagnare 1’animo del soldato trattandolo con forme più in armonia col caratteri nostro e colle tradizioni dell’esercito. Fu migliorato il rancio, non furono più lesinate le li­cenze, si persuade il soldato che la caserma e la trincea non escludevano la soddisfazione del dovere compiuto, che la gerarchia non escludeva l’affetto. Una propaganda tenace, instancabile, illuminò e for­tificò l’animo del nostri e scosse la compagine morale del soldati nemici. Così si ottenne che sul Piave gli Austriaci non dovevano passare e non passarono; credettero di schiacciare l’Italia con una seconda Caporetto e trovarono per sè una seconda Sadowa.

Durante l’inverno e la primavera del 1918 l’Italia raccolse le sue forze in attesa dell’urto formidabile che presentiva prossimo. Il 12% della sua popola­zione era sotto le armi, tanto che l’estrema deficenza di mano d’opera apportava gravi danni alla economia nazionale; ma non pensò a lagnarsene. E sopportò anche con calma e fierezza le nuove offese aeree del nemico, che il 26 gennaio tornò a bombardare Treviso e Mestre, il 3 febbraio Venezia, Padova e daccapo Treviso e Mestre, l’11 marzo Napoli, seminando dappertutto la morte tra gli innocenti. L’eser­cito si allenò e migliorò le sue posizioni montane con ardite operazioni che allargavano il cuore alla speranza. Il 28 gennaio attaccò impetuosamente le posizioni nemiche sulle alture ad oriente della conca di Asiago, catturando 1500 prigionieri ; il 29 riconquistò Col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella, e prese ancora 2600 prigionieri, 6 cannoni e 100 mi­tragliatrici, II 31 ributtò un tentativo austriaco di riprendere Monte Valbella. Nella primavera ricon­quistò il Monte Corno (1765 m.) in Vallarsa (10 mag­gio). Nella regione del Tonale gli alpini, in mezzo a difficoltà di terreno rese asprissime dai ghiacci e dall’accanita resistenza nemica, conquistarono Cima dello Zigolon (3040 m.), Cima Presena (3069 m.), la Conca dei Laghi di Presena e il Passo del Monticello (2550 m.), catturando anche 870 prigionieri, 12 cannoni, 14 bombarde, 25 mitragliatrici (25-26 maggio).

La battaglia del Piave fu preceduta dal glorioso episodio di Premuda. Le dreadnoughts austriache dopo tanto tempo uscivano finalmente da Pola, presumibilmente per unirsi alle altre navi della flotta concentrate a Cattaro e rompere con un’azione formidabile il blocco nel canale di Otranto, tanto efficente che sette sommergibili tedeschi vi erano stati affon­dati in un mese. Ma Luigi Rizzo silurò presso Premuda la Santo Stefano, capolinea della divisione navale uscita da Pola, e il grande piano austriaco fu sconvolto (10 giugno). Era la prima volta che alle marine alleate toccava l’onore e la fortuna di silu­rare una dreadnought nemica: l’Italia festeggiò il suo eroe, e trasse dall’ardita impresa i migliori auspici per l’imminente battaglia sul Piave.

Secondo il Novak Conrad aveva proposto un attacco alle due parti del Brenta e un colpo concomitante su Treviso. Chiese per la battaglia in montagna 25 divisioni e ne ebbe 17; ma egli contava assai sui 2800 cannoni che poteva portare sul fronte d’attacco, agli ordini del miglior generale d’artiglieria dell’eser­cito che aveva aiutato a decidere una serie di bat­taglie sull’Isonzo. Ma le munizioni non corrisposero: le granate a gas non diedero gas, i shrapnels non esplosero…. Per colmo di sventura il 14 fece cattivo tempo. D’altra parte il Comando Supremo austriaco aveva creduto di dover migliorare il piano di Conrad, e n’era uscito un piano completamente nuovo, per cui tutto il fronte dal confine svizzero all’Adriatico attaccò. Ma la generalizzazione dell’attacco lungo tutta la fronte ebbe per effetto che mezzi e forze non poterono essere riuniti a sufficenza in un unico posto. Queste le giustificazioni di Conrad, che dopo la battaglia del Piave fu esonerato dal comando. A noi viene da pensare, dinanzi a queste lamentele, che se il solo Conrad avesse attaccato nella zona mon­tana, non avrebbe nemmeno avuto la consolazione di dividere con Boroevic la responsabilità della sconfitta. Il suo peggior torto fu quello di credere l’esercito Italiano ancora schiacciato sotto il peso dei ricordi di Caporetto, e di avere ostinatamente negato la risurrezione dell’anima italiana. E scontò dura­mente il suo errore.

All’alba del 15 giugno il fuoco austriaco si intensificò e continuò furioso dalla Valle Lagarina al mare fino alle ore 7, momento dell’attacco. Krauss e Krobatin attaccarono dall’Astico al Brenta e dal Brenta al Piave; Kirchbach, Wurm ed Enriquez lungo il corso del Piave. Conrad dirigeva la battaglia sulla montagna, Boroevic nella pianura. La bat­taglia continuò violentissima tutta la giornata con un crescendo della pressione nemica dall’altipiano di Asiago al mare. Nello sbalzo iniziale, lungo i 150 km di fronte più intensamente attaccato, gli Austriaci occuparono le posizioni di prima linea a Monte Valbella, nella zona dell’Asolone, alla testata del saliente di Monte Solarolo, e passarono il Piave nella zona di Nervesa e Fagarè. Ma la pressione ne­mica fu subito contenuta da energici contrattacchi splendidamente secondati dall’artiglieria, che nella fase iniziale aveva prevenuto la preparazione av­versaria con tempestivo e micidiale tiro di controperazione. Gli Italiani tennero saldamente il fronte sull’altipiano di Asiago, rioccuparono le posizioni perdute sull’Asolone e al saliente di Monte Solarolo, e serrarono da presso gli Austriaci passati sulla destra del Piave. Nella giornata del 16 Conrad sull’al­tipiano di Asiago e sul Grappa si limitò ad ostaco­lare con forte reazione la spinta controffensiva dei nostri. Sul Piave invece la battaglia continuò con estrema violenza. Senza riguardo a perdite le divi­sioni dell’arciduca Giuseppe estesero la loro occupa­zione sul Montello e respinsero i nostri sulla linea Ciano-Cresta del Montello-Sant’Andrea. Da Sant’An­drea a Fossalta gli italiani tennero le loro posizioni, e contrastarono l’avanzata nemica di fronte alle anse di San Donà. Il terzo giorno (17 giugno) crebbe ancora la violenza della battaglia. Gli sforzi nemici di stabilire nuovi sbocchi di fronte a Maserata e e Candelù fallirono. Da Fossalta a Capo Sile le truppe della terza Armata furono duramente provate, ma gli Austriaci non poterono aumentare la profondità della fascia entro la quale imperversava la battaglia. Sul Grappa furono respinti attacchi parziali, in fondo Val Brenta e ad est di Val Frenzela vennero arrestate alcune puntate nemiche. Ciascun italiano comprese che il nemico non doveva passare, e non passò, il 18 dall’altipiano di Asiago al Montello il nemico non riprese l’attacco. I nostri con incessante pressione accorciarono la fronte dello sbocco avver­sario a sud della ferrovia di Montebelluna, e le nostre artiglierie fulminarono con concentramenti di fuoco le masse nemiche ferme lungo la linea di bat­taglia e in movimento nelle retrovie. Sul Piave la battaglia riarse furiosa nel pomeriggio. Ulteriori tentativi austriaci di passare il fiume tra Sant’Andrea e Candelù vennero respinti. Sulla linea Can­delù-Fossalta-sud est di Meolo-nord di Capo Silo il nemico, decisamente attaccato, si difese con estrema pertinacia, e ad ogni passo il terreno fu teatro di lotte epiche. Intanto dall’alto i nostri aviatori ro­vesciavano sui vulnerabili bersagli nemici 15 mila kg di esplosivi e diecine di migliaia di colpi, e abbatte­rono 50 velivoli.

Il 19 giugno la grandiosa battaglia incominciò a rivelarsi nelle sue linee generali favorevole agli intrepidi difensori. Gli Austriaci furono costretti a indietreggiare verso il saliente nord-est del Montello sul Piave, di fronte a Zenson, furono ributtati con mischia feroce. I reparti czeco-slovacchi, formati dopo il Patto di Roma coi prigionieri di quella na­zionalità, versarono il primo tributo di sangue pel trionfo della causa comune. Il 20 vennero riconqui­stati sul Montello terreno e cannoni, e divampò ancora una volta accanita la mischia sul Piave. L’avia­tore Baracca, colpito da un oscuro fante nemico, cadde dopo la sua 34° vittoria aerea. Dalla sera del 20 giugno più non si rinnovò la poderosa pressione offensiva nemica, eroicamente infranta e contenuta su tutta la fronte. Il 21 fu sanguinosamente respinto un forte attacco locale in direzione di Losson (sud-ovest di Fossalta), e violenti concentramenti di fuoco sul Montello e sul Grappa vennero efficacemente controbattuti. Intanto marinai e bersaglieri, affra­tellati negli ardui cimenti, allargavano la testa di ponte di Cavazuccherina.

Il Paese seguiva le vicende della battaglia con grave ansia, temperata dal senso di serena fiducia che traspariva dai bollettini ufficiali. Era nota la brama degli Austriaci di vendicare tutte le patite sconfitte con una vittoria clamorosa della quale essi soli fossero gli artefici. La gioia di Caporetto era stata avvele­nata dall’obbligo di dividerne i frutti coi Tedeschi; ma ora nessun aiuto materiale aveva recato la Germania alla sua Alleata. Quali si fossero gli allori della nuova gigantesca battaglia, essi apparterrebbero esclusivamente a Conrad e Boroevic, non a von Below come nell’ottobre-novembre 1917. L’imperatore Carlo potrebbe fare il suo ingresso solenne a Treviso e a Venezia; e la famelica popolazione austriaca, saziata coi pingui prodotti delle italiche terre, attenderebbe senza impazienze il vicino crollo della fedifraga Al­leata. Ma il crollo non venne, e nemmeno la sconfitta. Giunse invece la sera del 23 giugno il bollettino della vittoria, degno premio agli Italiani che avevano sem­pre sofferto senza mai disperare: “Dal Montello al mare il nemico, sconfitto ed in­calzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in di­sordine il Piave”.

Addossato al fiume e contenuto in uno spazio sem­pre più angusto, fulminato senza tregua dai tiri precisi delle artiglierie, dopo otto giorni di disperata difesa, la notte del 23 giugno fu costretto ad iniziare il ripiegamento. Protetti da un forte schieramento di mitragliatrici e da truppe di copertura, gli Au­striaci eseguirono abilmente il passaggio del Piave sotto il tiro micidiale delle nostre artiglierie. Il Mon­tello e tutta la destra del Piave tornarono in saldo possesso degli Italiani, che trovarono sulle riacqui­state posizioni uno straordinario numero di cadaveri austriaci, testimonianti lo sfortunato valore e la grande sconfitta avversaria.

La vittoria fu coronata da vigorosi contrattacchi nella zona montana e sul basso Piave. Sull’altipiano di Asiago la sesta Armata, formata anche di reparti franco-inglesi, strappò ai nemici il Monte Valbella e lo mantenne contro ogni ritorno avversario, conquistò di slancio Col del Rosso e si stabilì su Col d’Echele con una giornata di lotta (29-30 giugno). La quarta Armata prese importanti posizioni nella regione nord­occidentale del Grappa (2 luglio). La terza continuò nella zona litoranea la metodica distruzione del nidi di mitragliatrici nemiche a nord di Cavazuccherina, e con 5 giorni di lotta senza tregua, resa asprissima dalla insidia delle armi e del terreno, ricacciò gli Austriaci sulla sinistra del Piave Nuovo.

Con questa brillante operazione del XXIII Corpo, intesa ad allargare la zona di protezione di Venezia, si chiuse la battaglia del Piave, che ci costò 11 mila morti, 29 mila feriti, 52 mila prigionieri. Gli Austriaci lasciarono nelle nostre mani, oltre al materiale catturato nella prima fase della lotta, 523 ufficiali, 23 911 uomini di truppa, 63 cannoni, 65 bombarde, 49 lanciafiamme, 1234 mitragliatrici e 37 101 fucili. Le loro perdite in morti e feriti furono confessate disastrose. Ma cos’era ciò in confronto alla rude delu­sione subita? I giornali austriaci avevano annunciato l’offensiva con titoli anche tipograficamente intonati alla grandezza dell’aspettativa. Poi mutarono tono, accusarono il mal tempo e le rapide acque del Piave ingrossato dalle piogge, e parlarono di scopi locali, di operazioni intraprese per impegnare le forze nemiche e impedire l’accorrere di Corpi italiani in Francia. Ciò non impedì che Vienna e Budapest im­precassero, che la massa maledisse l’attacco e lo chiamasse un’ irragionevole ecatombe, che il Par­lamento chiedesse il giudizio sulle responsabilità dei comandanti. L’imperatore Carlo, passando per Bolzano, parlò con Conrad, conservando “ il suo mite, amichevole sorriso “. Ma poi lo chiamò al castello di Eckartsau, e gli disse ricevendolo: ”Mi dispiace, ma accolgo la sua preghiera per il suo ritiro”. Il Novak afferma che il maresciallo non aveva mai pensato ad andarsene. In compenso il barone Conrad ebbe il titolo ereditarlo di conte e il posto di colonnello di tutte le guardie del Corpo (16 luglio). Sic transit gloria….

Giudicata alla luce degli avvenimenti che segui­rono, la battaglia del Pive appare oggi la vera ri­vincita di Caporetto. Alle debolezze e alle colpe d’al­lora contrappose la più splendida manifestazione di valore e di fede collettiva di tutto un esercito stretto intorno al suo duce, alla sconfitta di ottobre la vit­toria di giugno conseguita sopra un nemico prepon­derante, esaltato dal precedente successo e sospinto dall’odio inveterato, impotenti a varcare il Piave, gli Austriaci sentirono che sulle rive dello storico fiume dovevano attendere il loro fato, a meno di esporsi anticipatamente ad un disastro con una ri­tirata volontaria. Il supremo sforzo degli Imperi centrali veniva nettamente paralizzato in Italia come non lo era stato ancora in Francia; la decisa vittoria dell’esercito italiano confortava gli alleati delle giornate angosciose trascorse in Picardia e sulla Marna, ed anticipava il giorno della riscossa impedendo agli Austriaci di distrarre un solo uomo dalle loro divisioni stremate per rinforzare i con­tingenti tedeschi in Francia. Il Consiglio Supremo di guerra nella sua settima sessione (5 luglio) lo ri­conobbe ampiamente, decretando vive congratula­zioni all’esercito e al popolo italiano per la memo­rabile disfatta inflitta all’esercito austro-ungarico, grandissimo contributo al futuro successo della causa degli Alleati.

La battaglia di Vittorio Veneto.

Dopo la grande vittoria del Piave che tolse agli Austriaci l’ultima speranza di riscossa e accelerò il lavoro degli elementi disgregatori della Monarchia absburghese, l’Italia spiò con vigile attesa il mo­mento propizio per dare al nemico il colpo di grazia. Il 9 agosto la squadriglia del maggiore D’Annunzio volò su Vienna, percorrendo complessivamente circa 1000 km di cui 800 su territorio nemico. I Vien­nesi attesero con angoscia le bombe omicide, ma i velivoli d’Italia lasciarono cadere solo dei ma­nifesti rilevanti la forza crescente degli Alleati e la disperata situazione dell’Austria. Il 3 settembre giunse in Siberia il contingente italiano; il 21 dello stesso mese la 6° divisione czeco-slovacca respinse nel Trentino, a sud di Nago, un assalto austriaco diretto contro il saliente di quota 703 di Dosso Alto. Questi gli avvenimenti militari che precedettero sul fronte italiano l’ultima battaglia.

Sui campi di Francia il Corpo d’Armata ita­liano sostenne il formidabile urto tedesco nelle battaglie del maggio e del luglio difendendo palmo a palmo la montagna di Relais, divise i cimenti e le glorie degli Alleati nella controffensiva di Foch, e lasciò sui baluardi difesi con estrema abnegazione 4 mila morti che suggellarono col loro sangue – spe­riamo per sempre – il patto di fratellanza delle due Nazioni latine.

In Macedonia gli Italiani parteciparono alla grande battaglia che condusse alla resa della Bulgaria. Il 22 settembre, movendo dalla regione di quota 1050, essi allargarono sulla sinistra dei Serbi il fronte d’attacco, avanzando di 12 km fino alla linea Cairli-Dobrusovo Musa Olba-Bobiste. Il 23 incal­zarono i Bulgari sulla strada da Monastir a Prilip ed occuparono le alture a nord di Topolciani. Indi proseguendo instancabili attraverso l’aspro mas­siccio di Monte Baba compirono una marcia strate­gica di grande importanza per tagliare la ritirata alle truppe nemiche ripieganti dalla regione di Monastir, e presero Kruscevo. Nel mese di ottobre, avanzando sulla sinistra dei Serbi, raggiunsero il 6 in Albania il fiume Shkumbi ed il 10 occuparono Elbassan. Il 14 giunsero a Tirana e a Durazzo, poi col l’appoggio delle bande albanesi che avevano inalzato la bandiera italiana incalzarono gli Austriaci sul Mathi. U mattino del 27 le avanguardie italiane en­travano in Alessio, il 28 in San Giovanni di Medua. Indi, vinte le ultime resistenze austriache sulle forti posizioni del Tarabosc e di Brdiza, il 31 ottobre oc­cuparono Scutari, completando la liberazione dell’Albania. Intanto compagnie da sbarco della marina avevano occupato Dulcigno e Antivari.

Il 7 ottobre, immediatamente dopo la nota del­l’Austria, della Germania e della Turchia al Presi­dente degli Stati Uniti per la conclusione di un ar­mistizio generale, Diaz rivolse un fiero proclama ai combattenti d’Italia ammonendoli a conservarsi « più che mai pronti ad abbattere completamente il ne­mico ». L’esercito raccolse la voce del suo Capo, ed al momento opportuno assolse con fulgido eroismo il suo compito.

All’alba del 24 ottobre, anniversario di Caporetto, si intensificò l’azione delle artiglierie nella regione di Monte Grappa. Nella mattinata, malgrado la piog­gia dirotta, reparti della quarta Armata (generare Giardino) attaccarono alcuni tratti delle formidabili posizioni avversarie, strappando e mantenendo punti d’appoggio. Sul Piave, alle Grave di Papadopoli, la decima Armata (lord Cavan) occupò alcuni isolotti. Sull’altipiano di Asiago la sesta Armata (generale Montuori) operò alcuni fortunati colpi di mano. In tutto furono catturati nei diversi settori 84 ufficiali e 2791 soldati. Il 25 continuò la battaglia nella re­gione nord-occidentale del massiccio del Grappa. La quarta Armata ributtò tutti i disperati contrattacchi nemici e riprese Monte Pertica e Monte Valderoa. Squadriglie di aeroplani bombardarono violentemente baraccamenti, parchi, depositi nemici con 7 mila kg di bombe. Altri 2149 prigionieri vennero catturati. Il 26 furono respinti attacchi nemici all’Asolone, al Pertica, al Solarolo, mentre sul medio Piave aumentava l’attività combattiva, e la decima Armata completava l’occupazione delle Grave.

Il 27 ottobre la battaglia si rivelò in tutta l’am­piezza magistrale delle sue linee, che presuppone­vano un piano strategico genialmente concepito ed attuato con abilità e precisione senza pari. L’Armata del Grappa doveva scuotere la fronte montana e chiamare a sé le riserve austriache; l’ottava Armata svolgere l’azione decisiva sul saliente formato dal Piave a monte di Nervesa, sfruttando un grave errore commesso dagli Austriaci, i quali sulla direzione della bisettrice di quel saliente avevano costruito una sola zona di difesa larga parecchi chilometri. Rotta quella, non vi erano più difese, e gli assalitori potevano separare violentemente le forze austriache della pianura da quelle della montagna, poi manovrare per aggirarle da ogni parte, creare coll’aggiramento fulmineo la demoralizzazione e la rotta definitiva. Il vasto compito fu assolto dal generale Caviglia con tale sapienza di preparazione e sicurezza di esecuzione, da assicurargli un posto cospicuo tra i grandi condottieri della guerra mondiale. L’arti­glieria italiana era al principio della guerra inferiore alla nemica per materiali e tattica di tiro; ma nella battaglia del Piave si rivelò nettamente superiore, e a Vittorio Veneto fu coll’efficacia del suo tiro fat­tore importantissimo del successo.

Fra le pendici delle alture di Valdobbiadene e la foce del torrente Soligo l’ottava Armata (gen.Caviglia) e la dodicesima (gen. Graziany) nella notte sul 27 ot­tobre passarono sulla sinistra del Piave sotto violento fuoco avversario, e conquistarono all’alba la prima linea nemica. Poi, sostenute dalle artiglierie appo­state sulla destra, guadagnarono terreno respingendo i ritorni offensivi del nemico. Più a sud la decima Armata, sfruttando i vantaggi già conseguiti alle Grave, respinse l’avversario e ributtò i suoi contrat­tacchi fra Borgo Malanotte e Roncadelle. Nove mila prigionieri e 51 cannoni furono i trofei della gloriosa giornata. Le forze aeree nazionali ed alleate recarono prezioso concorso all’azione rovesciando sul nemico 10 mila kg. di esplosivi e mitragliando a bassa quota il nemico. Nella regione del Grappa gli Austriaci riuscirono a rioccupare il Pertica, ma vennero riget­tati dopo 6 ore di lotta accanita.

Il 28 l’ottava e la dodicesima Armata consolidarono le loro teste di ponte; la decima attaccò con estrema violenza gli Austriaci ad oriente delle Grave, sfondò le linee nemiche ed avanzò fino al Monticano. Il 29 la battaglia continuò dalle alture di Valdobbiadene alla ferrovia Treviso-Oderzo. La dodicesima Armata espugnò le alture di Valdobbiadene, l’ottava entro in Susegana, la decima spinse le sue avanguardie sulla sinistra del Monticano. L’arciduca Giuseppe, coman­dante supremo delle forze austro-ungariche sulla fronte italiana, attaccato frontalmente dalla ottava e dalla dodicesima Armata, minacciato sul fianco dalla decisa avanzata della decima, fu costretto ad abbandonare le posizioni sulle alture della sinistra e a ripiegare tentando successive difese appoggiate ad interruzioni stradali. Il tricolore sventolò su Conegliano liberata. Migliaia di prigionieri e centinaia di cannoni continuarono ad affluire verso i campi di concentramento. Intanto sul basso Piave anche 1a terza Armata (Duca d’Aosta) entrava in azione.

Il 30 ottobre la battaglia si riaccese alla sinistra fino al Brenta, e sull’ampio fronte di battaglia com­batterono i tre quarti dell’esercito italiano affratellati col XIV Corpo britannico, la 23° divisione fran­cese e il 332° reggimento americano. La quarta Ar­mata conseguì vantaggi sul Grappa, nella regione del Pertica e di Col dell’Orso. La dodicesima a ca­vallo del Piave raggiunse l’abitato di Quero e Segu­sino e conquistò Monte Cesen. L’ottava occupò la stretta di Folina e raggiunse Vittorio; la decima sta­bilì solide teste di ponte sul Monticano e oltrepassò la rotabile Conegliano-Oderzo. La terza, neutraliz­zato il vivissimo tiro delle artiglierie nemiche, passò il fiume a San Donà di Piave e ad oriente di Zenzon, e superò forti resistenze incontrate verso il Monti­cano. La sesta sull’altipiano dei Sette Comuni co­strinse gli Austriaci a sgombrare Asiago. Parecchie centinaia di cannoni ed oltre 33 mila prigionieri fu­rono contati dal 24 ottobre.

Ma l’esercito austro-ungarico, benché lo Stato fosse in dissoluzione, continuò a lottare aspramente, so­stenuto dal fortissimo vincolo di disciplina e dal­l’odio atavico contro l’Italia. E benché la cavalleria italiana, lanciata nella pianura oltre il Piave, avesse raggiunto Sacile, sulla lìnea montana le divisioni austriache si batterono con pertinacia e ritardarono finché fu umanamente possibile il disastro. È dove­roso questo tributo di ammirazione allo sfortunato valore avversario che fece sopravvivere, sia pure per pochi giorni, l’esercito alla defunta Monarchia absburghese, e d’altra parte giova distruggere l’incosciente affermazione di taluni giornalisti d’oltralpe che il successo superò il merito dell’esercito italiano. Nulla di più ingiusto. Gli Italiani ebbero nell’ultima battaglia perdite gravi che attentano la grandezza del loro sforzo e la tenacia della difesa avversaria, e conseguirono con lo sfacelo della Monarchia danu­biana un premio meritato con un anno di sacrifici e di fede e con una decisiva vittoria determinata dalla sempre rinascente virtù della stirpe. L’esercito au­stro-ungarico era sempre un mirabile strumento di forza che, guadagnando con ordine e compattezza i suoi confini, poteva determinare lo svolgersi tran­quillo della rivoluzione nei paesi della Monarchia e ridare all’imperatore Carlo la corona di una Con­federazione danubiana sorta dalle ceneri calde della Monarchia dualista. Così 41 mesi di guerra, mezzo milione di morti e ottanta nuovi miliardi di debito avrebbero fruttato all’Italia la risurrezione del suo nemico implacabile, più minaccioso che mai alle sue frontiere. Non si neghi agli Italiani il merito di aver sentito questo pericolo e d’averlo scongiurato colla virtù delle loro armi, nè si dimentichi che un buon testimonio del valore spiegato dai nostri nella bat­taglia di Vittorio, Lord Cavan, disse che «nessun esercito al mondo può sorpassare l’italiano in vigore e slancio» (Londra, 23 gennaio 1919).

Il 31 ottobre la dodicesima Armata espugnò la stretta di Quero ed avanzò in Val di Piave. L’ottava continuò a svolgere con magnifico slancio la sua ma­novra: conquistò la dorsale fra Conca di Fellina e Valle del Piave, occupò la stretta di Serravano e si spinse nella pianura verso Pordenone. A sera, supe­rata la resistenza delle retroguardie nemiche al passo di San Boldo, spinse alcune colonne in Val di Piave e puntò sopra Belluno. La decima portò la sua fronte alla Livenza; la terza avanzò travolgendo le difese nemiche, colla partecipazione di truppe czeco-slovacche, e si portò sulla linea della decima. La quarta sfondò la fronte nemica sul Grappa, espugnando Col Caprile, Col Bonato, Monte Asolone, Monte Prassolan, il saliente del Solarolo e Monte Spinoncia. I prigio­nieri salirono a 50 mila, i cannoni a 300.

Il 1° novembre il nemico manteneva intatta an­cora la resistenza dallo Stelvio all’Astico. Sull’alti­piano di Asiago la sesta Armata attaccò decisamente le linee austriache ed espugnò Monte Mosciagh, Monte Longara. Monte Baldo, le Melette di Gallio, il Sasso Rosso, Monte Spitz, Monte Lambara, cattu­rando 3 mila prigionieri e 232 cannoni. Sul rimanente del fronte il nemico in rotta era protetto più dalle interruzioni stradali che dalle retroguardie. La quarta Armata occupò Feltre e la depressione di Fonzaso, la dodicesima mantenne il collegamento con la quarta, l’ottava continuò la lotta tenace nella depressione di Fadalto, la decima e la terza passarono la Livenza. Le divisioni di cavalleria, annientate le resistenze nemiche su questo fiume e ristabiliti i passaggi, ga­lopparono al Tagliamento. Ancora una volta i ma­rinai vollero emulare Ardimenti dell’esercito: nella notte sul 1° novembre il maggiore dei genio navale Rossetti entrò nell’ancoraggio interno della piazza di Pola e vi silurò all’alba la dreadnought Viribus Unitis.

Intanto un ufficiale dello Stato Maggiore austriaco munito di autorizzazione, il generale Weber, si pre­sentava alle nostre linee chiedendo di entrare in di­scussione per concludere un armistizio. Ormai lo sfa­celo degli eserciti imperiali era completo, e nessuna forza umana avrebbe potuto mettervi riparo. Occor­reva impedire a qualunque prezzo che l’esercito in dissoluzione si rovesciasse sui paesi oltre Isonzo, e che gli Italiani dettassero la pace a Vienna. Il Consiglio Interalleato discusse e precisò a Parigi le con­dizioni alle quali l’armistizio poteva essere accordato, e diede incarico al generalissimo Diaz, in nome del Governi alleati e degli Stati Uniti, di darne comu­nicazione ai parlamentari austriaci. Le condizioni si ispiravano ai concetti di Wilson: rendere impossibile al nemico di ricominciare la guerra e impedirgli di approfittare dell’armistizio per sottrarsi alla difficile situazione militare. I negoziati furono condotti a Pa­dova, nella villa del senatore Giusti, da una delega­zione austriaca formata di otto ufficiali presieduti dal generale Weber, e dal sottocapo di Stato Maggiore italiano, generale Badoglio, pel Comando italiano. Ma durante i quattro giorni che durarono le trattative le operazioni militari furono continuate colla massima energia, perché i risultati dell’ultima battaglia fossero adeguati ai sacrifici indicibili sostenuti per 41 mesi.

Il 2 novembre la sesta Armata varcò a viva forza l’Assa tra Rotzo e Roana, espugnò Monte Cimon e Monte Lisser e avanzò io Val di Non. La quarta avanzò al nord della depressione di Fonzaso e spinse alcune colonne lo Val Sugana. La dodicesima dilagò coi suoi gruppi alpini nella zona tra Feltre e Santa Giustina. L’ottava risalì la valle del Cordevole e marciò verso Longarone. La decima e la terza proseguirono verso il Tagliamento, e raggiunsero colle loro teste di co­lonna Azzano Decimo, Portogruaro, Concordia Sagit­taria. La cavalleria, occupò Pordenone, avanzò oltre il Cellina e il Meduna, entrò a Spilimbergo e lanciò pattuglie oltre il Tagliamento. La prima Armata (ge­nerale Pecori Giraldi), entrata in azione nel pome­riggio, conquistò Monte Maio e attaccò il Passo della Borcola nel settore del Posina, prese Monte Cimone sull’altipiano di Tonezza risalì la Val d’Assa occu­pando Lastebasse. Il 3 novembre entrò in azione anche la settima Armata (generale Tassoni), che infranse sbarramenti nemici alla Sella del Tonale e avanzò in Val Vermiglio. La prima occupò Rovereto, forzò la Vallarsa e prese il Col Santo a nord del Pasubio. Del pari continuò rapidissima l’avanzata delle altre Armate sull’altipiano di Asiago, in Val Sugana, nelle valli del Cismon. del Cordevole, del Piave, e nella pianura. Cavalleria, batterie a cavallo e bersaglieri ciclisti sostennero e vinsero aspri combattimenti sul Tagliamento.

Nella stessa giornata dei 3 novembre il bollettino delle ore 19 annunciava laconicamente: «Le nostre truppe hanno occupato Trento e sono sbarcate a Trieste. Il tricolore sventola sulla torre del Buon Consiglio e sulla torre di S. Giusto. Punte di cavalleria sono entrate in Udine. »

La liberazione di Udine straziata dopo Caporetto, e di Trento santificata dal martirio di Cesare Battisti furono accolte con intensa gioia ma senza sorpresa, poichè i precedenti bollettini già avevano accennato alla fulminea avanzata della prima Armata nel Tren­tino e alle ardite puntate della cavalleria oltre il Tagliamento. Invece fu accolta non senza gradita sorpresa la notizia della liberazione di Trieste che nessuno osava sperare così imminente. Ed invece la fedele di Roma aveva potuto sciogliere il secolare voto di liberazione ancora prima di Trento!

Il 30 ottobre alla notizia trapelata dello sfacelo au­striaco la folla triestina sventolò il tricolore dapper­tutto, ed i poliziotti furono per la prima volta impo­tenti a frenare la solenne manifestazione di Italianità. Il podestà Valerio, destituito allo scoppiare della guerra con l’Italia, venne eletto Presidente di un Comitato di salute pubblica. I 12 nazionalisti e i 12 socialisti del Comitato andarono al palazzo del Luogotenente austriaco a comunicargli che in nome del popolo di Trieste era stato proclamato il decadimento dell’Austria dal possesso delle terre italiane adriatiche, e gli chiese la consegna dei poteri. Il Luogo­tenente chiese istruzioni a Vienna, donde a sera il Governo, impotente a fronteggiare i tutti compiuti, dichiarò telegraficamente di riconoscerli. La mattina del 31 il barone Fries Skene consegnò i poteri po-litici ed amministrativi al Comitato e partì per Vienna. Un radiotelegramma da Trieste al Comando della piazza di Venezia annunziò per l’indomani l’invio di una torpediniera del Consiglio nazionale jugoslavo per trattare colla flotta dell’Intesa. Il 1° novembre una squadriglia di cacciatorpediniere italiane con alla testa l’Audace sbarcò a Trieste il generale Petitti. Il 4 reparti dell’esercito e un battaglione del reggimento di marina giunsero per la via di mare a Trieste, accolte con delirante entusiasmo dalla popolazione. Nello stesso giorno navi italiane occuparono coi loro equipaggi Abbazia, Rovigno, Parenzo, l’isola di Lussin e le isole di Lissa, Lagosta, Meleda e Curzola.

Furono queste le ultime operazioni prima della firma dell’armistizio. Alle ore 11 del 4 novembre il Comando Supremo pubblicò il noto bollettino che riassume la guerra d’Italia, e che più profondamente che nei marmi e nel bronzi resterà scolpito nel cuore degli Italiani.

Alle ore 16 dello stesso giorno venne diramata la seguente comunicazione: « In base alle condizioni dell’armistizio stipulato fra i plenipotenziari del Comando Supremo del R. Eser­cito italiano in nome delle Potenze Alleate e degli Stati Uniti d’America, e i plenipotenziari dell’Impe­riale Regio Comando Supremo austro-ungarico, le ostilità per terra, per mare e per aria su tutte le fronti dell’Austria-Ungheria sono state sospese dalle ore 15 di oggi, 4 novembre. »

Al momento indicato per la sospensione delle osti­lità le truppe Italiane avevano occupato Sluderno in Val Venosta, il Passo della Mendola e la stretta di Salorno in Val d’Adige, Levico in Val Sugana, Fiera di Primiero, Pontebba, Plezzo, Tolmino, Gorizia e Grado. Gli ultimi accertamenti davano le cifre di 10 653 ufficiali, 416 116 soldati e 6818 cannoni presi dal 24 ottobre. Il 5 novembre l’ammiraglio Cagni sbarcò a Pola con reparti dell’esercito e della marina e prese il comando della piazza. Quivi erano raccolte le maggiori unità della flotta nemica che con un meschino trucco l’Austria aveva all’ultimo momento consegnata ai Jngoslavi per inasprire i dissidi esi­stenti fra l’Italia e il nuovissimo Stato serbo-croato-sloveno. Ma la flotta venne consegnata all’Italia, a norma delle dichiarazioni immediatamente fatte da Trumbic. Il 10 gli Italiani occupavano Toblacco, nella Pusteria, avanzavano verso il Brennero in Val del-1’Isarco e proseguivano verso oriente nella Venezia Giulia. L’11 raggiunsero il Brennero, il 17 occuparono Tarvis, il 19 raggiunsero dappertutto la linea d’ar­mistizio.

Il 20 novembre il Parlamento italiano celebrò il compimento dell’unità nazionale.

La battaglia di Vittorio Veneto costò all’Italia 7 mila morti, 23 mila feriti, 3 mila prigionieri. Il totale delle perdite sopportate dall’esercito italiano dal 24 maggio 1915 all’11 novembre 1918 sale a 428 010 morti, 946 640 feriti, 569 210 prigionieri. Occorre aggiungere che nella cifra del prigionieri sono compresi anche i molti di­spersi che non furono catturati dal nemico colle armi alla mano, ma morirono sul campo di battaglia senza lasciar traccia di sè. Dal confronto tra la cifra dei militari dati per dispersi nei combattimenti e quella dei prigionieri rientrati e morti in prigionia risulta che circa 34 mila militari dati per dispersi trovarono morte gloriosa sul campo al di là delle linee italiane. Gli Italiani morti in prigionia, secondo le liste per­venute fino al 9 novembre 1918, furono 43 765; ma tale cifra dev’essere inferiore al vero, poiché molte morti non furono denunciate e probabilmente non lo saranno mai. Aggiungendo i 3169 morti della ma­rina, si ha un totale di italiani morti in guerra lar­gamente superiore al mezzo milione. Particolarmente dolorose furono le perdite subite dalla marina mer­cantile dal principio della guerra all’11 novembre 1918: 906 393 tonnellate su 1 534 738 di stazza lorda esistenti al 1° agosto 1914, con una percentuale del 58,93 %, la più elevata fra quante colpirono le ma­rine mercantili dell’Intesa. L’Austria perdette su tutti i fronti, in base alle cifre raccolte dal generale March, capo di Scato Maggiore dell’esercito ameri­cano, 800 mila morti. Prima della battaglia di Vit­torio Veneto il numero dei prigionieri Austriaci in Italia saliva, a 177 235, dei quali 4975 ufficiali e ca­detti. Di essi solamente 2162, di cui 83 ufficiali, mo­rirono negli ospedali alla fronte, e 2458, dei quali 27 ufficiali, negli ospedali territoriali. Valgano queste cifre, pubblicate dalla Commissione Reale d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti e delle norme di guerra e sul trattamento dei prigionieri, a met­tere in evidenza la generosità italiana di fronte alla ferocia austriaca.

Colla battaglia di Vittorio Veneto l’Impero in Au­stria si sfasciò, e l’esercito che ne era sempre stato il più valido sostegno andò disperso. Toccava all’Italia la meritata fortuna di smembrare lo Stato mosaico degli Absburgo perché sorgessero dalle sue rovine alcuni popoli liberi, e di accelerare colla sua superba vittoria il crollo militare della Germania. Infatti il 4 novembre l’Austria cadeva spossata e provocava colla notizia del suo crollo la rivoluzione in Germa­nia: il 6 partiva da Berlino per l’occidente la delegazione tedesca per la conclusione d’un armistizio.

 

La Grande Guerra

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LA GRANDE GUERRA

Medio Oriente, Colonie, Guerra navale

Dardanelli
1915

Febbraio 23.— Inizio del grande attacco navale ai forti dei Dardanelli.
Aprile 25-26. — Primi sbarchi degli alleati sulle coste dei Dardanelli.
1916
Gennaio 8. — Sgombero e abbandono dell’ impresa dei Dardanelli.

Armenia
1916
Febbraio 16. — I russi conquistano Erzerum.
Marzo 17. — I russi occupano Trebisonda.
                                                                   1918
Dopo la pace di Brest-Litovsk i russi sgombrano le regioni turche occupate in Asia minore; i turchi rioccupano Cars nell’Armenia russa, Batum e più tardi Tabriz.
                                                         Siria e Palestina.
1917
Novembre 7. — Gli inglesi occupano Gaza.
17— Occupazione di Giaffa.
Dicembre 9. — Capitolazione di Gerusalemme.
                                                                      1918
Febbraio 21. — Caduta di Gerico nelle mani degli inglesi.
Settembre 19. — Ripresa dell’offensiva alleata in Pa­lestina.
20.— Conquista di Nazareth.
Ottobre 1. — Gli inglesi entrano in Damasco.
8.— Gli inglesi occupano Beirut e
26.-Aleppo.
31.— Armistizio su tutte le fronti turche firmato nella baia di Mudros sull’isola di Lemno.

                                                              Mesopotamia
                                                                    1914
Novembre 21. — Occupazione di Bassora effettuata dagli Inglesi.
                                                                    1915
Giugno 3. — Gli inglesi avanzano in Mesopotamia e occupano Amara.
Settembre 29. — Occupazione di Kut el Amara dove poi le forze britanniche vengono assediate dai turco-tedeschi.
                                                                     1916
Marzo 29. — Capitolazione di Kut el Amara, dopo un assedio durato 5 mesi.
                                                                     1917
Gennaio.— Nuova spedizione Inglese in Mesopotamia.
Febbraio 24. — Riconquista di Kut el Amara.
Marzo 11. — Gli inglesi conquistano Bagdad.
Aprile 23. — Occupazione di Samara.
                                                                      1918
Ottobre.— Le armate turche del Tigris si arrendono.
31.— Armistizio e resa completa della Turchia.
                                                           Guerra coloniale
1914
Agosto 26. — Inizio dell’occupazione del Togoland effettuata dalle truppe franco-inglesi.
29.— Forze neo-zelandesi occupano le isole Samoa tedesche.
Settembre 11. — Forze australiane occupano l’arcipelago delle Bismark e alcuni giorni più tardi la Nuova Guinea germanica. Gli alleati iniziano l’occupazione del Camerun.
Ottobre 7. — I giapponesi occupano le Isole Marshall nel Pacifico.
20.— I giapponesi occupano le Caroline e le Mariane.
Novembre 7. — Capitolazione di Tsing-tao conqui­stata dalle forze giapponesi dopo regolare assedio.
                                                                       1915
Luglio
.— Conquista dell’Africa sud-occidentale te­desca, effettuata dalle truppe dell’Unione sud-africana.
Settembre 4. — Dar es Salam al arrende agli inglesi.
Dicembre 1. — Nell’Africa orientale germanica i te­deschi subiscono una grave sconfitta, ma rie­scono a mantenersi nell’interno fino al termine della guerra.

                                                               Guerra navale
1914
Settembre 22. — Siluramento di 3 incrociatori in­glesi nel Mare del Nord.
Novembre 1. — Vittoria navale germanica presso la costa cilena, ottenuta contro una squadra inglese.
9.— Affondamento del famoso incrociatore Emden, sorpreso nell’Oceano Indiano da una nave da guerra australiana.
Dicembre 8. — Vittoria navale britannica presso le isole Falkland.
                                                                        1915
Gennaio 24. — Battaglia navale delle Dogger Bank, nel Mare del Nord.
Febbraio 2. — Annuncio del blocco dei sommergibili.
Maggio 7. — Siluramento del Lusitania.
                                                                         1916
Maggio 31. — Battaglia navale dello Iütland.
                                                                         1917
Gennaio 31. — Annuncio della guerra ad oltranza dei sommergibili.
                                                                         1918
Gennaio 4. — Nave ospedale britannica silurata da un sottomarino nel Canale di Bristol.
20.— Le navi tedesche Goeben e Breslau escono dai Dardanelli; la prima è fortemente danneggiata, la seconda affondata.
Febbraio 26. — La nave ospedale britannica Glenard Castle, silurata nel Canale di Bristol.
Marzo 10. — La nave ospedale britannica Guilford Castle silurata nel Canale di Bristol.
Giugno 5. — La nave ospedale britannica Konigin Regentes silurata nel Mare del Nord.
27.— La nave ospedale britannica Lansdovery Ca­stle silurata.

 

 

La Grande Guerra

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                                                    LA GRANDE GUERRA

                                                       Scacchiere Serbo.

                                                               1914

Agosto 12. — Gli austriaci iniziano l’offensiva sulla fronte serba passando la Sava e la Drina e pun­tano su Valievo, per conquistare
il saliente tra i due fiumi.
— Controffensiva serba (battaglia dello Jadar), terminata con la ritirata austriaca oltre il vecchio confine.

Settembre 29. — I serbi attaccano le fortificazioni di Sarajevo, ma dopo qualche settimana sono co­stretti ad abbandonare l’assedio per parare una nuova offensiva austriaca.

Novembre 1. — Gli austriaci ripassano la Drina e la Sava e marciano su Valievo che riescono ad oc­cupare il 14.
— Battaglia della Colubara, così nominata dal fiume che costituiva la linea di difesa del serbi; questi nono costretti a continuare la loro ritirata.

Dicembre 2. — Occupazione di Belgrado da parte delle truppe austro ungariche.
— Controffensiva serba che trasforma l’invasione austriaca in rotta completa; in 9 giorni i serbi riescono a riguadagnare tutto il terreno perduto e a rioccupare Belgrado.

  •                                                               1915

Ottobre 4. — Ultimatum presentato alla Bulgaria a uomo dell’Intesa, seguito dalla rottura delle re­lazioni diplomatiche e dalla dichiarazione di guerra.
5. — Primo sbarco degli alleati a Salonicco.
— Inizio dell’offensiva austro-tedesco-bulgara contro la Serbia; occupazione di Semendria sulla destra del Danubio.

10. — Caduta di Belgrado.

12. — I bulgari avanzano nella valle del Timok.
— Occupazione di Pozarevaz, sulla Morava, da parte del tedeschi.
— I serbi, perduta Veles, Cumanovo e Vrania, ri­piegano sul Vardar.
— Gli eserciti austro-tedeschi e bulgari operano il loro congiungimento.

29.— Gli alleati, tardivamente giungono a Strumiza.

Novembre 1. — I bulgari occupano Pirot e i tede­schi, nel giorno seguente, Craguievaz.
– Caduta di Nish.
— I tedeschi s’impadroniscono di Cruescevaz ; i serbi si riducono sulla riva sinistra della Morava meridionale e iniziano la ritirata verso occidente attraverso i monti dell’Albania.
— Lo Stato Maggiore tedesco annuncia la fine delle operazioni contro la Serbia.

Dicembre 2. — I tedeschi occupano Monastir. Al fronte serbo si è sostituito il fronte alleato, che in largo semicerchio difende il campo trincerato di Salonicco.

                                                              1916

Gennaio 13. — Gli austro-ungheresi occupano Cettigne e più tardi
14 anche S. Giovanni di Medua.

Settembre 11. — Offensiva alleata nel settore di Florina e di Monastir.

18. — Conquista del Kaimakcialan effettuata dai serbi che devono poi sostenere gravi e continui combattimenti per il possesso del massiccio.

Ottobre — Combattimenti sulla fronte della Cerna, sfavorevoli ai bulgari, che iniziano la ritirata in direzione di Monastir.

Novembre 18. Caduta di Monastir.
— Conquista della quota 1050 da parte del con­tingente italiano.

  •                                                                 1918

Settembre 16. — Inizio dell’ultima offensiva alleata in Macedonia; sfondamento della fronte bulgara e conquista delle posizioni di Dobropolie; i franco-serbi, sfruttando il successo, discendono verso il Vardar.
— Prilip occupata dalla cavalleria francese.
Ritirata generale del bulgari, il cui esercito è tagliato in due. Ishtip e Veles prese dai serbi: le truppe britanniche entrano in Bulgaria di fronte a Costurino.
— Gli inglesi occupano Strumiza.

29. — Armistizio con la Bulgaria mentre gli alleati proseguono nell’inseguimento degli austro-te­deschi.

Ottobre 3. — Abdicazione di Re Ferdinando di Bul­garia.
— I greci rientrano a Drama.
— Gli alleati entrano a Lescovaz.

12-29. — Gli alleati occupano Nish, Mitroviza (13), Cralievo (22), Cragnievaz (29).
— I serbi raggiungono il Danubio.

Novembre 1. — I serbi rientrano in Belgrado.
— I serbi varcano il Danubio e la Drina per mar­ciare su Sarajevo, che occupano il 10.
11. — Armistizio generale.

                                                     Scacchiere Romeno.

                                                               1916

Agosto 28. — Entrata in guerra della Romania. I romeni penetrano in Transilvania, si spingono fin sotto le mura di Sibiu e occupano Brasso.

Settembre 2. — I bulgari entrano in Dobrugia.
7. — I tedesco-bulgari conquistano la testa di ponte di Turtucal.
— I romeni, costretti dagli incessanti at­tacchi delle truppe austro-tedesche, si ritirano dalla Transilvania.
— I bulgaro-tedeschi occupano Costanza e più a oriente, sulle Alpi transilvane, conquistano i passi di Predeal e Torre rossa.

Novembre 15. — Gli austro-tedeschi, conquistati i passi attraverso le Alpi transilvane, invadono la Valacchia, e al 21 occupano Craiova minacciando di tagliare le co­municazioni con Orsova e Turnu Severinu.
— Cadono Orsova e Turnu Severinu.
— Congiungimento degli eserciti tedeschi, pro­venienti dal nord, con quelli tedesco-bulgari pro­venienti dal sud dopo aver passato il Danubio.
— Sfondamento della linea dell’Alt: gli invasori occupano Pitesci ed avanzano su Bucarest, ab­bandonata dal governo rumeno al 29.

Dicembre 4. — Grande battaglia sull’Arges, ultima linea di difesa davanti a Bucarest.
— Occupazione di Bucarest.
— Gli invasori occupano Buzeu, a nord di Bucarest e Tulcea in Dobrugia.

  •                                                                1917

Gennaio 1. — I tedeschi attaccano presso Braila e presso Focsani.
— Cade Braila e due giorni dopo Focsani.

Dicembre 8. — Armistizio sulla fronte romena.

                                                               1918

Marzo 5. — Firma del trattato preliminare di pace fra le Potenze centrali e la Romania.

Maggio 7. — Firma del trattato di pace di Bucarest.

1919

Dopo l’armistizio del 4 novembre sulla fronte italiana e quello generale dell’ 11 novembre sulla fronte oc­cidentale la Romania riapre le ostilità, occupa la Transilvania e invade l’Ungheria, spingendosi fino a Budapest.

(segue Medio Oriente, colonie, guerra navale)

La Grande Guerra

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                                                  LA GRANDE GUERRA

                                                  Scacchiere Russo.

                                                              1914

Agosto 1. — Dichiarazione di guerra della Germania alla Russia.
— Inizio dell’offensiva russa nella Prussia orien­tale: occupazione di Gumbinnen (19 agosto) e di Allenstein (26 agosto). Controffensiva di Hindenburg il quale batte separatamente le armate russe nella battaglia dei laghi masuri, terminata l’11 settembre. I russi sono costretti a ritirarsi dalla Prussia orientale.
— Inizio delle grandi operazioni sulla fronte ga­liziana ; gli austriaci marciano su Lublino occu­pando Krasnik e Zainosh (27). Nel settore meri­dionale i russi invadono la Galizia occupando Brody e Tarnopol (23).
— Gli austriaci si ritirano su Leopoli, che abbandonano alcuni giorni dopo (2 sett.).

Settembre 2. — Ritirata generale degli austriaci dietro la linea del San, inseguiti dal russi che procedono all’investimento della fortezza di Przemysl.
— Inizio dell’assedio di Przemysl mentre gli au­striaci continuano la loro ritirata fino ai Carpazi e al campo trincerato di Cracovia.

Ottobre-novembre-dicembre. — Un nuovo esercito tedesco al comando di Hindenburg intraprende grandi azioni offensive contro il saliente polacco, riuscendo a portarsi due volte fin sotto Varsavia; ma dopo alterne vicende è definitivamente re­spinto dai russi, che riescono a ripassare la Vistola e a riguadagnare parte del terreno perduto, stabilendo le loro posizioni sul fiume Bzura, dopodiché la lotta va man mano spegnendosi nel mese di dicembre.

                                                                1915

Febbraio 16. — Offensiva austriaca in Bucovina, i russi sono costretti allo sgombero di Cernovitz e Colomea (18).

Marzo 23. — Capitolazione della fortezza di Przemysl, mentre i russi raddoppiano i loro tentativi per attraversare i Carpazi e scendere in Ungheria.
— Lotta furibonda sul passi di Uszok e Ducla, che i russi riescono a conquistare, mentre è contenuto con successo il loro tentativo di sboc­care in piano.

Maggio 2. — Primo sfondamento operato dai tedeschi nel settore di Tarnov; battaglie di Gorlice e del Dunaiec, in seguito alle quali i russi sono costretti ad iniziare una vasta e profonda ritirata.
— Gli austro-tedeschi rioccupano Przemysl.

Giugno 22. — Gli austro-tedeschi, varcato il San e il Dniester, occupano Leopoli.

Luglio 10. — Inizio di una nuova battaglia contro le linee tenute dai russi in Polonia, dal Baltico al basso Niemen e la media Vistola.
— Ritirata russa sulla fronte Ivangorod-Lublino.

Agosto 4. — I tedeschi occupano Varsavia, gli au­striaci Ivangorod e in seguito Wladimir-Wolinsky.
— Caduta della fortezza di Covno; i tedeschi tentano di penetrare nel golfo di Riga.

20. — Caduta della fortezza di Novogeorgievsk.
— Caduta della fortezza di Ossoviez.
— Caduta della fortezza di Brest-Litovsk.

Settembre 1. — Gli austriaci occupano Luzk e, alcuni giorni dopo, Grodno cade nelle mani dei tedeschi.
— Dopo quattro mesi di ritirata lo zar assume il comando supremo dell’esercito.

9-10. — I russi respingono numerosi assalti sulla fronte meridionale presso Trembovla e Tarnopol.
— I tedeschi entrano a Vilna.
— Reazione russa su tutti i settori e sta­bilizzazione della fronte sulla linea approssima­tiva Riga-Dvinsk-Baranovici-Rovno-Strypa-confine rumeno. Guerra di trincee con episodi locali durata parecchi mesi, sfruttati dai russi a rior­ganizzare i loro eserciti.

                                                               1916

Giugno 4. — Sulla fronte austro-russa di Galizia e Volinia si inizia l’offensiva guidata dal generale Brussilov; sfondamento della fronte austriaca per una estensione di 140 km. fra il Pripet e il Prut.
— Luzk occupata dai russi.
— I russi sviluppano l’attacco nel settore della Strypa e del Dnjestr, prendendo Buciac.
— I russi occupano Cernovitz; dirigendosi verso il Seret tagliano in due le armate austriache,
— Occupazione di Kuty e Kimpolung ; tutta la Bucovina è nelle mani dei russi.
— Caduta di Colomea.

Luglio 5. — Notevoli progressi delle armate russe in direziono di Wladimir-Wolinsky e di Kovel.
— I russi entrano a Brody.

Agosto 10. — I russi occupano Stanislau; combatti­menti sulla Zlota Lipa, sulla Bistriza e a Kirlibaba.

Settembre 3. — Conquista delle posizioni di Horodenca; l’offensiva russa può dirsi esaurita.

                                                              1917

Marzo 12. — Scoppio della rivoluzione in Russia.

Luglio 1. — Ultima offensiva russa in Galizia, ini­ziata per ordine di Kerensky, nel settore della Strypa.
— Le armata russe conquistano la testa di ponte di Chalic, avanzanoverso la Lomniza e occupano Calush.
— Controffensiva austro-tedesca in Galizia: sfondamento della fronte Stanislau-Tarnopol : ricon­quista di Chalic.

24. — Gli austro-tedeschi entrano a Stanislau e Tar­nopol; il giorno seguente conquistano Colomea (25).

Agosto 3. — Gli austriaci riprendono Cernovitz e passano il vecchio confine austro-russo.
— Offensiva tedesca contro Riga e occupazione della città (3 sett.).

Settembre 22. — Caduta di Jacobstadt nelle mani del tedeschi.

Ottobre 18. — Sbarco dei tedeschi nelle isole del golfo di Riga.
— I russi sgombrano Reval.

23. — I tedeschi sbarcano in Estonia.

Novembre 7. — Colpo di stato del bolscevichi ; Lenin s’impadronisce del potere.

Dicembre 6. — Armistizio russo-tedesco.

                                                                1918

Febbraio 9. — Firma della pace di Brest-Litovsk tra Ucraina e Potenze centrali.
— Ripresa delle ostilità sulla fronte russa, in seguito al rifiuto opposto dal bolscevichi di fir­mare la pace. Occupazione di Luzk e Dvinsk, e alcuni giorni dopo di Minsk e Pskov.

Marzo 2. — Firma della pace di Brest-Litovsk tra bolscevichi e potenze centrali.
— I tedeschi occupano Odessa.
— Gli austro-tedeschi occupano Nicolaievsk sul Mar Nero.

Maggio 1. — I tedeschi occupano Sebastopoli cattu­rando la flotta da guerra russa.
— I tedeschi occupano Taganrog sul Mar Nero e sbarcano In Finlandia.
— I tedeschi occupano Rostov sul Don.

Novembre 11. — Armistizio generale su tutte le fronti; in seguito ad esso i tedeschi sono costretti a sgombrare tutti i territori compresi entro i vecchi confini dell’impero russo.

(seguono scacchieri serbo e romeno)

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

1914-1918

Il Primo conflitto Mondiale ha segnato un momento di cesura nella storia di tutto il mondo e specie in quella europea.
Il conflitto, conosciuto come “LA GRANDE GUERRA” si è mostrato nella suo svolgersi, come la scelta più irrazionale che gli Stati e gli Imperi europei potessero concepire come soluzione alle contese politiche. Una corsa verso il baratro. Una vera follia!
L’evento si è mostrato da subito portatore di uccisioni di massa, di truppe mandate al macello in un carnaio senza fine, in cui la vita di migliaia di soldati veniva bellamente sacrificata in nome di un codice militare insensato e belluino. Migliaia di giovani vite bruciate sui fronti d’Europa in battaglie di poche ore che, reiterate per anni senza sosta, hanno prodotto milioni di  vittime senza colpa.
Dopo questa guerra l’Europa e il mondo non erano più gli stessi! Dopo così tanti morti e sacrifici si sperava che la guerra fosse tenuta lontana dalle lotte politiche. Ma la natura umana non parve aver capito la lezione severa che quell’immane conflitto aveva impartito a intere generazioni, così si finì che le promesse mancate, le ripicche fra le potenze, gli egoismi nazionali e le ritorsioni pesanti, crearono le premesse per una evoluzione scellerata dei modelli politici: i totalitarismi!
Fascismo e comunismo furono i prodotti avvelenati di quella guerra, portatori entrambi di aspirazioni e comportamenti aggressivi, un miscuglio velenoso che ha preparato il terreno al successivo conflitto mondiale.

Rileggere sulle pubblicazioni di allora le note della guerra e come si sono svolti i fatti, giorno dopo giorno, sui vari fronti di guerra, porta indietro la mente a quell’epoca e fa rivivere, ad un’attenta lettura, il calvario vissuto da quegli uomini, le terrificanti lotte per il possesso di pochi metri, l’insensato sacrificio di tante giovani vite.
L’illusione di fare il proprio dovere di cittadino, di servire la Patria, di fare il bene del proprio Paese è stato, su tutti i fronti, il grande equivoco su cui hanno operato con grande spregiudicatezza re, imperatori, politici e generali.

Il CALENDARIO ATLANTE DE AGOSTINI del 1920 è un interessante documento che riassume in poche pagine gli eventi bellici e li commenta con gli scritti di illustri studiosi. Si coglie nei loro testi l’ansia del cittadino, del patriota che vede realizzarsi un sogno, quello della raggiunta unità d’Italia, ma nello stesso tempo, nel momento in cui si raccolgono i frutti di un sì grande sacrificio di vite umane, si teme il verificarsi di meschine macchinazioni tutte volte a negare all’Italia quei vantaggi che erano stati promessi, tutte propense a ridimensionarne i meriti, tutte d’accordo a negare la vittoria meritata. Nasce così il senso di frustrazione per la “vittoria rubata” che tanto danno farà al Paese trascinandolo in una avventura che si rivelerà ancora più dannosa.

Sono qui proposti i quadri storici della Grande Guerra secondo gli scacchieri bellici:

-Scacchiere franco-belga-tedesco

– Scacchiere russo

-Scacchieri serbo e romeno

-Medio Oriente, colonie e guerra navale

-La guerra d’Italia (prima parte)

-La guerra d’Italia (seconda parte)

-La guerra d’Italia (terza parte)

-La pace e la questione di Fiume

 

                                                          LA GRANDE GUERRA

                                                Scacchiere Franco-Belga-Tedesco.

                                                                 1914

Agosto 2. — Ultimatum della Germania al Belgio.
3. — La Germania dichiara la guerra alla Francia e invade il Belgio.
— Ultimatum dell’Inghilterra alla Germania in difesa della neutralità belga e conseguente dichiarazione di guerra (11).
— I tedeschi conquistano Liegi, dopo aver co­stretto i belgi a ripiegare sul fiume Gette.
— Primo sbarco di truppe inglesi in Francia.

20. — 1 tedeschi occupano Bruxelles e impongono una contribuzione di guerra di 255 milioni, men­tre i belgi si ritirano su Anversa.

23-24. — Battaglia di Charleroi e di Mons.
— Capitolazione degli ultimi forti di Namur. Distruzione di Lovanio. Ritirata generale del francesi sulla Somme, S. Quintino, La Fere, Laon.

Settembre 8. — La capitale della Francia si stabilisce provvisoriamente a Bordeaux, — I tedeschi occupano Reims.
— Capitolazione di Maubeuge.

6-12. — Battaglia della Marna : i francesi arrestano l’invasione costringendo il nemico ad abbando­nare parte del terreno occupato. Dopo di che la linea di battaglia si estende lentamente verso nord fino a raggiungere il mare e incomincia la lunga e faticosa lotta di trincea sulle linee dell’Iser, della Somme, dell’Aisne, di Verdun,ecc.

Ottobre 9. — capitolazione di Anversa: l’esercito belga si ritira lungo la costa del Mare del Nord.
— i tedeschi occupano Lilla e Ghent. Il Governo belga si trasferisce a Le Havre.

Novembre-Dicembre. — Poderosi e reiterati tenta­tivi tedeschi per forzare la linea degli alleati nel settori dell’Iser e di Ypres, e portarsi a Calais, base designata per un’offensiva contro l’In­ghilterra. Stabilizzazione della fronte sulla linea Ostenda – Nieuport, Dixmuiden-Ypres-La Bassée-Arras-Roye-Noyon-Laon-Craonne-Reims- sorgenti d. Aisne-Verdun-La Woevre e frontiere dell’Alsazia.

                                                                   1915

Gennaio-Agosto. — Guerra di trincea con episodi locali e alcuni combattimenti maggiori presso Ypres (gennaio), Soissons (7-14 gennaio), Ypres (20-22 aprile) e Arras (maggio-giugno), dove i te­deschi fecero per la prima volta uso dei gas asfissianti.

Settembre 26.—Offensiva franco inglese nella Cham­pagne contro i due lati del saliente di Noyon: rottura della fronte nemica per una ampiezza di 30 km. e una profondità da 2 a 4 km.

                                                              1916

Febbraio 21. — Inizio del grande attacco tedesco contro Verdun: il quale con alterne vicende si protrasse per ben 8 mesi: alla fine i francesi, dopo una splendida e tenace resistenza fatta con incrollabile abnegazione, riescono vincitori. Anzi in ottobre con brillante attacco, comandati dal generale Nivelle, riprendono tutto il terreno che il nemico aveva conquistato con 8 mesi di lotta, con sforzi accaniti e a prezzo di rilevantissime perdite.

Luglio 1. — Inizio della battaglia della Somme ripresa e continuata ad intervalli, durata per tre mesi, col risultato di liberare 46 paesi ed espu­gnare le fortificazioni campali di Combles e Thiepval (26), avvicinando gli alleati a Peronne e Bapaume.

Novembre 18. — Battaglia dell’Ancre: gli inglesi occupano diversi villaggi, investendo Bapaume e conquistando il villaggio di Combles.

                                                               1917

Febbraio 11. — Ripresa della battaglia sulla fronte dall’Ancre.
— i tedeschi sono costretti ad effettuare una profonda ritirata sopra una fronte di 12 km., allo scopo di accorciare le linee e di lasciar cadere nel vuoto il colpo di maglio inglese.

Marzo 17.— Bapaume sgombrata dai tedeschi.
— Peronne, Chaulnes e Noyon occupate dagli alleati franco-inglesi.

Aprile 10. — Inizio della battaglia di Arras, con la quale i tedeschi sono ributtati verso Douai-Cambrai-S. Quintino.
16. —Sulla fronte Soissons-Reims : inizio di una grande offensiva francese comandata dal gene­rale Nivelle; i francesi riescono a sfondare le prime linee e in certi luoghi anche le seconde, progredendo di alcuni km. La gravità delle per­dite induce il governo francese a sospendere l’offensiva e a sostituire Nivelle col gen. Petain.

Giugno 7. — Gli inglesi iniziano l’attacco contro il costone di Messines e lo conquistano, eliminando così il saliente di Ypres: vittoria inglese rimasta famosa pur l’esiguità delle perdite, dovuta alla preparazione minuziosa dell’attacco.
Agosto-Settembre-Ottobre. — Operazioni offensive nelle Fiandre, nell’Artois in direzione di Ypres e Cambrai.

Ottobre 22. — Attacco francese allo Chemin des Dames, abbandonato dai tedeschi che si ritirano sull’Ailette, raggiunta dal francesi il 2 novembre.

Novembre 20. — Gli inglesi, sostenuti da tanks attac­cano di sorpresa senza preparazione d’artiglieria sulla fronte di Cambrai, riuscendo a sfondare in quel punto la linea di Hindenburg.

Dicembre 1. — Contrattacco tedesco, operato allo scopo di eliminare il saliente di Cambrai, che gli inglesi sono costretti ad abbandonare quasi interamente, mantenendo però alcuni punti della linea di Hindenburg.

                                                                 1918

Marzo 21. — Poderosa offensiva tedesca sulla fronte occidentale tra la Scarpe e l’Oise; sfondamento delle posizioni della V Armata britannica e tentativo di separare gli eserciti francesi da quelli inglesi, puntando su Amiens.
— Caduta di Peronne e Ham ; i tedeschi forzano il passaggio della Somme, conquistano Bapaume, Nesle, Guiscard, Chauny.

25. — I tedeschi raggiungono le vecchie posizioni tenute nel 1916 prima della battaglia della Somme.
— Caduta di Chaulnes e Roye.
— I tedeschi raggiungono Montdidier ed esten­dono i loro attacchi verso nord sulla fronte Al­bert-Arras.

30. — Poderosi tentativi di sfondamento delle posi­zioni di Montdidier;-Moreuil-Lassigny vengono sanguinosamente respinti dagli alleati, dopo di che la battaglia va lentamente esaurendosi.

Aprile 10. — Ripresa dell’offensiva tedesca nella Fiandre, settore di Armentieres; conquista della città.
—Gli inglesi riconquistano il costone di Messines.
— Foch nominato generalissimo delle armate alleate.

15. — Caduta di Bailleul nelle Fiandre.
— Ripresa dell’attacco tedesco in direzione di Amiens, conquista di Villers-Bretonneux, riperduta il giorno dopo.

Maggio 27. — Offensiva tedesca sullo Chemin des Dames: i tedeschi, sfondate le linee alleate, avan­zano rapidamente oltre l’Aisne e la Vesle, pren­dendo Braisne e Fismes.
— Caduta di Soissons e investimento di Reims.
— I tedeschi raggiungono la Marna tra Chateau Thierry e Dormans.

Giugno 4. — Passaggio della Marna.

9. — Attacco tedesco sulla fronte Montdidier-Noyon efficacemente contenuto dagli alleati.

Giugno 16. — Ripresa dell’offensiva tedesca sulla Marna in direzione di Reims e di Epernay e Chalons; i tedeschi riescono a passare la Marna, ma l’offensiva è contenuta ovunque.
— Brillante controffensiva franco-americana sul lato occidentale del vasto saliente tedesco tra Fontenoy e Belleau.
— I tedeschi abbandonano la riva meridionale della Marna.
— I francesi riprendono Chateau Thierry mentre i tedeschi sono costretti a ripiegare sulla fronte a nord della Marna in direzione della Vesle.
— Ripresa di Soissons da parte degli alleati.

Agosto 4. — Gli americani entrano a Fismes.
— Offensiva alleata a nord di Montdidier; due armate anglo-francesi attaccano il saliente di Amiens e sostenute da numerose tanks sfondano le linee tedesche su unfronte di 30 km.
— Conquista del massiccio di Lassigny, operata dai francesi.
— Estensione dell’offensiva verso nord, contro le linee dell’Ancre e della Somme.
— Thiepval conquistata dagli Inglesi.

27. — Roye conquistata dai francesi.
— Bapaume conquistata dagli inglesi.

29. — I francesi entrano in Noyon dopo aspri com­battimenti.

30. — Gli inglesi si impadroniscono di Combles; si riaccende la battaglia anche nelle Fiandre; con­quista di Bailleul.

31. — Lotta furiosa per il M. Kemmel rimasto in possesso degli inglesi.

Settembre 1. — Gli alleati riconquistano Peronne e Sailly Saillisel.

2. — I canadesi sfondano il poderoso sistema difen­sivo tra Drocourt e Queant (linea di Wotan) costruito per la difesa di Douai e Cambrai.

3. — I francesi occupano Guiscard.
I francesi occupano Ham e Chauuy.
— Gli americani attaccano il saliente di S. Mihiel, conquistandolo interamente dopo due giorni di lotta.
— Ripresa dell’offensiva francese nella Cham­pagne, mentre gli americani nelle Argonne pren­dono Varennes e altri numerosi villaggi.
Gli inglesi attaccano la linea di Hindenburg, occupando importanti posizioni.
— Gli alleati attaccano nelle Fiandre e conqui­stano Dixmuiden e Passenschaendale.

Ottobre 9. — I francesi conquistano S. Quintino.
3. — Gli alleati occupano il saliente tedesco di Armentieres, conquistando questa città, Lens e La Bassée.
— Prima nota tedesca per la pace.
— I Canadesi entrano a Cambrai dopo lotte furi­bonde.

12. — Seconda nota tedesca per la pace.

13. — I francesi si impadroniscono di La Fere, Laon e del massiccio di S. Gobain.

14. — Gli alleati rinnovano l’offensiva nelle Fiandre e occupano Roulers e Iseghen (14) più tardi Ostenda, Lilla e Douai (17).
— Occupazione di Bruges, Roubaix e Tourcoing.

19. — I tedeschi sgombrano Zeebrugge, subito occu­pata dai belgi.
— La costa belga è completamente sgombrata dai tedeschi.

23. — I britannici avanzano in direzione di Valen­ciennes occupando i sobborghi della città.
—Dimissioni di Ludendorf.

Novembre 4. — Le Argonne completamente evacuate dai tedeschi, che cedono Maubeuge e Mezieres, mentre gli americani entrano a Sedan.
— I franco-belgi si impadroniscono di Gand, gli italiani di Rocroy.

11. — Armistizio sulla fronte occidentale.
— In seguito alle disposizioni dell’armi­stizio gli americani occupano Magonza (6), i belgi Düsseldorf (6) e gli inglesi Colonia (8).

                                                                 1919

Luglio 28, — A Versailles firma del trattato di pace tra la Germania e le seguenti potenze : Stati Uniti, Impero britannico, Francia, Italia, Giap­pone, Belgio, Bolivia, Brasile, Cuba, Equatore, Grecia, Guatemala, Haiti, Heggiaz, Honduras, Liberia, Nicaragua, Panamà, Perù, Polonia, Por­togallo , Romania, Stato serbo-croato-sloveno, Siam, Cecoslovacchia e Uruguay.

(segue scacchiere russo)

Cento anni di storia

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NOTE CRONOLOGICHE DI VITA ITALIANA
(segue dalla quarta parte)

(quinta parte – 1946-1960)

1946 gennaio: cessa su tutto il territorio nazionale l’amministrazione militare alleata (AMG).
9 maggio: Vittorio Emanuele III abdica. Gli succede il figlio Umberto II.
15 maggio: viene approvato mediante decreto lo sta­tuto speciale della regione siciliana.
2 giugno: hanno luogo insieme il referendum istituzio­nale e le elezioni per l’Assemblea Costituente.
10 giugno: il referendum istituzionale dà 12 672 767 voti per la repubblica e 10 688 905 per la monarchia (dati provvisori).
11 giugno: il Consiglio dei Ministri affida al presidente del Consiglio De Gasperi i poteri di Capo provvisorio dello Stato.
13 giugno: Umberto II lascia Roma e si ritira in Por­togallo.
19 giugno: i dati definitivi del referendum istituzio­nale sono 12 717 923 voti per la repubblica, 10 719 284 per la monarchia, 1 498 136 nulli.
25 giugno: si convoca a Montecitorio l’Assemblea Co­stituente.
28 giugno: Enrico De Nicola viene eletto Capo provvi­sorio della Repubblica Italiana.
12 luglio: si forma il secondo ministero De Gasperi formato da 4 partiti (Democrazia cristiana, Partito co­munista, Partito repubblicano, Partito socialista).
29 luglio: si apre a Parigi la Conferenza della Pace alla quale l’Italia verrà ammessa solo per conoscere le decisioni delle grandi potenze, senza alcuna possibilità di negoziare (“diktat”).
5 settembre: accordo italo-austriaco per la concessione di garanzie alla minoranza tedesca dell’Alto Adige (Ac­cordo De Gasperi-Gruber).
26 ottobre: i partiti socialista e comunista firmano il patto di unità d’azione.
7 novembre: l’on. Togliatti propone la cessione di Gori­zia alla Iugoslavia contro il riconoscimento all’Italia del diritto di Trieste. Il progetto viene respinto dal Governo italiano.

194710 gennaio; il Partito socialista si spezza in due tronconi, uno filo democratico capeggiato dall’on. Saragat, l’altro filocomunista capeggiato dall’on. Nenni.
31 gennaio: formazione del terzo ministero De Gasperi (tripartito, con Democrazia cristiana. Partito comunista e Partito socialista nenniano).
10 febbraio: viene firmato a Parigi il trattato di pace. L’Italia perde la Venezia Giulia e Zara cedute alla Iu­goslavia, Briga e Tenda cedute alla Francia, le colonie prefasciste (Libia, Somalia, Eritrea) su cui i vincitori si riservano di deliberare, il Dodecaneso ceduto alla Grecia. Inoltre l’Italia deve sopportare il peso di onerose ripara­zioni e pesanti limitazioni al suo armamento ed alle sue difese.
20 marzo: con l’arrivo del “ Toscana “ a Venezia termina l’esodo da Pola della popolazione italiana, che aveva ini­ziato ad abbandonare la città nel dicembre 1945.
25 marzo: l’Assemblea Costituente delibera il mante­nimento del Concordato del 1929 come parte integrante della Costituzione italiana.
30 maggio: viene formato il quarto ministero De Ga­speri (monocolore con alcuni tecnici).
31 luglio: la Costituente ratifica il trattato di pace con gli Alleati.
15 settembre: gli Inglesi lasciano Pola, ove entrano le truppe iugoslave, e Gorizia ove entrano gli Italiani.
12 ottobre: Briga e Tenda votano l’annessione alla Francia.
22 dicembre: viene terminata dall’Assemblea Costituente la redazione della nuova Costituzione.
27 dicembre: il presidente De Nicola promulga la nuova Costituzione.
28 dicembre: muore ad Alessandria d’Egitto l’ex re Vittorio Emanuele III.

1948!° gennaio: entra in vigore la nuova Costitu­zione. L’Italia diventa una repubblica parlamentare bi­camerale pluripartitica in cui le Camere sono elette a suffragio universale con voto anche alle donne.
2 gennaio: l’Italia aderisce al Piano Marshall lanciato dagli Stati Uniti per ricostruire l’economia dei paesi europei rovinati dalla guerra.
31 gennaio: viene abolita la pena di morte salvo che per alcuni reati commessi in tempo di guerra.
25 febbraio: vengono promulgati gli statuti speciali per la regione sarda, per la Val d’Aosta e per la regione Trentino-Alto Adige.
20 marzo: la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti dichiarano d’essere favorevoli alla restituzione di Trieste e del suo territorio all’Italia.
16 aprile: viene firmato un accordo tra le potenze ade­renti al Piano Marshall per precisare la funzionalità e le attribuzioni dell’Organizzazione della cooperazione eco­nomica europea (OECE).
18 aprile: le prime elezioni effettuate per la nomina dei senatori e dei deputati della Repubblica Italiana ve­dono una grande vittoria del partito della Democrazia Cristiana.
11 maggio: Luigi Einaudi viene eletto Presidente della Repubblica.
23 maggio: formazione del quinto ministero De Gasperi (quadripartito costituito da Democrazia cristiana. Partito liberale, Partito repubblicano e Partito socialista di Saragat).
14 luglio: violente agitazioni sconvolgono l’Italia an­che nei giorni seguenti in seguito ad un attentato com­piuto contro il leader comunista Togliatti che viene se­riamente ferito.
28 settembre: è costituita, con sede in Genova, la so­cietà metallurgica Cornigliano.

19494 marzo: l’Italia viene invitata ad aderire ad una lega di stati posti sulle due rive dell’Atlantico in funzione anti-russa (Patto Atlantico).
18 marzo: il Parlamento vota l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico.
4 aprile: viene firmato il Patto Atlantico.
5 maggio: viene firmato a Londra lo statuto del Con­siglio d’Europa (OECE).
2 dicembre: l’ONU accorda all’Italia il mandato fidu­ciario sulla Somalia per 10 anni.

1950 — 26 gennaio: formazione del sesto ministero De Gasperi (tripartito con Democrazia cristiana, Partito re­pubblicano e Partito socialista di Saragat).
1° aprile: ha inizio l’amministrazione fiduciaria italiana in Somalia.
16 settembre: entra in vigore la legge per la Cassa del Mezzogiorno promulgata il 10 agosto ed avente lo scopo di finanziare opere pubbliche dirette al progresso econo­mico e sociale dell’Italia meridionale.

195118 aprile: viene firmato a Parigi il trattato per la creazione dell’Alta autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) di cui l’Italia è membro.
5 luglio: viene promulgata la legge dell’ 11 gennaio 1951 che riforma completamente il sistema tributario vigente ed istituisce la dichiarazione dei redditi da parte del cittadino (la cosiddetta Vanoni).
26 luglio: formazione del settimo ministero De Gasperi (bicolore, con Democrazia Cristiana e Partito repubbli­cano).
26 settembre: i governi francese, inglese ed americano dichiarano d’esser pronti ad accogliere un’eventuale ri­chiesta del Governo italiano di eliminare quelle clau­sole del trattato di pace che limitano la capacità italiana di difesa.
27 settembre: l’Italia riprende normali rapporti diplo­matici col Giappone.
22 ottobre: la Grecia e la Turchia, attraverso la loro adesione alla NATO, divengono alleate dell’Italia.
8 dicembre: il governo italiano chiede ai firmatari del trattato di pace di Parigi la soppressione delle clausole discriminatorie.

195225 luglio: entra in vigore il trattato istitutivo della CECA.
22 novembre: muore a Napoli il filosofo, critico e sto­rico Benedetto Croce.
2 dicembre; muore a Roma a 92 anni V. E. Orlando, il Presidente della Vittoria del 1918.

195310 febbraio: si costituisce, con sede in Roma, l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).
7 giugno: le elezioni per il rinnovo della Camera e del Senato vedono la vittoria della Democrazia Cristiana e dei partiti ad essa collegati senza ch’essi ottengano però la maggioranza assoluta e senza quindi che scatti il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale vigente, che gli avversari hanno battezzato « legge truffa ».
15 luglio: formazione dell’ottavo ministero De Gasperi che viene rovesciato dalle Camere pochi giorni dopo.
16 agosto: dopo lunga crisi viene formato un ministero d’affari sotto la presidenza dell’on.   Giuseppe Pella.
8 ottobre: i governi inglese ed americano propongono una nuova soluzione della questione di Trieste basata sulla cessione della Zona A all’Italia e sul mantenimento di quella B alla Iugoslavia.
4 novembre: violente dimostrazioni in favore dell’unione coll’Italia vengono duramente represse a Trieste dalla polizia alleata.

19543 gennaio: ha inizio il servizio regolare di tra­smissioni televisive.
18 gennaio: formazione del primo ministero dell’on. Amintore Fanfani.
10 febbraio: formazione del ministero dell’on. Mario Scelba (quadripartito).
31 luglio: la spedizione guidata dal prof. Ardito Desio raggiunge la vetta del K2 (8611 m.) nel gruppo del Karakorum.
19 agosto: muore in Valsugana l’insigne statista Alcide De Gasperì.
5 ottobre: viene firmato a Londra un accordo perlaspartizione del territorio libero di Trieste sulla base delle proposte dell’ 8 ottobre 1953. Lievi rettifiche di terri­torio vengono compiute nella stessa occasione.
23 ottobre: la Repubblica Federale Tedesca entra nella NATO e diviene pertanto alleata dell’Italia.
26 ottobre: le truppe italiane entrano in Trieste ove pertanto termina il funzionamento del Governo militare alleato.

195529 aprile: il presidente della Camera dei De­putati, Giovanni Gronchi, viene eletto Presidente della Repubblica.
6 luglio: formazione del primo ministero dell’on. An­tonio Segni.
6 ottobre: viene costituita, con sede in Milano, la società M.M. – Metropolitana Milanese.
15 dicembre: l’Italia viene ammessa all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

195623 aprile: inizia i suoi lavori la Corte Costitu­zionale il cui funzionamento era stato sino ad allora inceppato dal mancato accordo tra i partiti per l’ele­zione dei membri la cui designazione è dalla Costitu­zione affidata per un terzo al Parlamento.

195729 maggio: formazione del ministero dell’on. Adone Zoli.

195825 maggio: le elezioni per il rinnovo della Ca­mera e del Senato vedono la rinnovata vittoria parziale della Democrazia Cristiana.
1° luglio: formazione del secondo ministero Fanfani.
10 ottobre: muore Papa Pio XII.
28 ottobre: il Conclave elegge Pontefice il Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli che assume il nome di Gio­vanni XXIII.
8 dicembre: viene inaugurato il tratto Milano-Piacenza dell’autostrada Milano-Napoli (Autostrada del Sole).

19599 febbraio: viene inaugurato l’elettrosincrotrone di Frascati.
15 febbraio: formazione del secondo ministero Segni.
13 aprile: inaugurazione del reattore nucleare di Ispra, sul Lago Maggiore.
14 giugno: l’Autostrada del Sole viene aperta al traf­fico sino a Modena. Nel mese successivo verrà aperta sino a Bologna.
28 novembre: inaugurazione della centrale elettronucleare sperimentale di Saluggia.

1960 — 27 gennaio: viene inaugurata l’autostrada Savona-Ceva, primo tratto della costruenda autostrada Savona-Torino.
25 marzo: formazione del ministero Tambroni.
25 giugno: inaugurazione dell’autostrada Binasco-Tortona.
1° luglio: cessa l’amministrazione fiduciaria italiana in Somalia che diventa pertanto completamente indi­pendente.
16 luglio: viene aperta al traffico l’autostrada Brescia-Verona.
17 luglio: viene aperta al traffico l’autostrada Torino-Ivrea.
27 luglio: formazione del terzo ministero Fanfani.
25 agosto-11 settembre: si svolge a Roma la XVII Olim­piade moderna.
27 ottobre: l’ONU respinge il ricorso austriaco ten­dente a far concedere la piena autonomia. all’Alto Adige ed invita i governi di Roma e di Vienna ad intavolare trattative dirette sulla base dell’accordo De Gasperi-Gruber.
27 novembre: si inaugura il tronco Bologna-Firenze dell’Autostrada del Sole.

                                                                                  (FINE)

Cento anni di storia

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NOTE CRONOLOGICHE DI VITA ITALIANA
(segue dalla terza parte)

(quarta parte – 1931-1945)

 193124 gennaio: viene occupata, nel deserto libico, l’oasi di Cufra.
19 marzo-2 settembre: il conflitto tra governo fascista e Santa Sede per l’educazione della gioventù viene risolto con un compromesso che riconosce la forma diocesana dell’Azione Cattolica.
16 maggio: l’Italia dopo una serie di conferenze a Ginevra si oppone al progetto di unione doganale austro-tedesca (Zollunion).
1° luglio: entra in vigore il nuovo Codice penale (Co­dice Rocco) che ripristina la pena di morte anche per alcuni reati comuni, pena abolita nel 1889.
20 agosto: l’autostrada Milano-Bergamo viene prolun­gata fino a Brescia.

19326 agosto: inaugurazione ufficiosa dell’autostrada Firenze- Montecatini.
28 ottobre: inaugurazione dell’autostrada Torino-Milano.
11 dicembre: l’Italia aderisce all’accordo di Ginevra contro l’uso della forza per la soluzione della controver­sie internazionali.
18 dicembre: viene inaugurata la nuova città di Lit­toria, sorta nel cuore dì una zona prosciugata delle Pa­ludi Pontine.

1933 — 23 gennaio: è costituito, con sede a Roma, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (I.R.I.).
18 marzo: muore il Duca degli Abruzzi, esploratore insigne.
1° luglio: le squadriglie di idrovolanti al comando di Italo Balbo iniziano la trasvolata dell’Atlantico setten­trionale, concludendola felicemente.
15 luglio: viene firmato il Patto a Quattro (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania) che affida praticamente la soluzione delle questioni internazionali alto quattro potenze. L’accordo non entrò mai in vigore per l’opposizione della Francia e della Piccola Intesa.
16 agosto: il transatlantico « Rex » conquista il Nastro Azzurro impiegando nella traversata atlantica 4 giorni 13 ore e 50 minuti.
28 ottobre: inaugurazione delle autostrade Mestre-Padova e Lucca-Viareggio.

193421 aprile: inaugurazione della direttissima Bologna-Firenze, ardita ferrovia che abbrevia enormemente la distanza tra le due città.
5 maggio: viene sciolta la Concentrazione antifascista all’estero ed il movimento « Giustizia e Libertà » riprende la propria libertà d’azione.
26 luglio: in seguito all’assassinio del Cancelliere austriaco Dollfuss l’Italia mobilita al Brennero alcune divisioni per impedire l’Anschluss dell’Austria con la Germania.
5 dicembre: a Ual-Ual (Ogaden) scontro armato fra soldati abissini e truppe coloniali italiane. Detto scontro segue ad una serie di incidenti di frontiera che hanno reso tesa la situazione tra i due paesi.

19357 gennaio: accordo italo-francese concluso a Roma. Con esso la Francia cede all’Italia una breve stri­scia di territorio alla frontiera con l’Eritrea e una vasta zona del Fezzan. Tale accordo consacra il fronte unico contro la Germania nazista.
11-14 aprile: al convegno italo-franco-britannico di Stresa si costituisce un fronte unico per tenere a bada le pericolose iniziative di Hitler che nel mese precedente ha riarmato contro le disposizioni del trattato di Versailles.
11 giugno: si costituisce, con sede in Roma, la Genepesca – Compagnia Generale della Grande Pesca.
24-25 giugno: fallisce un tentativo inglese di risolvere il conflitto italo-etiopico (viaggio di Eden a Roma).
3 settembre: fallisce un altro tentativo di risolvere l’in­cidente di Ual-Ual (arbitrato Politis).
3 ottobre: le truppe italiane passano il confine ed attac­cano l’Etiopia.
5-15 ottobre: cadono nelle mani italiane Adigrat, Adua ed Azum.
28 ottobre: inaugurazione della camionabile Serravalle-Genova.
2 novembre: la Società delle Nazioni decreta le sanzioni economiche contro l’Italia dal giorno 18 novembre per punirla dell’aggressione contro l’Etiopia.
8 novembre: gli Italiani occupano Macallé.
18 dicembre: grande manifestazione di solidarietà degli Italiani per resistere alle sanzioni     (“ giornata della fede “). Lo stesso giorno fallisce per l’intransigenza delle parti un tentativo Laval-Hoare di risolvere il conflitto median­te una serie di parziali concessioni all’Italia.

193612-14 gennaio: attacco italiano dal fronte sud; vittoria presso il Canale Doria.
20 gennaio: Graziani occupa Neghelli.
20-23 gennaio: il Maresciallo Badoglio batte gli Abis­sini che tentavano una manovra aggirante sulla destra italiana (prima battaglia del Tembien).
11-15 febbraio: vittoria italiana nella battaglia del­l’Amba Aradam.
27 febbraio-1° marzo: seconda battaglia del Tembien e nuova vittoria italiana.
29 febbraio-2 marzo: vittoria nella battaglia dello Sci­ré: tutto il Tigré è ormai nelle mani degli Italiani.
31 marzo: la guardia imperiale etiopica viene battuta nella battaglia del Lago Ascianghi. La strada per Addis Abeba è aperta.
1° aprile: una colonna italiana (Starace) raggiunge Gondar.
12-24 aprile: la predetta colonna raggiunge le sponde settentrionali e meridionali del lago Tana.
15 aprile: sul fronte nord viene occupata Dessié.
30 aprile-1° maggio: le forze del fronte sud raggiun­gono Sàssabaneh e Dagabhur.
5 maggio: Badoglio entra in Addis Abeba.
8 maggio: Graziani occupa Harar.
9 maggio: viene proclamato l’Impero italiano d’Etiopia:Vittorio Émanuele III ne diviene imperatore.
20 maggio: la colonna Starace occupa Debra Marcos.
4 luglio: la Società delle Nazioni delibera di togliere a partire dal 15 luglio le sanzioni economiche all’Italia.
18 dicembre: inaugurazione della nuova città di Pontinia.
22 dicembre: sbarca a Cadice il primo contingente ita­liano inviato in soccorso del Generale Franco.

19372 gennaio: viene firmato a Roma un accordo con l’Inghilterra per risolvere gli strascichi del conflitto con l’Etiopia (gentlemen’s agreement).
8 febbraio: il corpo italiano in Spagna occupa Màlaga.
19 marzo: il corpo italiano in Spagna viene battuto a Guadalajara dalle truppe italiane antifasciste che combat­tono per il governo repubblicano spagnolo.
25 marzo: un accordo italo-iugoslavo crea un’atmo­sfera amichevole tra i due paesi.
27 marzo: muore a Roma in cattività Antonio Granisci, leader dei comunisti italiani e scrittore e pensatore di rilievo.
9 giugno: a Bagnoles-sur-Orne viene assassinato Carlo Rosselli, fondatore del movimento   « Giustizia e Libertà » ad opera di fascisti francesi, pare su mandato dall’Italia. La direzione del movimento viene assunta da Emilio Lussu.
20 luglio: muore a Roma lo scienziato di fama mondiale Guglielmo Marconi, Premio Nobel della fisica per il 1909.
25 agosto: i legionari italiani conquistano Santander.
25-29 settembre: grandiose accoglienze delle autorità , hitleriane a Mussolinì. Questo viaggio getta i semi della futura alleanza tra l’Italia e la Germania.
29 ottobre: inaugurazione di Aprilia, nuova città del Lazio.
6 novembre: l’Italia aderisce al Patto anticomunista nippo-germanico del 25 novembre 1936 («Patto Anti-komintern »).
11 dicembre: l’Italia dà il preannunzio della sua uscita dalla Società delle Nazioni che diverrà effettiva dopo due anni.

19381° marzo: muore a Gardone il poeta e patriota G. D’Annunzio.
16 aprile: nuovo accordo italo-britannico per il ri­spetto dei reciproci interessi nel Mediterraneo e nel Mar Rosso («Accordo di Pentecoste»).
25 aprile: inaugurazione della nuova città laziale di Pomezia.
3-8 maggio: Hitler viene solennemente accolto a Roma dalle autorità fasciste. Il Papa si ritira a Castel Gandolfo per non ricevere l’ospite indesiderato.
14 luglio: viene pubblicato un manifesto per la difesa della razza italiana a carattere antiebraico preludio alle future e prossime persecuzioni.
1°-2 settembre: viene varata una serie di leggi contro gli Ebrei stranieri stabilitisi in Italia dopo il 1919 e contro la presenza degli Ebrei italiani nella scuola e negli enti culturali.
29-30 settembre: con la mediazione di Mussolini viene risolto a Monaco in un incontro a quattro il problema dei Sudeti spogliando la Cecoslovacchia. Lo scoppio della guerra viene evitato per questa volta.
25 ottobre: la Libia viene dichiarata parte integrante del territorio nazionale.
2 novembre: Italia e Germania impongono alla Ceco­slovacchia una nuova mutilazione a favore dell’Ungheria (primo arbitrato di Vienna).
10 novembre: nuovi gravi provvedimenti antiebraici in base ai quali gli Israeliti vengono praticamente esclusi dalla vita della nazione.
12 dicembre: viene approvato il 1° libro del nuovo codice civile che contiene le nuove concezioni fasciste corporative e razziali. Esso entra in vigore il 1° gen­naio dell’anno seguente.
17 dicembre: il Governo italiano accentua la sua politica antifrancese denunciando gli accordi del 7 gennaio 1935.

193919 gennaio: viene soppressa la Camera dei De­putati e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Cor­porazioni i cui membri sono nominati direttamente dal potere esecutivo.
26 gennaio: i legionari italiani in Spagna entrano con le truppe del Generale Franco in Barcellona.
10 febbraio: muore Papa Pio XI.
2 marzo: viene eletto Papa il Cardinale E. Pacelli che assume il nome di Pio XII.
23 marzo: viene inaugurata la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
7 aprile: le truppe italiane sbarcano in Albaniae neiniziano l’occupazione.
16 aprile: Vittorio Emanuele III accetta la corona reale d’Albania offertagli il 14 da un’Assemblea Costi­tuente radunata a Tirana.
22 maggio: viene firmato a Berlino un trattato d al­leanza offensivo e difensivo con la Germania (« Patto di acciaio »).
1° settembre: scoppia la seconda guerra mondiale con l’aggressione tedesca alla Polonia. L’Italia proclama la non-belligeranza.
8 settembre: viene compiuto l’acquedotto pugliese, frutto di molti anni di intenso lavoro.
20 ottobre: accordo italo-germanico in base al quale ai Tedeschi dell’Alto Adige è concesso di optare per la na­zionalità germanica.

194010 giugno: l’Italia dichiara guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna.
21-24 giugno: l’offensiva italiana sul fronte francese porta all’occupazione di Mentone e di una striscia di territorio lungo le Alpi.
21 giugno: la Francia, completamente invasa dai Te­deschi ed insufficientemente soccorsa dagli Inglesi, chiede l’armistizio che viene firmato, con l’Italia, a Villa Incisa (Roma).
4 luglio-9 agosto: le forze italiane dell’Africa Orientale passano all’offensiva e occupano Cassala, Gallabat, Zeila e tutta la Somalia Britannica.
9 luglio: scontro navale con gli Inglesi a Capo Stilo; esito incerto.
19 luglio: scontro navale a Capo Spada con esito favo­revole alle navi italiane.
30 agosto: Italia e Germania impongono alla Romania la cessione all’Ungheria di una parte della Transilvania (secondo arbitrato di Vienna).
12-16 settembre: avanzata italiana in Africa setten­trionale con occupazione di Sidi-el-Barrani.
28 ottobre: attacco italiano alla Grecia.
1° novembre: inizia la controffensiva greca su tutto il fronte che ha come conseguenza la perdita di Coriza e Argirocastro.
11 novembre: vittorioso attacco aereo inglese alla base navale di Taranto.
26 novembre: scontro navale a Capo Teulada con navi inglesi che riesce favorevole agli Italiani.
9 dicembre: inizia l’offensiva inglese contro la Cire­naica condotta dal Gen. Wavell; le forze italiane a Sidi-el-Barrani sono travolte.

19415 gennaio-7 febbraio: cadono successivamente nelle mani degli Inglesi Bardia, Tobruk, Bengasi e Agedabia.
20 gennaio: inizio dell’offensiva inglese contro la Co­lonia Eritrea.
22 gennaio: inizio dell’offensiva britannica contro la Somalia Italiana.
5-19 febbraio: violento attacco inglese a Cheren respinto dalle forze italiane.
14-27 febbraio: gli Inglesi occupata Chisimaio avan­zano in Somalia sino a Mogadiscio.
1° marzo: gli Inglesi occupano Cufra.
7-16 marzo: offensiva greca sul fronte albanese conte­nuta e ributtata dalle forze italiane.
14 marzo: mentre gli Inglesi prendono Giarabub gli Italiani attaccano e riprendono Agedabia.
15-27 marzo: gli Inglesi attaccano e prendono Cheren.
26 marzo: mezzi leggeri navali italiani violano la base di Suda (Creta).
27-30 marzo: combattimento navale a Gaudo e Matapan con le forze inglesi che hanno il sopravvento.
1°-6 aprile: continua l’avanzata inglese in Africa Ortentale con la conquista di Asmara e di Addis Abeba.
4 aprile: riconquista italiana di Bengasi.
7 aprile: l’Italia dichiara guerra alla Iugoslavia.
8 aprile: conquista inglese di Massaua.
9 aprile: riconquista italiana di Derna.
11 aprile: conquista italiana di Lubiana.
13-15 aprile: con la rioccupazione di Bardia e di Sollum tutta la Cirenaica è ripresa salvo Tobruk ove una forte guarnigione inglese resiste a tutti gli attacchi.
15-17 aprile: avanzata italiana in Dalmazia ove sono prese Sebenico, Spalato e Ragusa.
18 aprile: firma dell’armistizio con la Iugoslavia.
23 aprile: la Grecia firma l’armistizio con l’Italia e con la Germania.
26 aprile: conquista inglese di Hàrar.
7 maggio: viene firmato un trattato con la Croazia in base al quale l’Italia annette parte della Dalmazia (Se­benico e Spalato oltre Cattaro) e della Slovenia (Lubiana).
17 maggio: la resistenza sull’Amba Alagi delle truppe italiane capitanate dal Vicerè d’Etiopia ha fine.
18 maggio: viene offerta al Duca di Spoleto la Corona di Croazia. Egli l’accetta ma non ne prenderà mai pos­sesso.
22 giugno: l’Italia dichiara guerra alla Russia Sovietica.
26 giugno: un corpo italiano (CSIR) parte per il fronte russo.
4 luglio: il Galla-Sidamo cade nelle mani delle truppe belghe.
25-26 luglio: mezzi d’assalto della marina italiana vio­lano la base di La Valletta.
20 settembre: altri mezzi d’assalto violano la base di Gibilterra.
2 novembre: le truppe del CSIR conquistano Gorlovka.
18-26 novembre: fallisce un attacco inglese controlaCirenaica.
27 novembre: gli Inglesi conquistano la regione dell’Amhara nell’Africa Orientale.
27 novembre-5 dicembre: un nuovo attacco inglese in Cirenaica è coronato da successo.
11 dicembre: dichiarazione di guerra agli Stati Uniti.
17 dicembre: prima battaglia navale della Sirte terminata con un successo italiano.
21-25 dicembre: Derna e Bengasi vengono riprese dalle truppe inglesi.
25-31 dicembre: violento attacco russo respinto dalle truppe del CSIR.

1942 — 17 gennaio: Sollum occupata dalle forze inglesi.
23 gennaio-4 febbraio: la controffensiva italo-tedesca in Libia porta alla rioccupazione di Agedabia, Bengasi e tutto il territorio sino ad Ain el Gazala.
3 marzo: muore a Nairobi in prigionia Amedeo di Sa­voia Duca d’Aosta, ex Vicerè d’Etiopia.
22 marzo: nuovo successo italiano nella seconda bat­taglia della Sirte.
11 giugno; le forze italiane conquistano la posizione di Bir Acheim in Cirenaica.
12-16 pugno: vittoria aeronavale nel Mediterraneo delle forze italo-germaniche.
21 giugno: Tobruk s’arrende alle forze italo-tedesche.
30 giugno: l’offensiva italo-germanica in Egitto si ar­resta ad El Alamein.
9 luglio: le forze italiane sul fronte russo vengono au­mentate e costituiscono l’ARMIR.
20-24 agosto: l’ARMIR lotta con successo sul Don contro le forze russe.
30 agosto-3 settembre: fallisce un tentativo italo-tedesco di riprendere l’offensiva in Egitto puntando su Alessandria.
24 ottobre-4 novembre: inizia una grande offensiva sul fronte di El Alamein. Le truppe italo-tedesche vengono costrette al ripiegamento.
11-12 novembre: per reazione allo sbarco americano nel Marocco ed in Algeria le forze italiane occupano la Francia meridionale spingendosi verso il Rodano, la Corsica e la Tunisia.
16-20 novembre: gli Inglesi occupano Derna e Bengasi.
11 dicembre 1942-31 gennaio 1943: l’ARMIR viene travolto e distrutto da una grande offensiva russa.

194323 gennaio: gli Italiani sono costretti ad abban­donare Tripoli.
16 marzo-12 maggio: la testa di ponte in Tunisia viene a poco a poco logorata dagli incalzanti assalti anglo­americani e le forze italiane cadono prigioniere.
11 giugno: capitolazione di Pantelleria.
9 luglio: inizia lo sbarco anglo-americano in Sicilia. Cadono ben presto Siracusa ed Augusta.
22 luglio: occupazione anglo-americana di Palermo.
24-25 luglio: il Gran Consiglio del fascismo mette in minoranza Mussolini dopo una lunga drammatica seduta. Nel pomeriggio il Re fa arrestare il Capo del Governo e lo fa deportare. Badoglio ne assume la successione.
27 luglio: il nuovo governo scioglie il partito fascista ed emana numerosi provvedimenti che annullano le più tipiche delle leggi fasciste, salvo quelle razziali.
6-17 agosto: con la conquista di Catania e Messina tutta la Sicilia è nelle mani delle forze anglo-americane.
Agosto: violenti bombardamenti sulle città italiane (Roma, Torino, Milano, Genova, Napoli, ecc.) creano la necessità di por fine al conflitto. Vengono effettuati contatti per concludere un armistizio ma il comando anglo-americano impone la resa incondizionata.
24 agosto: all’alba viene ucciso presso Fregene, in cir­costanze non del tutto chiarite,l’ex segretario del par­tito fascista Ettore Muti.
3 settembre: a Cassibile (Siracusa) viene firmato un ar­mistizio con le forze anglo-americane. Lo stesso giorno gli Inglesi sbarcano in Calabria.
8 settembre: viene diffusa la notizia dell’armistizio. Le forze armate italiane sono invitate a reagire contro eventuali attacchi tedeschi.
9 settembre: gli Americani sbarcano a Salerno, gli In­glesi a Taranto. La Croazia proclama l’annessione della Dalmazia, Zara compresa.
9-10 settembre: violenti combattimenti attorno a Roma tra forze italiane e tedesche. Il Re ed il Governo abban­donata la capitale arrivano a Brindisi che diventa tem­poraneamente la capitale dello Stato italiano.
9 settembre-4 ottobre: le truppe italiane cui si uniscono poi reparti francesi cacciano i Tedeschi dalla Corsica.
Settembre: i Tedeschi, per rappresaglia, durante il mese catturano centinaia di migliaia di soldati e ufficiali italiani e li deportano in Germania.
15 settembre: la Sardegna è ormai completamente sgom­bra di truppe tedesche.
22 settembre: occupazione inglese di Bari.
22-24 settembre: i Tedeschi massacrano gli Italiani difensori di Cefalonia.
23 settembre: si costituisce nell’Italia settentrionale e centrale un governo fascista repubblicano sotto la pre­sidenza di Mussolini, contrapposto a quello regio, con lo scopo di continuare la guerra a fianco dei Tedeschi.
28 settembre-1° ottobre: Napoli insorge contro i Tedeschi e li caccia dopo quattro giorni di lotta.
29 settembre: a Malta Badoglio firma la resa Incondi­zionata (“ lungo armistizio “).
1° ottobre: i Tedeschi sottopongono al loro diretto con­trollo Trieste, Fiume, Lubiana, Gorizia, l’Istria ed il Friuli.
2 ottobre: gli Americani entrano in Napoli.
13 ottobre: il Governo italiano del Sud dichiara guerra alla Germania.
Ottobre: si inizia in tutta l’Italia la formazione di bande partigiane con lo scopo di condurre una lotta senza quartiere contro le truppe di occupazione tedesche.
14 novembre: in un convegno tenuto a Verona i neo­fascisti elaborano il loro programma d’azione politica, economica, sociale, militare. Il programma finirà col restare per motivi contingenti lettera morta.
8-16 dicembre: le prime unità del ricostituito esercito italiano si battono contro i Tedeschi a Monte Lungo, nella zona di Cassino.

19448-11 gennaio: vengono condannati a morte in un sommario processo tenuto a Verona tutti i gerarchi fascisti che hanno votato contro Mussolini il 25 luglio. La condanna resta inefficace per la maggior parte dei condannati, perché contumaci; cinque vengono fucilati: sono tra loro il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, ed il quadrumviro Maresciallo d’Italia De Bono.
20 gennaio: il Governo italiano emana un decreto che abolisce le leggi razziali e restituisce a chi ne era stato privato i diritti civili e politici.
22 gennaio: sbarco anglo-americano ad Anzio.
28-29 gennaio: congresso a Bari dei Comitati di Libe­razione Nazionale i quali chiedono l’abdicazione di Vit­torio Emanuele III.
14 marzo: il Governo italiano del Sud e quello del­l’Unione Sovietica stabiliscono rapporti diplomatici.
24 marzo: i Tedeschi per rappresaglia ad un attentato compiuto il giorno innanzi contro una loro colonna tru­cidano alle Fosse Ardeatine (Roma) 335 prigionieri.
7 aprile: Treviso viene pressoché distrutta da un ter­ribile bombardamento americano.
12 aprile: Vittorio Emanuele III dinanzi alla crescente ostilità che i partiti politici manifestano contro la sua persona annuncia che cederà la Luogotenenza del Regno, appena Roma verrà liberata, al figlio Umberto Principe di Piemonte.
15 aprile: viene ucciso a Firenze in un attentato il filo­sofo Giovanni Gentile, presidente dell’Accademia d’Italia.
21 aprile: Badoglio costituisce un ministero rappre­sentativo delle forze politiche italiane e cioè dei Comi­tati di Liberazione Nazionale, il primo dopo la soppres­sione dei partiti politici effettuata nel 1925.
22 maggio: il governo fascista del Nord fa fucilare gli ammiragli Campioni e Mascherpa per aver obbedito agli ordini del Governo di Roma nel settembre 1943 ed aver ceduto agli Inglesi alcune isole dell’Egeo.
4 giugno:, le truppe americane entrano in Roma.
5 giugno: il Principe Umberto assume la Luogote­nenza Generale del Regno.
18 giugno: primo ministero del regime luogotenenziale, presieduto da Ivanoe Bonomi.
30 giugno-19 luglio: avanzata inglese sul fronte adriatico da Pescara ad Ancona.
Giugno-luglio: in numerose zone montane (Valsesia, Valli di Lanzo, Maira e Varaita, Langhe, Val d’Ossola, ecc.) si costituiscono zone di territorio libero da Tedeschi e fascisti in cui la suprema autorità di governo è nelle mani dei Comitati di Liberazione Nazionale.
6-20 agosto: le truppe americane entrano in Firenze.
12 agosto: SS tedesche trucidano gli abitanti di Santa Anna di Stazzema (Alpi Apuane).
25 agosto-26 ottobre: le forze anglo-americane attac­cano la linea difensiva apprestata dai Tedeschi a prote­zione dell’Italia settentrionale (Linea gotica), tra Pisa e Rimini. Dal 29 agosto al 21 settembre vengono occupate Fano, Urbino, Pesaro, Pisa, Lucca, Pistoia, Rimini.
9 settembre-fine ottobre: si costituisce in Val d’Ossola ed in Val Cannobina una giunta provvisoria di governo che estende la sua autorità su quelle zone sino al mo­mento in cui una violenta controffensiva tedesco-fascista obbligherà i partigiani a riparare in Svizzera.
28 settembre: viene soppressa l’Accademia d’Italia.
28-30 settembre: i Tedeschi fanno strage degli abitanti di Marzabotto (Bologna).
19 ottobre: il Governo italiano del Sud emana nuove norme per cancellare completamente gli effetti giuridici delle leggi razziali.
30 ottobre: Zara viene occupata dalle forze iugoslave.
5-17 dicembre: le forze britanniche entrano in Ravenna e Faenza. Il fronte si stabilisce sulla linea del Senio per tutto il corso dell’inverno.
7 dicembre: il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) viene riconosciuto dal Governo italiano quale suo rappresentante nelle regioni controllate dalla repubblica fascista. Nel tempo stesso stringe un accordo di collaborazione col Comando supremo anglo-americano. 12 dicembre: secondo ministero Bonomi.

1945febbraio-marzo: il governo della repubblica so­ciale italiana socializza alcune grosse industrie nel ter­ritorio da esso controllato.
5 aprile: la città di Littoria viene ribattezzata Latina.
5-9 aprile: riprende l’offensiva anglo-americana su tutto il fronte italiano.
21-24 aprile: riprende l’avanzata anglo-americana su tutto il fronte: vengono occupate Bologna, Ferrara, La Spezia, Modena.
25 aprile: in Liguria, Lombardia e Piemonte scoppia l’insurrezione contro le forze tedesche ed il governo fa­scista. Il CLNAI assume il potere in tutti i territori li­berati.
27 aprile: l’insurrezione generale si estende a tutto il Veneto.
28 aprile: Mussolini ed un numeroso gruppo di gerarchi fascisti vengono fucilati sul lago di Como (Dongo) dai partigiani. Lo stesso giorno gli Anglo-Americani en­trano a Verona, Genova, Piacenza e Brescia.
29 aprile: i Tedeschi a Caserta firmano l’atto diresaalle forze anglo-americane.
30 aprile: a Milano, Torino e Venezia, già liberate dall’insurrezione popolare, entrano le truppe anglo­americane. Lo stesso giorno Trieste insorge contro i Tedeschi.
1° maggio: le forze iugoslave di Tito entrano a Trieste ed a Gorizia.
2 maggio: entra in vigore l’armistizio firmato con i Tedeschi. Gli Anglo-Americani entrano in Trento, Belluno, Udine, Gorizia.
3 maggio: le forze britanniche entrano in Trieste, quelle iugoslave a Fiume.
3 maggio-12 giugno: Trieste viene sottoposta alla domi­nazione del Comando militare iugoslavo.
31 maggio-3 giugno: per deliberazione dello Stato mag­giore anglo-americano e dei sei partiti dell’esarchia (De­mocrazia cristiana, Democrazia del lavoro, Partito comu­nista, Partito d’Azione, Partito liberale, Partito socialista) il CLNAI assume funzioni puramente consultive.
12 giugno: in seguito alla creazione della linea di de­marcazione tra forze anglo-americane e forze iugoslave (Linea Morgan) Trieste viene evacuata dalle truppe iugoslave. Anche Pola viene occupata dalle truppe inglesi che prendono il posto di quelle iugoslave.
21 giugno: viene costituito il primo ministero del dopo­guerra sotto la presidenza dell’on. Ferruccio Parri.
14 luglio: l’Italia dichiara la guerra al Giappone.
29 agosto: viene approvato dal Consiglio del Ministri l’elenco dei componenti la Consulta Nazionale.
25 settembre: la Consulta Nazionale inizia i suoi lavori a Roma sotto la presidenza del conte Sforza.
10 dicembre: viene formato il secondo ministero del­l’esarchia sotto la presidenza dell’on. Alcide De Gasperi.

(segue 1946-1960)

 

 

 

Cento anni di storia

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NOTE CRONOLOGICHE DI VITA ITALIANA
(segue dalla seconda parte)

(terza parte – 1915-1930)

 191513 gennaio: un violentissimo terremoto distrug­ge molte località della Marsica.
26 aprile: viene firmato a Londra il Patto con cui l’Italia s’impegna ad entrare in guerra contro gli Im­peri centrali entro un mese in cambio di acquisti terri­toriali nel Trentino, sull’Isonzo, a Trieste, nell’Istria, in Dalmazia, in Asia Minore e in Africa.
3 maggio: il Governo italiano denuncia il trattato della Triplice Alleanza.
5 maggio: viene inaugurato a Quarto un monumento commemorativo della spedizione dei Mille. La cerimonia si tramuta in una grande manifestazione interventista contro l’Austria-Ungheria.
23 maggio: l’Italia entra in guerra con l’Austria-Ungheria.
24-25 maggio: l’esercito italiano occupa una serie di posizioni importantissime sul fronte del Trentino (To­nale, Ponte Caffaro, Monte Corno, Monte Toppiano, Monte Pasubio, Monte Altissimo, Coni Zugna, Col Santo ecc.) e dell’Isonzo (Caporetto, Cormons, Cervignano).
9 giugno: viene occupata Monfalcone.
23 giugno-7 luglio: prima battaglia dell’Isonzo. Si com­batte sul Sabotino, sul Podgora, sul Carso. Vengono ot­tenuti scarsi vantaggi territoriali.
18 luglio-3 agosto: seconda battaglia dell’Isonzo. Viene conquistato l’altipiano di Doberdò.
21 agosto: l’Italia dichiara la guerra alla Turchia.
18 ottobre-4 novembre: terza battaglia dell’Isonzo; vio­lenti combattimenti di logoramento a Plava, sul Carso, sul Sabotino e sul Podgora.
19 ottobre: l’Italia dichiara la guerra alla Bulgaria.
10 novembre-2 dicembre: quarta battaglia dell’Isonzo; nuova battaglia di logoramento priva di vantaggi terri­toriali.
30 novembre: l’Italia aderisce al Patto di Londra anglo-franco-russo del 5 settembre 1914 impegnandosi a non stipulare pace separata con i comuni nemici.

191611-29 marzo: quinta battaglia dell’Isonzo.
15 maggio-17 giugno: gli Austriaci scatenano una vio­lenta offensiva nella zona di Asiago e sull’altopiano dei 7 Comuni, offensiva contenuta e respinta dagli Italiani.
18 giugno: ministero di Paolo Boselli.
12 luglio: viene impiccato a Trento Cesare Battisti.
4-17 agosto: sesta battaglia dell’Isonzo. L’attacco italiano viene coronato da successo e Gorizia viene liberata il 9 agosto.
27 agosto: l’Italia dichiara la guerra alla Germania.
14-17 settembre: settima battaglia dell’Isonzo.
9-12 ottobre: ottava battaglia dell’Isonzo.
31 ottobre-4 novembre: nona battaglia dell’Isonzo.

191720 aprile: incontro di S. Giovanni di Moriana. Gli Anglo-Francesi riconoscono all’Italia il possesso ed il controllo di buona parte dell’Asia Minore.
12 maggio-4 giugno: decima battaglia dell’Isonzo.
10-26 giugno: conquista da parte delle truppe italiano del massiccio dell’Ortigara.
18 luglio: viene costituita, con sede in Milano, la socie­tà Snia Viscosa.
15 agosto: appello del Papa per la fine della guerra.
17 agosto-12 settembre: undicesima battaglia dell’Isonzo o battaglia della Bainsizza: l’esercito austriaco viene logorato dalla poderosa offensiva del Generale Cadorna.
24 ottobre-9 novembre: dodicesima battaglia dell’Isonzo o di Caporetto: l’esercito austro-tedesco travolge le forze Italiane e le rigetta sulla linea degli Altipiani e del Piave.
29 ottobre: ministero di Vittorio Emanuele Orlando.
19-26 novembre: battaglia sugli Altipiani e sul Piave; i tentativi austriaci di avanzare vengono tutti respinti.
4-26 dicembre: nuovo successo italiano contro i tentativi austriaci di riprendere l’avanzata nel Veneto.

1918 — 3 febbraio: è costituita, con sede in Milano, l’Alfa Romeo, col nome “Ing. Nicola Romeo e C.”.
15-24 giugno: battaglia del Piave: il disperato tenta­tivo austriaco di spazzare via le forze italiane si infran­ge contro la vittoriosa controffensiva delle nostre truppe.
9 agosto: volo di D’Annunzio su Vienna.
24 ottobre-3 novembre: battaglia di Vittorio Veneto: l’esercito austriaco viene distrutto.
Ottobre 1918-primavera 1919: si abbatte sull’Italia un’epidemia di influenza che miete centinaia di migliaia di vittime (febbre spagnola).
3 novembre: gli Austriaci firmano l’armistizio di Villa Giusti (Padova). Vengono liberate Trento e Trieste.

191917 gennaio: i cattolici fondano il Partito popolare.
23 marzo: vengono fondati a Milano i « Fasci di Com­battimento », movimento tendenzialmente repubblicano diex combattenti.
19-25 aprile: vengono discusse alla Conferenza della Pace le rivendicazioni italiane
(“Settimana di passione”). La delegazione italiana abbandona le sedute in segno di protesta contro l’opposizione americana a concederci Fiume e rientra a Roma.
7 maggio: dinanzi alla minaccia degli Alleati di consi­derare decaduto il trattato di Londra la delegazione ita­liana rientra a Parigi.
23 giugno: primo ministero di Francesco Saverio Nitti.
28 giugno: l’Italia firma il trattato di Versailles che chiude la guerra contro la Germania. In seguito a ciò l’Italia entra nella Società delle Nazioni come una delle cinque grandi potenze aventi diritto ad un seggio per­manente nel Consiglio della Società alla pari degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e del Giappone.
29 luglio: il Governo italiano cede il Dodecaneso alla Grecia (Rodi eccettuata; accordo Tittoni-Venizelos).
13 agosto: la pubblicazione della relazione ufficiale sul­l’inchiesta sulla rotta di Caporetto genera polemiche tra ex neutralisti ed ex interventisti che avvelenano l’atmo­sfera del paese già duramente provato dalle ripercussioni economiche del conflitto 1915-18.
2 settembre: il ministero Nitti accorda l’amnistia ai disertori eccettuati quelli passati al nemico o la cui di­serzione sia durata più di sei mesi. Tale decreto ac­colto al momento favorevolmente da tutti diverrà, per motivi polemici, una delle azioni che verranno più aspra­mente rinfacciate a Nitti.
10 settembre: il Governo italiano firma a San Germano il trattato di pace con l’Austria. Mentre le frontiere adriatiche restano ancora da decidersi a nord l’Italia ottiene la frontiera del Brennero.
12 settembre: il poeta G. D’Annunzio con un gruppo di volontari occupa la città di Fiume, ne proclama l’annes­sione all’Italia e ne espelle, dopo aver loro accordato l’onore delle armi, le truppe anglo-francesi.
14 novembre: D’Annunzio sbarca a Zara e proclama, la Dalmazia regione italiana.
15 novembre: vengono tenute le elezioni politiche per la prima volta col sistema proporzionale. Ottengono notevole successo i socialisti ed i popolari: manca però una maggioranza omogenea.
27 novembre: viene firmato il trattato di Neuilly che pone fine allo stato di guerra con la Bulgaria.
2-3 dicembre: sciopero generale di natura politica che genera discredito sul partito socialista.
18 dicembre: D’Annunzio indice a Fiume un plebiscito ma lo sospende quando si rende conto che gli è sfavo­revole.

192024 febbraio: è costituita, con sede in Milano, la società Dalmine.
21 maggio: secondo ministero Nitti.
4 giugno: l’Italia firma con l’Ungheria il trattato di pace del Trianon.
15 giugno: quinto ministero Giolitti.
22 luglio: viene denunciato da parte italiana l’accordo Tittoni-Venizelos.
3 agosto: mediante un accordo col Governo albanese l’Italia sgombra Valona, riconosce l’Indipendenza alba­nese e conserva solo l’isolotto di Saseno.
10 agosto: viene firmato il trattato di Sèvres con la Turchia che cede definitivamente il Dodecaneso all’Italia. Questa lo stesso giorno mediante accordo con la Grecia ai impegna a fargliene cessione entro 15 anni.
30 agosto-27 settembre: gli operai occupano le fabbri­che ma il loro tentativo rivoluzionario si risolve in un insuccesso ed in un aumento di prestigio del governo Giolitti.
1° ottobre: conclusione di un concordato nazionale fra industriali e metallurgici.
3 novembre: viene costituita, con sede in Milano, la so­cietà Pirelli.
12 novembre; Italia e Iugoslavia concludono le loro controversie mediante un trattato firmato a Rapallo. L’Italia ottiene Zara, tutta l’Istria ed alcune isole dal­mate; Fiume viene eretta a città libera.
13 novembre: le forze dannunziane occupano Arbe e Veglia che secondo il trattato di Rapallo devono appar­tenere alla Iugoslavia.  25-28 dicembre: le truppe italiane cacciano D’Annunzio da Fiume usando la forza (« Natale di sangue »).

192122 gennaio: al congresso di Livorno l’ala sini­stra del socialismo si stacca e fonda il partito comunista italiano.
15 maggio: vengono effettuate nuove elezioni politiche per la Camera. Entrano in Parlamento per la prima volta i rappresentanti delle terre irredente (27 deputati), i co­munisti (16 dep.) ed i fascisti (35 dep.).
4 luglio: primo ministero di Ivanoe Bonomi.
9 agosto: è costituita, con sede a Roma, la società Italcable – Servizi Cablografici Radiotelegrafici e Radioelettrici.
9 novembre: il movimento fascista viene trasformato In partito.

192222 gennaio: muore Papa Benedetto XV.
6 febbraio: viene eletto Papa il Cardinale A. Ratti che assume il nome di Pio XI.
26 febbraio: primo ministero di Luigi Facta.
agosto: secondo ministero Facta.
8 ottobre: l’Italia denuncia l’accordo con la Grecia del 10 agosto 1920 e conserva il Dodecaneso.
27-28 ottobre: i fascisti compiono la Marcia su Roma conquistano il potere. Mussolini il 30 viene incaricato di formare il ministero.

19236 marzo: è costituita, con sede in Venezia, la Società Telefonica delle Venezie (Telve).
15 luglio: emanazione d’un deereto-legge che pone limiti alla libertà di stampa.
23 luglio: viene approvata una legge elettorale che concede il 75% dei seggi della Camera al partito che avrà ottenuto almeno il 25% dei voti.
24 luglio: col trattato di Losanna che sostituisce quello di Sèvres la Turchia riconferma la cessione del Dodecaneso all’Italia.
29 agosto: In seguito all’uccisione della missione del Gen. Telimi in Grecia l’Italia occupa l’isola di Corfù.
27 settembre: viene sgomberata Corfù avendo la Grecia dato soddisfazione alle richieste italiane.
20 novembre: è costituita, con sede in Perugia, la società Buitoni.
20 dicembre: è costituita, con sede in Bologna, la società Telefoni Italia Medio-Orientale (TIMO).
Dicembre: con una serie di provvedimenti attuati nel corso dell’anno l’ordinamento scolastico viene riformato in tutti i suoi gradi e viene istituito l’esame di Stato (riforma Gentile).

192427 gennaio: col trattato di Roma conchiuso con la lugoslavia il territorio dello Stato libero di Fiume viene- spartito tra le due potenze.
22 febbraio: Fiume viene annessa all’Italia.
19 giugno: viene assassinato a Roma ad opera di una «squadraccia » fascista il deputato socialista Matteotti.
È costituita, con sede in Torino, la Società Telefonica Interregionale Piemontese e Lombarda (STIPEL).
27 giugno: i deputati dell’opposizione si rifiutano di prender posto alla Camera e si ritirano dai lavori parla­mentari in segno di protesta contro l’uccisione di Matteotti (“Aventìno parlamentare”).
15 luglio: l’Inghilterra cede all’Italia l’Oltregiuba in base al Patto di Londra.
27 agosto: si costituisce in Roma l’Unione Radiofonica Italiana, attuale Rai-Radiotelevisione Italiana (EIAR -Ente Italiano Audizioni Radiofoniche dal 1928 al 1944).
6 ottobre: ha inizio il servizio regolare delle trasmissioni radiofoniche.
15 ottobre: è costituita, con sede a Roma, la società Telefonica Tirrena (TETI).
24 ottobre: è costituita, con sede a Napoli, la Società Esercizi Telefonici (SET).

19253 gennaio: l’opposizione parlamentare viene vinta da Mussolini e l’Italia si avvia ad un governo dit­tatoriale.
21 luglio: a Nettuno viene firmato un accordo con la lugoslavia per eliminare tutte le pendenze esistenti tra i due paesi.
16 ottobre: l’Italia firma il trattato di Locarno dive­nendo, insieme con l’Inghilterra, la garante delle fron­tiere renane.
6 novembre: la Camera approva la decadenza del man­dato parlamentare di 120 deputati dell’opposizione.
6 dicembre: l’Italia ottiene dall’Egitto la sovranità sull’oasi di Giarabub.
24 dicembre: viene attribuita al presidente del Consiglio dei Ministri la figura di Primo Ministro.

192631 gennaio: con la legge sulle facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche viene rafforzata l’autorità del governo a scapito di quella del Parlamento.
6 febbraio: Mussolini respinge energicamente le pretese tedesche ed austriache sull’Alto Adige.
16 febbraio: muore in esilio a Parigi il giovane pensa­tore Piero Gobetti, strenuo avversario del Fascismo.
3 aprile: con la legge relativa alla disciplina giuridica del rapporti collettivi del lavoro ha inizio la soluzione corporativa dei rapporti fra capitale e lavoro (contratti collettivi e magistratura del lavoro).
6 maggio: viene promulgata una legge per l’unifica­zione degli istituti di emissione: la Banca d’Italia rimane l’unico istituto incaricato di questa funzione.
19 maggio: viene costituita a Roma l’Azienda Generale Italiana Petroli, dal 1953 AGIP.
2 luglio: vengono creati un Ministero delle Corpora­zioni ed un Consiglio Nazionale delle Corporazioni a carattere consultivo sui vari problemi concernenti i rap­porti tra capitale e lavoro.
9 luglio: viene creato, su basi autonome, [‘Istituto Centrale di Statistica.
25 novembre: viene ripristinata la pena di morte per i reati politici e viene creato un tribunale speciale a difesa del Regime.
27 novembre: viene firmato a Roma un accordo italo-albanese che costituisce il preludio d’un protettorato di fatto italiano sul vicino Stato balcanico.

19274 aprile: viene stipulato un trattato d’amicizia con l’Ungheria che dà origine all’appoggio italiano al revisionismo magiaro.
21 aprile: viene emanata la Carta del Lavoro a fonda­mento del sistema corporativo. Inaugurazione della linea ferroviaria direttissima Roma-Napoli.
24 settembre: viene inaugurata l’autostrada Milano-Bergamo.

192815 maggio: il dirigibile «Italia» al comando di Umberto Nobile raggiunge il Polo Nord.
25 maggio: il dirigibile « Italia » comandato dal Gen. Nobile, dopo aver sorvolato il Polo Nord, si schianta sulla banchisa. I superstiti verranno salvati dallo svedese Lundborg e dal rompighiaccio sovietico Krassin dopo oltre un mese di ricerche e tentativi.
17 luglio: muore a Cavour l’insigne statista Giovanni Giolitti.
27 agosto: l’Italia firma il Patto Kellogg che mette al bando la guerra.
2 settembre: viene varata una legge elettorale politica tipicamente totalitaria, con un « listone unico » e la pos­sibilità all’elettore di votare solo « si » o « no ».
28 ottobre: viene inaugurata l’autostrada Roma-Ostia.
30 ottobre: viene inaugurata la linea ferroviaria Cuneo-Nizza.
9 dicembre: il Gran Consiglio del Fascismo diventa organo costituzionale dello Stato.

192911 febbraio: vengono stipulati con la Santa Sede il Trattato del Laterano ed un Concordato. Me­diante il primo, la Santa Sede ottiene la sovranità ter­ritoriale sul Vaticano, la basilica e la piazza di San Pietro (Stato della Città del Vaticano); mediante il secondo vengono regolati i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia. Pertanto, la «questione romana», aperta dal 1870, viene definitivamente risolta.
27 maggio: viene pubblicata la legge mediante la quale si conferisce validità civile al matrimonio celebrato dal ministro del culto cattolico. Il matrimonio celebrato in tal modo , non è più regolato dalle norme del codice ci­vile, bensì da quelle del codice canonico.
24 giugno: viene conferita validità civile al matrimonio contratto davanti ai ministri dei culti ammessi in Ita­lia. Tuttavia le norme matrimoniali restano quelle previ­ste dal codice civile.
28 ottobre: viene solennemente inaugurata in Campido­glio l’Accademia d’Italia.

193022 gennaio-10 aprile: l’Italia partecipa alla Con­ferenza navale di Londra, ma non riesce ad accordarsi con la Francia sulla parità di armamenti; la tensione con la Francia dura tutto l’anno.
26 marzo: Marconi da bordo dell’« Elettra » riesce a parlare per radiotelefono col sindaco di Sidney ed a ac­cendere, la lampada dell’esposizione in quella città, da 9700 miglia di distanza.
7 settembre: viene concluso a Parigi il Patto d’unione e d’azione dei partiti antifascisti.
17 dicembre: le squadriglie di idrovolanti al comando di Italo Balbo iniziano la trasvolata dell’Atlantico me­ridionale, felicemente compiuta.

(segue 1931-1945)